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San Leone Luca (Leoluca) di Corleone Abate

1 marzo

Corleone, IX sec.

Emblema: Pastorale, Bibbia

Martirologio Romano: Nel monastero di Avena tra i pendii del monte Mercurio in Calabria, san Leone Luca, abate di Monte Mula, che rifulse nella vita eremitica come in quella cenobitica seguendo le regole dei monaci orientali.


Nacque a Corleone, intorno all' 815-818, alla vigilia dell'invasione saracena della Sicilia. Al battesimo, i genitori gli imposero il nome di Leone. Cresciuto in seno ad una agiata famiglia di possidenti, ricevette una buona formazione religiosa e civile. Rimasto orfano ancor giovinetto, Leone dovette dedicarsi alla gestione del suo patrimonio e alla sorveglianza dei suoi armenti. Nella solitudine dei campi e nella contemplazione della natura, sentì nel suo cuore la chiamata del Signore. Ormai ventenne, Leone vendette tutti i suoi averi, distribuendo il ricavato ai poveri del paese.
Quindi lasciò Corleone e si ritirò nel monastero basiliano di San Filippo d'Agira, in territorio di Enna, dove si fermò per un breve periodo. Avendo intenzione di condurre vita eremitica, passò in Calabria. Prima però volle sciogliere un voto fatto alla partenza da Corleone, recandosi a Roma in pellegrinaggio, in visita alla tomba dei santi apostoli Pietro e Paolo. Ritornato in Calabria, chiese di essere accolto nel monastero basiliano di Santa Maria di Vena, presso l'attuale Vibo Valentia, dove l'abate Cristoforo gli impose il nome di Luca. Qui condusse una vita esemplare ed austera, fatta di umiltà e di obbedienza, non cessando mai di pregare e digiunare.
Alla morte di frate Cristoforo, gli fu affidata la guida della comunità, divenendone abate. Sotto la sua guida la comunità si accrebbe sempre di più; fondò altri conventi, adunando sotto la sua personale disciplina circa cento frati. L'elevatezza del suo sentimento religioso, la fama della sua santità e la vigoria fattiva del suo spirito si diffusero in tutta la regione, dando un impulso non indifferente al rinnovamento della sua nuova patria, la Calabria; a lui accorrevano quanti erano nel bisogno dello spirito e del corpo, ottenendo per mezzo della sua preghiera, grazie e guarigioni. Morì all'età di cento anni, dopo ottanta anni di vita monastica. Subito dopo la morte, per le sue eccelse virtù, venne proclamato santo e il suo culto si diffuse prima in tutta la Calabria, e quindi anche in Sicilia ormai libera dal dominio dei musulmani. I corleonesi vollero chiamare il loro Santo concittadino Leoluca, unendo al nome di battesimo Leone, quello monacale di Luca. Nel 1575, in occasione della peste che colpì la Sicilia, i suoi concittadini lo proclamarono Patrono e Protettore della città di Corleone. Questo santo invoca la fede popolare contro ogni male che possa arrecare danno alla città. Sia che si tratti di cataclismi naturali, terremoti, pestilenze e carestie o di eventi voluti dall’uomo, guerre ed invasioni straniere, ogni corleonese rimane incrollabilmente sicuro che invocare San Leoluca significa che la città possa passare indenne attraverso ogni calamità.
La festa di San Leoluca si celebra il 1° marzo, mentre l’ultima domenica di maggio si ricorda il miracolo operato dal Santo, che nel lontano 27 maggio 1860 apparve alle porte della città, risparmiando Corleone dall’assedio delle truppe borboniche.

