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Beato Giovanni Maria della Croce (Mariano Garcia Mendez) Dehoniano, martire

23 agosto

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S. Esteban de los Patos (Avila), 25 settembre 1891 – Valenza, 23 agosto 1936

Mariano Garcia Méndez, ordinato sacerdote nella diocesi di Avila nel 1916, entrò dieci anni dopo come religioso nella congregazione devoniana, che lo venera come protomartire, prendendo il nome di Giovanni Maria della Croce. Giovanni Paolo II lo ha beatificato l’ 11 marzo 2001 con altrie 232 vittime della guerra civile spagnola.

Martirologio Romano: Nella cittadina di Silla nello stesso territorio, beato Giovanni Maria della Croce (Mariano) García Méndez, sacerdote della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù e martire, che sempre nella stessa persecuzione religiosa conservò la fede in Cristo fino alla morte.


233 martiri, vittime della sanguinosa Guerra Civile Spagnola (1936-1939) sono stati beatificati l’11 marzo 2001 da papa Giovanni Paolo II.
Nella grande disumana strage che insanguinò la Spagna, il numero delle vittime superò il milione, colpendo persone di ogni classe, età e fede.
Gli storici hanno ormai riconosciuto che all’interno di questo terribile massacro, nei territori allora chiamati “zona rossa”, in mano agli anarchici ed ai socialcomunisti, si perpetrò una vera e propria persecuzione contro i cristiani cattolici.
I fedeli laici, solo perché cristiani, furono ammazzati a decine di migliaia e con loro furono massacrati 4148 sacerdoti diocesani, 12 vescovi, 283 suore, 2365 religiosi (sacerdoti e fratelli), per un totale finora riconosciuto di 6808 martiri, con la distruzione di numerose chiese.
La Chiesa sta beatificando a gruppi più o meno numerosi tutti quelli, sacerdoti, religiosi, suore e laici, di cui si è potuto raccogliere le notizie necessarie per l’espletamento della pratica di beatificazione.
Nel gruppo di 233 martiri beatificati nel 2001 sono presenti, cito solo alcuni gruppi: 32 salesiani, 19 cappuccini, 18 domenicani, 17 francescani, 12 gesuiti e così via per tanti Ordini e Congregazioni di più recente istituzione; a loro si aggiunge un consistente numero di sacerdoti diocesani e laici, per un totale di 74 martiri, il cui capofila è il beato Josè Aparicio Sanz, parroco.
I 37 sacerdoti e parroci e i 37 laici, sono quasi tutti della diocesi di Valenza; furono uccisi in luoghi diversi singolarmente o a piccoli gruppi, tutti nel secondo semestre del 1936 e fra loro c’è padre Mariano Garcia.

