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Servo di Dio Gedeone Corrà Giovane d’Azione Cattolica, vittima dei nazisti

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Salizzole (Verona), 18 settembre 1920 – Flossenburg (Germania), 18 marzo 1945

I fratelli Flavio e Gedeone Corrà nacquero Salizzole (Vr), ma poi si trasferirono e vissero Isola della Scala (Vr). Entrarono nell’azione Azione Cattolica e si adoperarono con gioia in parrocchia in opere di sostegno ai più bisognosi. Con motivazioni profondamente cristiane decisero di arruolarsi nella lotta di Liberazione, che li portò a morire nel campo di concentramento tedesco di Flossembürg. Ai due fratelli è stata conferita la laurea honoris causa in loro memoria. Nel 2003 si è conclusa la fase diocesana del loro processo di canonizzazione, promosso dall’ “Associazione Amici dei fratelli Corrà”.



Due cristiani completi: han provato così a sintetizzare la loro vita e sembra non esserci definizione migliore per questi due giovani “normali”: uno più esuberante, l’altro più timido; innamorati di Cristo e della Chiesa, ma anche di qualche ragazza; studenti di Azione Cattolica, frequentatori di canoniche e di preti, ma anche di allegre scampagnate con gli amici. Arrivano dalla campagna di Verona, dal paese di Salizzole. Flavio, nato nel 1917, è sicuramente più esuberante di Gedeone, nato tre anni dopo, che è più timido e sobrio. Frequentano il liceo e poi si iscrivono alla Facoltà di Matematica e Fisica, uno a Bologna, l’altro a Padova. Il tempo libero è tutto per la parrocchia e per l’Azione cattolica, di cui il primo è presidente e l’altro il vice. Da una parrocchia all’altra, da un circolo ad un altro, da un’adunanza ad un’opera di carità, in un vorticoso accavallarsi di impegni, riunioni e biciclettate, il tutto ispirato ed illuminato dalla prima azione del mattino, quando all’alba, prima della scuola o del lavoro, sono inginocchiati uno accanto all’altro per la messa e la comunione che daranno tono e vigore alla loro giornata. Al vederli così fedeli a Lodi e a Vespri, al rosario o alla novena, viene quasi naturale ipotizzare per entrambi un futuro da preti o da religiosi. Il più attratto da questa vocazione sembra proprio Flavio, che però si sente attratto anche da Iside, che deve essere bella almeno quanto il suo nome. Dilaniato tra questi due amori, ma illuminato dal suo parroco che è anche la sua forte guida spirituale, Flavio matura la vocazione al matrimonio: inizia così un cammino di coppia illuminato dai valori in cui l’Azione Cattolica lo ha formato: purezza, eroismo, donazione. Insieme ad Iside, che condivide la sua fede e i suoi ideali, progetta una vita matrimoniale in cui Dio avrà il primo posto e nella quale è già previsto un più o meno lungo servizio missionario all’estero. Prima, però, c’è la “naia”, poi la guerra, infine l’armistizio: i due fratelli rifiutano di farsi reclutare dai tedeschi, come pure di arruolarsi nei repubblichini. Anche perché con il fascismo sono da sempre in conflitto: Flavio si è fatto spesso redarguire dai gerarchi locali per la sua abitudine a disertare le adunate e Gedeone una volta è stato schiaffeggiato in pubblico perché ad un’esercitazione si è presentato con il distintivo dell’Azione cattolica al posto di quello del Fascio. Naturale, quindi, che si aggreghino alle formazioni partigiane: senza armi, però, e senza far del male ad una mosca; semplicemente passando informazioni e compiendo azioni di sabotaggio, che comunque tengono in scacco