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> Home > Sezione Servi di Dio > Servi di Dio Ulisse Amendolagine e Lelia Cossidente Condividi su Facebook Twitter

Servi di Dio Ulisse Amendolagine e Lelia Cossidente Sposi

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Ulisse: Salerno, 14 maggio 1893 30 maggio 1969
Lelia: Potenza, 4 maggio 1893 3 luglio 1951

Il 18 giugno 2004 alle ore 12,00 presso il Vicariato di Roma (piazza San Giovanni in Laterano 6a) Sua Eminenza il Cardinale Camillo Ruini Vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma ha presieduto la sessione di apertura della Causa di beatificazione di Lelia e Ulisse Amendolagine, alla presenza dei quattro figli viventi della coppia (Teresa, Francesco, Giuseppe - Carmelitano Scalzo - e don Roberto - sacerdote della Diocesi di Roma).

 



Rigorosissimo sul lavoro, a cominciare dal proprio; nemico di ogni forma di assenteismo; efficiente nel disbrigo delle pratiche e cortese con il pubblico, dimostra un’avversione congenita verso ogni forma di regalìa, fosse anche solo un mazzo di fiori o un litro d’olio (in epoca di guerra più prezioso di un monile).  Ulisse, così si chiama lo "statale" in questione, è sposato con Lelia, che nell’unico anno in cui insegna viene ribattezzata “maestra dolcezza” e “signorina ridente”, qualità che poi trasferisce nel suo lavoro di cassiera di banca, prima, di bibliotecaria poi. Sono nati entrambi nel 1893, lui a Salerno e lei a Potenza, entrambi figli di “ministeriali”, che dopo vari spostamenti si insediano a Roma: qui si conoscono nel 1929 e qui si sposano il 29 settembre dell’anno successivo. Ulisse, oltrechè un bell’uomo, ha un buon impiego al Ministero dell’Interno ed uno stipendio sicuro. Quello che però fa innamorare Lelia è il carattere: sobrio, equilibrato, riflessivo e dolce, profondamente cortese e innamorato della natura. La simpatia iniziale si trasforma subito in amore e i due scoprono anche di condividere un ulteriore tratto comune: una fede profonda e convinta e il desidero di formare una famiglia  cristiana. Anche se, tanto per cominciare, la loro è da subito una “famiglia allargata”, perché insieme agli sposini convivono i genitori di lui, la mamma di lei, e soprattutto l’intrigante sorella di Ulisse, con marito e figlio al seguito. Lelia prende saldamente in mano la situazione di casa: con dolcezza, ma con spirito manageriale. Senza perdere la serenità, si aggrappa alla preghiera con il suo Ulisse: ai piedi del loro letto hanno posizionato due inginocchiatoi, dove insieme iniziano e finiscono la giornata. I figli, cinque, arrivano uno dopo l’altro tra il 1931 ed il 1935, accolti tutti come un dono, seguiti a scuola e nel tempo libero da genitori che non abdicano mai al loro ruolo di educatori, seguendoli passo passo con saggezza e lungimiranza. Poi arriva la guerra, che li fa fuggire da Roma per cercar riparo in un paesino dell’Abbruzzo: si fa la fame, i viveri sono razionati, lo stipendio di Ulisse non basta più e lui, da integerrimo qual è, non vuole ricorrere alla “borsa nera”. Per lui si mette male e corre rischi davvero seri quando i fascisti cominciano a tenerlo d’occhio per la sua intransigenza e per la sua fedeltà al papa. Lo mettono addirittura in pensione anticipata per toglierlo da quell’ufficio; deve allora fuggire e nascondersi, per non essere deportato in Germania. Lo accolgono nel Seminario Maggiore di Roma, dove paga l’ospitalità facendo il bibliotecario. A guerra finita viene reintegrato nel suo ufficio, continuando il suo lavoro con la serenità e la disponibilità di sempre: è amato, ma anche avversato da chi non condivide il suo impegno lavorativo, la sua serietà e il suo rigore. Da tutti, comunque, viene rispettato, come persona capace e gran lavoratore. Insieme a Lelia vive una fede semplice ma ben solida, imbevuta di spirito carmelitano (Ulisse si iscrive al Terz’Ordine, vivendone intensamente la spiritualità), che al suo centro ha l’Eucaristia ed è costantemente illuminata dalla Madonna. Dei cinque figli, due maturano la vocazione sacerdotale e religiosa, incoraggiati e sostenuti dai genitori anche contro il parere del parentado, perché una sorella ed il cognato di Lelia non sono praticanti e torneranno ferventi cristiani solo grazie al suo esempio ed alle sue preghiere.