Padre Mariano Garcia Mendez nacque a S. Esteban de los Patos, vicino Avila, il 25 settembre 1891 da Mariano Garcia Hernandez e da Emeteria Mendez Grande, giovani, modesti, pacifici agricoltori; al battesimo ebbe lo stesso nome del padre Mariano e fu il primo di quindici figli.
Ricevé la Cresima ad un anno e mezzo, cosa abbastanza usuale nelle famiglie profondamente religiose di allora.
Crebbe nella gioiosa grande famiglia sempre risuonante delle voci cristalline dei bimbi, ricevette una profonda educazione religiosa con l’esempio determinante della madre, la quale non mancava di esternare, quanto piacere avrebbe avuto saperlo sacerdote.
Cosa rarissima a quei tempi, Mariano fece la Prima Comunione a sette anni e da allora cambiò; non solo giochi ma anche occupazioni che rispecchiavano la sua religiosità, ritagliava immaginette sacre dalle stampe, costruiva altarini, invitava i compagni a pregare o spiegava il catechismo.
Più grandicello prese ad aiutare la famiglia nei lavori agricoli e verso gli undici anni dando ascolto a quella chiamata che sentiva dentro di sé, entrò in Seminario ad Avila.
La vita da seminarista fu del tutto esemplare, secondo tutte le testimonianze dei superiori e professori; eppure la sua vocazione fu in pericolo, quando dopo qualche anno il padre si ammalò e tutta la numerosa famiglia cadde nel bisogno, fu necessario richiamare Mariano dal Seminario per lavorare nei campi.
Il giovane addolorato, prese la decisione come un volere di Dio e soltanto quando il padre tre mesi dopo si riprese, chiese di poter ritornare in Seminario.
Giunto alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale, una crisi lo colpì, si sentiva spinto ad una vita più mortificante del suo orgoglio di primo della classe, di modello per gli altri studenti; quindi lasciò il Seminario e andò nel convento Domenicano di Avila, ma anche qui dopo un anno di Noviziato non portato a termine, subendo continui mal di testa, bocca secca, un’afonia inspiegabile che non lo faceva partecipare al coro, lasciò e ritornò umiliato al Seminario diocesano, dove nonostante tutto fu benevolmente accolto dai superiori.
Completò gli studi e fu ordinato sacerdote il 18 marzo 1916 dal vescovo di Avila mons. Gioacchino Beltran; il 25 marzo 1916 don Mariano Garcia Mendez celebrò la sua prima Messa a S. Esteban de los Patos, fra il tripudio della semplice gente del villaggio.
Restò al suo paese per un certo periodo, alternandosi con la sua presenza al 38° Reggimento di Madrid per espletare il servizio militare, rimandato fino allora a causa degli studi; a Madrid conobbe anche suor Maria Gesuina del Gran Poder, religiosa che avrà un ruolo importante nelle sue future scelte.
Il vescovo di Avila lo assegnò come vicario in due parrocchie della Vecchia Castiglia a Herman-Sancho e Villanueva de Gomez e lui zelante, si spostava da una parrocchia all’altra, la sua opera di sacerdote e pastore gli meritò la convinzione generale dei fedeli che fosse un santo.
Il vescovo contento del suo impegno, gli assegnò una terza parrocchia nel 1918, nominandolo vicario economo di S. Juan di Encinilla; caritatevole oltre ogni limite, dava ai poveri tutto quello che aveva; si consumava nella preghiera, sotto la pioggia e sotto la neve, don Mariano accorreva ad ogni chiamata nonostante le distanze fra i vari luoghi.
In quegli anni la salute già cagionevole, diventava più precaria a causa di una gastrite cronica e nel settembre del 1921 lasciò i suoi incarichi di vicario, per diventare cappellano del Noviziato di S. Giuseppe dei Fratelli delle Scuole Cristiane a Nanclares de Oca (Alava).
Qui restò solo undici mesi, nonostante l’invito dei Fratelli a restare, ma padre Mariano era sempre alla ricerca di come soddisfare il suo desiderio di una vita più contemplativa, unita a Dio profondamente e il 17 maggio del 1922 ottenne il permesso di entrare fra i Carmelitani Scalzi, nel convento di Larraca-Amorebeita, cambiando il nome in padre fra Juan Garcia Mendez di S. Stefano. Ma la salute ancora una volta fu determinante, dopo un anno ritornò il don Mariano di prima.
Sarebbe stato un ottimo Domenicano o Carmelitano se la salute l’avesse permesso, i superiori degli Ordini avevano entrambi provato a trattenerlo e solo a malincuore avevano acconsentito alla rinuncia.
Il suo vescovo di Avila comprensivo, gli affidò di nuovo l’incarico di vicario a Zabarcos e nella vicina Horcajeulos, anche se il desiderio della vita religiosa lo tormentava sempre più forte.
Dopo nemmeno un anno d’intensa operosità, fu trasferito a Sotillo de las Palomas; in ogni luogo veniva indicato come un santo, era uso pregare in chiesa verso mezzanotte davanti al tabernacolo con le braccia aperte, sobrio nel cibarsi, dormiva spesso per terra, interveniva in difesa degli aggrediti o perseguitati, fu fatto segno anche di una violenta sassaiola.
Nel 1924 la svolta attesa, madre Maria Gesuina del Gran Poder, superiora a Madrid delle Suore Riparatrici, ebbe l’occasione di ospitare un gruppo di Sacerdoti del Sacro Cuore, fondati dal venerabile Leone Dehon (1843-1925) e a loro parlò di don Mariano, del quale sapeva i suoi desideri e accoglieva la sua confidenze.