l’occupante tedesco per più di un anno. “Non è legittimato un potere che si discosta dalla buona notizia del Vangelo", scrive Flavio a proposito del fascismo, mentre Gedeone, ancora più esplicitamente, aggiunge: "Se oggi c'è bisogno di gente che pensi, c'è ancora più bisogno di uomini che operino secondo le loro convinzioni”. Li arrestano nel novembre 1944, probabilmente traditi da qualche “soffiata”. Torturati fin dal primo interrogatorio e trasferiti a Bolzano, nel gennaio 1945 sono internati nel campo di Flossembürg: già indeboliti nel fisico, ma ancora intatti nella fede, al punto che i tedeschi devono ricorrere a calci, pugni e bastonate per strappare a Flavio la corona del rosario. Lavoratori nella cava di pietra con turni massacranti, torturati e affamati, utilizzano le forze residue per sorreggere, confortare e far pregare i compagni di sventura. Il primo a cedere è Gedeone, stroncato il 18 marzo da una broncopolmonite; il 1° aprile, domenica di Pasqua, lo segue Flavio e le sue ceneri come quelle del fratello, sono disseminate al vento.  Non per l’epilogo, comune a tante vittime del nazismo, la diocesi di Verona ha dato avvio alla causa di beatificazione di Flavio e Gedeone Corrà, quanto piuttosto per la loro limpida e coerente testimonianza cristiana dispiegatasi per tutta la vita che li ha resi e li rende credibili. Cristiani completi, appunto.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Il Veneto è terra benedetta da Dio per le tante vocazioni religiose sia maschili sia femminili che sono sbocciate fra i suoi figli; per i tanti missionari e missionarie partiti da questa terra a portare la luce del Vangelo ai popoli lontani; per le tante Missioni sparse in ogni angolo del mondo, sostenute dai fedeli delle sue fervorose parrocchie, per i tanti laici impegnati da sempre nell’associazionismo cattolico.
Nei ricordi della mia esperienza di giovane d’Azione Cattolica, affiora l’ammirazione che provavo nel leggere dell’intenso fervore religioso e organizzativo che animava, spero che sia ancora così oggi, la vita delle comunità dei fedeli veneti.
I fratelli Flavio e Gedeone Corrà, sono uno dei tanti esempi di questo genuino fervore giovanile: Fratelli nella vita, fratelli nella Fede, fratelli nel sacrificio.
La loro famiglia era quella di piccoli coltivatori ed abitava in una Corte d’agricoltori detta Val degli Olmi, a circa tre km da Salizzole; la casa era rustica con tettoia e una piccola stalla, dove si allevava qualche vitello, più un ettaro di terra.
Il padre si chiamava Rodolfo Corrà, la madre Angela Serafini, dalla loro unione nacquero sei figli: Noemi nel 1909, Amelia nel 1910, Zita nel 1912, Flavio nel 1917, Gedeone nel 1920, Sennen nel 1924.
Il padre agricoltore, man mano che aumentavano le necessità, si dedicò al lavoro di mediatore d’affari con commercio di prodotti agricoli; da allora alla stalla ed ai campi badarono la madre Angela e la nonna Albina con l’aiuto dei figli.
La vita era quella semplice e faticosa dei contadini, scandita dagli avvenimenti tipici del vivere in cascina e in un piccolo paese di 5000 abitanti come Salizzole in provincia di Verona.
A sera tutti recitavano il rosario e si ripassava il catechismo domenicale; i ragazzi amavano costruire giocattoli da soli per giocare, per lo più piccoli oggetti in legno. Flavio e Gedeone erano addetti al pascolo delle oche.
Nel 1932 la famiglia si trasferì a Isola della Scala (Verona), per superare nel nuovo e più grande ambiente, la crisi economica che l’attanagliava.