Autore: Irene Stassi

 


 

IL RACCONTO AGIOGRAFICO
Santo monaco italo-greco vissuto tra il IX-X secolo, Leone Luca nacque a Corleone di Sicilia (Non Corleone di Calabria, come vuole il Di Meo, Annali, pp. 128-129) da Leone e Teotiste, contadini e pastori. Ancora in giovane età rimase orfano di entrambi i genitori, abbandonò i lavori agresti ed entrò novizio nel monastero di S. Filippo di Agira, dove ricevette la prima tonsura da un anziano monaco e il consiglio di emigrare in Calabria a causa della violente incursioni dei Saraceni in Sicilia. Raggiunta la Calabria, incontrò una pia donna, alla quale manifestò le tribolazioni dell’animo suo e le domandò un consiglio sul da farsi. E fu proprio tale donna che lo indusse ad abbracciare la vita monastica cenobitica. Quindi, mentre ad Agira aveva ricevuto la prima tonsura monastica e il consiglio di ricercare la quiete contemplativa in Calabria, perché non ancora devastata dalle scorrerie dei Saraceni; qui, invece, ricevette, da una savia donna, il consiglio di abbracciare la vita monastica cenobitica. Dopo la peregrinatio ad limina Apostolorum si stabilì in Calabria, nel monastero sui monti Mula, divenendo discepolo dell’igumeno Cristoforo (erroneamente identificato con Cristoforo di Collesano), che lo rivestì dell’abito monastico e gli cambiò il nome in Luca. Fondarono insieme un monastero nel territorio di Mercurio e un altro in quello di Vena e in quest’ultimo dimorarono fino alla morte. Designato igumeno del monastero di Vena dallo stesso Cristoforo morente, vi esplicò una funzione taumaturgica polivalente (guarì un lebbroso, dei paralitici e indemoniati). In punto di morte designò suoi successori Teodoro ed Eutimio, suoi discepoli. Dal monastero di Vena, dove morì, fu traslato, in seguito, a Monteleone in Calabria, dove fu eretta in suo onore la Chiesa Madre.

LA LINGUA DELLA TRADIZIONE MANOSCRITTA
C’è chi  ipotizza che la Vita di Leone Luca sia stata scritta in Calabria.  Ma, su quali basi poggia tale congettura?  Fino ad ora sono stati rinvenuti solo manoscritti in latino e in nessuno di essi si fa riferimento ad una stesura in Calabria. Oltre a ciò qualcuno rivaluta pure l’originaria stesura in greco dell’agiografia di Leone Luca. Ma, allo stato attuale delle ricerche non è stato rinvenuto alcun manoscritto agiografico in greco su Leone Luca di Corleone, né la BHG registra Leone Luca di Corleone. Se ci fosse stata un’originale stesura in greco dell’agiografia di Leone Luca di Corleone, la BHG non l’avrebbe, forse, registrata? Basta la presenza di antroponimi greci (quali ad es. Leone, Teotiste, Cristoforo, Teodoro, Eutimio) a postularne la stesura in greco? Quanto al cronotopo (secc. IX-X e ambientazione generale nella Calabria bizantina) non è detto che l’agiografia sia stata composta subito dopo la morte del santo e in Calabria, ma potrebbe essere stata tramandata oralmente e poi scritta in epoca successiva in altro luogo. Non abbiamo testimonianze attendibili al riguardo. E ancora, se la Vita fosse stata scritta poco dopo o subito dopo la morte del santo, perché escluderne la stesura in latino? Infine, se mai ci fu un testo in greco, come si può affermare che la tradizione in latino sia una versione di quella in greco, come qualcuno vuole? Non si può pensare a due tradizioni indipendennti: quella in latino e quella in greco (se mai ci fu)? Troviamo rischioso parlare di originale in greco e di versione in latino? In mancanza di dati certi è possibile solo formulare ipotesi, partendo da una valutazione puntuale di ciò che è stato rinvenuto fino ad ora. Fino a quando non si troverà un testo in greco (potrà essere l’originale?), non si può affermare con certezza che l’originale fosse in greco e che questa in latino sia, invece, una versione e non l’originale.
Allo stato attuale delle ricerche è stato rinvenuto in latino, il testo della Vita di Leone Luca di Corleone e pubblicato nel 1657 dal gesuita siracusano Ottavio Gaetani, il quale precisava di averlo ricavato da tre manoscritti: uno conservato a Palermo, un altro a Mazara e un terzo a Corleone. Qualche anno dopo i Bollandisti pubblicarono un’altra Vita, pure in latino, rinvenuta nella biblioteca di Giuseppe Acosta. I tre manoscritti rinvenuti a Roma sono conservati rispettivamente: due nella Biblioteca Vallicelliana e uno nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Quindi, il testo della Vita di Leone Luca è stato pubblicato in latino da entrambi gli editori, che, però non danno notizie della lingua dei codici utilizzati, tuttavia, i Bollandisti dicono di averla redatta primaevo stylo. E’ certo che la BHL 4842 riporta l’incipit e il desinit della Vita pubblicata dai due editori mentre la BHG non registra Leone Luca di Corleone. Nei due editori identico è il racconto ma il dettato è differente in quanto, dal punto di vista stilistico i Bollandisti, come si diceva, aderirono al primaevo stylo, mentre, invece, il Gaetani modificò stylo paululum cultiore.
 