Dopo uno scambio di corrispondenza con i Sacerdoti del Sacro Cuore, padre Mariano Garcia Mendez decise di recarsi alla loro Casa di Puente la Reina dal Superiore padre Guglielmo Zicke, per chiarire ed appianare gli ostacoli.
Avuto di nuovo il permesso del vescovo, padre Mariano andò a Novelda per il Noviziato e secondo l’usanza di allora cambiò il suo nome in Juan Maria de la Cruz Garcia.
Era felice di aver trovato la sua strada, poneva nelle cose tutta la sua anima ardente, tutto il fuoco del suo essere, senza risparmiarsi. Ma la sua fragile salute ancora una volta stava per far saltare tutto, allora padre Juan Garcia Mendez il 16 gennaio 1926, scrisse in una stupenda lettera a Dio, di concedergli almeno dieci anni di vita, se era volontà Sua, per poterlo glorificare nella salvezza delle anime.
La preghiera fu esaudita, la salute non impedì più a padre Mariano di proseguire per la sua strada. Emise la sua professione nell’ottobre del 1926, in quell’occasione ricevette una crocetta nuda con un cuore d’argento che portò sempre e servirà poi ad identificarlo fra i cadaveri buttati in una fossa comune del cimitero di Silla.
Gli anni che seguirono lo videro impegnato nella sua Congregazione in compiti anche lontani dalle sue aspirazioni, fu cercatore o meglio questuante per i ragazzi poveri della Scuola Apostolica di Puente la Reina, girando in lungo e largo le province inquiete della Spagna, fu anche insegnante degli aspiranti Sacerdoti del Sacro Cuore, anche se l’insegnamento non era il suo forte, con la sua presenza in certe case avvennero conversioni e guarigioni prodigiose, come per la figlia del signor Santiago Ferrer di Pamplona; rimase per due anni a Novelda come Cappellano nella chiesa dell’Istituto e insegnante di religione al Collegio.
Fra un impegno e l’altro, si recò per una pausa di approfondimento alla Casa Generale di Roma, dove fu particolarmente colpito dalle testimonianze dei martiri, specie di s. Cecilia.
Semplice nel comportamento e nei rapporti con gli altri; abituato come parroco a decidere, dovette da religioso aspettare il permesso dei superiori per tutto.
Ma in Spagna si approssimavano giorni molto tristi, già nel 1931 furono incendiate e devastate un centinaio tra parrocchie, chiese e Istituti religiosi, con lo scopo di distruggere il Cattolicesimo nella Spagna; nel 1934 ci fu la rivoluzione delle Asturie con 34 sacerdoti uccisi e 58 chiese distrutte.
Dopo le Asturie fu la volta della Catalogna e padre Juan Garcia Mendez non ebbe più quell’accoglienza cordiale di prima, quando bussava a qualche porta per un contributo. Era la sua veste nera, portata con orgoglio, a far chiudere le porte in quel triste periodo che coinvolgeva anche la Navarra e altre province.
Il 24 luglio il superiore di Garaballa, il convento-santuario dove era stato mandato per un po’ di riposo, decise di sciogliere la comunità minacciata dagli assalti dei miliziani rossi che tutto distruggevano, per salvare la vita a tutti gli ospiti.
Padre Mariano insieme ad uno studente s’incamminarono per allontanarsi, ma si divisero dopo un po’, il sacerdote volle recarsi a Valenza che raggiunse avventurosamente e una volta giunto restò esterrefatto nel vedere le artistiche chiese bruciate e saccheggiate.
Il suo risentimento di sacerdote davanti allo scempio lo tradì, fu arrestato per strada sebbene travestito e portato al commissariato e da lì in prigione identificato con il numero 476.
Rimase nel carcere Modello di Valenza per un mese, in questo periodo, ormai desideroso più che mai del martirio, padre Mariano sfidò con il suo atteggiamento, con il rincuorare gli altri, con la preghiere in comune, con le confessioni, i suoi arrabbiati carcerieri, che non vedevano l’ora di eliminarlo, come avveniva con le tante esecuzioni giornaliere.
E venne anche per lui l’ora del martirio, il 23 agosto 1936 fu prelevato dal carcere insieme ad un altro sacerdote don Vincenzo Palanca e otto laici, dalle guardie scelte della Federazione Anarchica Iberica, i più puri, i più duri, i fedelissimi della rivoluzione.
Furono condotti con un camion ad un piccolo paese Silla e verso l’alba del 24 agosto, fucilati. I loro corpi, l’indomani, furono seppelliti tutti insieme in una fossa del cimitero dagli abitanti del paese, che erano stati intimoriti con le armi a stare in casa, sulla tomba non fu messo un segno che li ricordasse; ormai era iniziato il macello di quella disgraziata e sanguinaria Guerra Civile e a stento c’era qualcuno che seppellisse i tanti morti lasciati dappertutto.
La salma del protomartire della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani), fu in seguito recuperata e trionfalmente traslata alla Scuola Apostolica di Puente la Reina, il 1° aprile 1940.
Ammalato, aveva chiesto nel 1926 al Signore, dieci anni di vita per glorificarlo e dieci anni furono quando nel 1936 morì gridando “Viva Cristo Re!”.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2004-12-08

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