Lelia è colpita da un cancro che la finisce in un paio d’anni: muore il 3 luglio 1951, affidandosi alla Madonna pur in mezzo ad atroci sofferenze. Ulisse, provato dalla vedovanza, viene colpito da una prima paresi quattro anni dopo, da una seconda nel 1965. Sono anni di tribolazioni, solitudine e umiliazioni, tutto sopportato con una fede granitica, culminate negli ultimi anni di progressivo decadimento e semincoscienza. Muore il 30 maggio 1969. La santità laicale e coniugale di Lelia ed Ulisse Amendolagine è tutta qui e su di essa sta indagando la Chiesa, che nel 2004 ha avviato la loro causa di beatificazione.
Il Processo di beatificazione in fase diocesana si è chiuso il 24 maggio 2011.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Per Lelia Cossidente e Ulisse Amendolagine si è avviata, partendo dalle lettere raccolte dal figli, l'indagine che ha portato, il 18 giugno 2004, all'apertura presso il Tribunale del Vicariato di Roma della fase diocesana dei processi di beatificazione e canonizzazione. Due indagini, distinte ma parallele, perché “la santità appartiene essenzialmente alla risposta personale alla chiamata della Grazia di Dio”, ha spiegato il cardinale Camillo Ruini, introducendo la sessione di apertura. Eppure i due sposi hanno vissuto la loro vita cristiana e familiare “in modo inseparabile”, proprio in forza del loro legame radicato nel sacramento del matrimonio.
La fedeltà alla loro vocazione e alla missione di educare cristianamente i loro cinque figli. L'esempio di vita offerto nel periodo della sofferenza, vissuta alla luce di una fede profonda. L'impegno familiare nella partecipazione assidua alla vita della loro parrocchia. Questi, per il porporato, i tratti di esemplarità della vita dei due coniugi, nati entrambi nel 1893 - Ulisse a Salerno e Lelia a Potenza -, e ben presto "adottati" dalla Capitale a cavallo tra i due secoli.
A Roma Lella e Ulisse si conobbero, nel 1929, per sposarsi un anno dopo, il 29 settembre 1930, nella parrocchia di Santa Teresa al Corso d'Italia, retta dai carmelitani scalzi. Entrambi ne divennero presto parte attiva: lui nel terz'ordine secolare carmelitano e lei nella confraternita del Santo Scapolare (Madonna del Carmine). Al cuore della loro intesa, la scoperta reciproca di una fede che costituì sempre il punto di forza della loro unione coniugale. La " misura alta" di una vita cristiana ordinaria, come scriveva Giovanni Paolo Il nella Novo Millennio Ineunte.
Leonardo, il primogenito della coppia, nacque il 30 agosto 1931, seguito presto dagli altri quattro fratelli ancora viventi, tutti presenti all'apertura dei processi: Giuseppe, poi divenuto carmelitano con il nome di padre Raffaele, Roberto, oggi sacerdote per la diocesi di Roma, Francesco e Teresa.
Di tutti loro Lelia e Ulisse curarono la formazione umana e religiosa, in un dialogo continuo con gli ìnsegnanti, seguendoli a scuola e nel tempo libero. E di questa stessa apertura e disponibilità nutrirono anche i loro rapporti con gli altri, pronti a soccorrere “con discrezione e generosità”, è stato ricordato, chiunque si trovasse nel bisogno. Sia nelle necessità materiali che in quelle spirituali.
Con questo stile attraversarono gli anni della Seconda Guerra Mondiale: l'occupazione tedesca, la fuga da Roma e poi il rifugio nel Seminario Romano Maggiore, la paura dei rastrellamenti e delle ritorsioni dei tedeschi. Raddoppiando la loro fiducia nella Provvidenza anche quando veniva a mancare il necessario per sopravvivere. La loro forza: la preghiera comune, l'Eucaristia e l'affidamento alla Vergine. Affidandosi alla sua protezione Lelia si spense, il 3 luglio 1951, dopo due anni di sofferenze per un tumore al mesentere.
Ulisse le sopravvisse per 18 anni, prima di affrontare anche lui la malattia, che lo colpì nel 1955, “immerso nella contemplazione del Signore”. Mori il 30 maggio 1969 tra le braccia di Teresa, con il conforto dei sacramenti amministrati dai due figli sacerdoti.
“In qualunque condizione e in qualunque stato di vita, tu devi sempre cercare dì guadagnarti il Paradiso - scriveva Lelia al figlio Giuseppe appena partito per la vita religiosa -. Dio solo sa a chi sia più adatto il sacerdozio o lo stato laicale, e bisogna lasciar fare a lui”.


Autore:
Federica Cifelli

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Aggiunto il 2011-07-26

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