Gedeone Corrà nacque il 18 settembre 1920 a Salizzole in Corte degli Olmi, fratello minore di Flavio di tre anni; di carattere più mite del fratello e meno impulsivo, era più riflessivo e meditativo nelle sue azioni, ma per alcuni aspetti più deciso e sicuro di sé. Era dotato di un sorriso limpido e chiaro e di un fascino riservato; ma era debole di costituzione fisica, alto e allampanato.
Fece a Salizzole le Scuole elementari, che dureranno sei anni, perché volontariamente ripeté la quinta, per dare compagnia al fratello più piccolo Sennen (che diventò vescovo di Chioggia e poi di Pordenone) e percorrendo tutti i giorni, per lo più a piedi, i tre km dalla casa alla scuola in paese.
Nel 1930 ricevé la Cresima a Isola della Scala, dove due anni dopo la famiglia si trasferì, si iscrisse nel 1933 alla Scuola di Avviamento Professionale e dopo il triennio, preparato dal fratello, si iscrisse al Liceo Scientifico “Messedaglia” di Verona, dove era già studente il fratello Flavio.
Da quel periodo s’intensificò l’unione dei due fratelli, Gedeone seguì Flavio ovunque e in tutto, partecipando all’apostolato fra i giovani studenti, in parrocchia e nell’Azione Cattolica, diventando Delegato Aspiranti e Juniores e anche Vicepresidente della numerosa Sezione d’Isola della Scala e della Vicaria.
Di Gedeone ci sono pervenuti pochissimi scritti, pochi per delineare completamente la sua personalità, ma sufficienti a farci comprendere che pur essendo in piena autonomia con il fratello Flavio e condividendo i suoi ideali cristiani, aveva comunque un suo stile personale e opinioni divergenti, vivendo con autonomia e consapevolezza le scelte fatte.
Si riporta un suo pensiero scritto, un meraviglioso cantico all’amore: “Si può intonare il canto dell’amore anche nel mondo, importante è avere lo sguardo fisso a Cristo. Esaminare i suoi disegni sopra di noi e seguire la sua volontà. Il nostro fine è arrivare in Paradiso dove il canto dell’amore sarà perfetto”.
Nel 1941 alla visita medica per il servizio militare, fu fatto rivedibile con suo rammarico; nel 1942 alla seconda visita fu fatto abile ma ai servizi sedentari, intanto dopo la maturità liceale, s’impiegò presso l’Ufficio del Registro di Isola della Scala e nel contempo si iscrisse all’Università di Bologna nella Facoltà di Matematica e Fisica, la stessa di Flavio, che era però all’Università di Padova.
Dovette interrompere gli studi per gli eventi bellici del 1944; dopo l’8 settembre 1943 fu richiamato dalla Repubblica di Salò, ma rimase renitente come il fratello e fu costretto a vivere da sbandato nella Resistenza partigiana, prima come informatore della Missione Militare R.Y.E. e poi nel battaglione ‘Lupo’.
Il 28 gennaio 1944 fu al fianco di Flavio a portare soccorso dopo il bombardamento su Isola della Scala, che procurò 32 morti. Dopo un anno di vita partigiana, la notte del 22 novembre 1944, mentre stava con il fratello Flavio presso gli zii a Salizzole, vennero arrestati dalle ‘brigate nere’.
Furono trasferiti insieme ad una decina di persone, prima al Comando tedesco di Tarmassia, poi al comando fascista di Verona, dove subirono crudeli interrogatori.
Il 1° dicembre 1944 scortati dai miliziani fascisti, furono consegnati alle SS installate nel palazzo I.N.A.; ormai era cominciato il loro calvario, dopo altri cinque giorni, Flavio e Gedeone Corrà, caricati su un camion vennero portati al Campo di raccolta e transito di Bolzano, dove restarono fino al 18 gennaio 1945; la loro ultima lettera ai familiari fu ricevuta il 19 gennaio, poi il silenzio totale.
Il 18 gennaio furono stipati insieme a 420 prigionieri, in sei vagoni ferroviari e il convoglio partì da Bolzano diretto al campo di sterminio di Flossenburg nell’alta Baviera; il campo fu definito “la fabbrica della morte”; all’arrivo si contarono più di 50 morti, dopo un’infernale viaggio di 96 ore.
Nel campo la vita era insostenibile, con poco cibo, lavori pesanti nella cava di pietra, senza pulizia personale e senza cura mediche; la conseguenza era un forte deperimento del fisico, che portava alla morte per stenti o per tifo o per altre malattie o culminante nella pazzia e finiti poi dai famigerati “kapò”.
In tanta desolazione fisica e morale, ai due fratelli non mancò mai la fede, sempre pregando aiutavano e confortavano, per quel che potevano, gli altri derelitti prigionieri; la corona del rosario fu tolta a Flavio fra pugni e calci.
Ai primi di marzo Gedeone si ammalò di bronchite ma fu costretto a continuare il lavoro sotto una bufera di neve. Sopravvenne la broncopolmonite; il 15 non riuscì ad alzarsi, il ‘kapò’ allora lo trascinò nel lavatoio, dove rimase fino a sera, fra lo sterco e cadaveri.
A Flavio fu impedito di aiutarlo e quando a sera ritornò al campo non lo trovò più, era stato trasferito alla baracca 17, che aveva funzioni d’infermeria, ma da tutti era chiamata “l’anticrematorio”; con l’aiuto di qualcuno Flavio riuscì ad entrare nella baracca e piangente abbracciare il fratello minore moribondo, scambiò qualche parola, poi venne allontanato. Gedeone senza cure e senza cibo resisté altri tre giorni, morì il 18 marzo 1945, Domenica di Passione, solo e abbandonato.
Flavio aveva cercato inutilmente di rivederlo o di farsi sentire con i suoi richiami ad alta voce, ricevendo bastonate e legato veniva portato con forza al lavoro, ma spesso fuggiva, per assistere al trasporto dei cadaveri portati al forno crematorio.
Flavio crollò in un profondo svenimento da cui non si riprese più e la mattina di Pasqua 1° aprile 1945 rese la sua bella anima a Dio, fra lo sconforto dei compagni che non potevano fare nulla per lui; furono gli stessi compagni a trasportare il suo corpo al forno crematorio, dove 15 giorni prima era stato trasportato l’amato fratello. Gedeone aveva 25 anni e Flavio 28; i loro numeri di internati politici erano KZ 34566 e KZ 34565.
L’Azione Cattolica di Isola della Scala, nel 1° anniversario della loro morte, pose una lapide commemorativa dei due fratelli patrioti, a fianco della chiesa abbaziale.
È stata costituita l’”Associazione Amici dei Fratelli Corrà”, la quale si è fatta promotrice per la causa di beatificazione; nel 2003 si è conclusa la fase diocesana.
Flavio e Gedeone, ricevettero dopo qualche tempo, la laurea alla memoria; Gedeone quella in Scienze Matematiche il 7 dicembre 1946 dall’Università di Bologna e Flavio quella in Matematica e Fisica l’11 giugno 1947 dall’Università di Padova.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2011-07-06

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