IL SUCCESSORE O I SUCCESSORI DI LEONE LUCA ERANO SUOI DISCEPOLI ?
Leone Luca fu nominato successore e igumeno dal morente Cristoforo, che gli affidò la cura pastorale del pusillum gregem, mentre Leone Luca, avendo fatto fruttificare –nel corso del suo igumenato- il talento affidatogli, assegnò, in punto di morte, la reggenza del monastero al discepolo Teodoro, cui ne affiancò in aiuto un altro di nome Eutimio. Entrambi (erano suoi discepoli dal momento che Leone Luca era igumeno dello stesso monastero) assieme a tutti gli altri confratelli e discepoli del santo, attesero pure alle esequie del maestro.  La tradizione manoscritta e i due editori (il Gaetani e i Bollandisti) concordano nel sostenere che i successori di Leone Luca, essendo cresciuto il numero dei monaci del monastero, fossero: Teodoro ed Eutimio, quest’ultimo affiancava il primo nel peso della direzione e della guida del monastero, proprio in virtù del consistente numero dei monaci, già evidenziato dall’agiografo.
Dunque mentre Leone Luca aveva affiancato a Teodoro un altro monaco: Eutimio, affinché lo aiutasse nel difficile compito assegnatogli: quello di pastore ed erede; Leone Luca, invece, aveva retto l’igumenato da solo, così come si evince dalle parole di Cristoforo, suo maestro, che, in punto di morte, lo aveva nominato suo successore. Infatti, a differenza di Leone Luca, Cristoforo pronunzia solo un nome, appunto quello di Leone Luca come suo erede, invece quest’ultimo, come abbiamo detto, ne pronunzia due, quello di Teodoro ed Eutimio. Inoltre, dal momento che Leone Luca era l’igumeno del monastero, in cui vivevano anche Teodoro ed Eutimio, si evince che questi ultimi fossero suoi discepoli.  Quindi Teodoro ed Eutimio diventano per esplicito volere del Maestro e igumeno, in punto di morte, suoi successori (o meglio pastori del gregge), inoltre il ruolo di Leone Luca (dopo la morte dell’igumeno Cristoforo e fino alla sua stessa morte) era stato quello di igumeno e Maestro (ruolo che ha detenuto, appunto, fino alla sua stessa morte) conseguentemente il ruolo di Teodoro ed Eutimio e di tutti i monaci dello stesso convento è quello di discepoli del santo.
Leone Luca inizia il suo ministero pastorale con due pabula, sia per alimentare nei suoi confratelli la carità, sia per esortarli a sfuggire i pettegolezzi. Li riportiamo per amore di completezza: un tempo, essendo un frate rimasto da solo e con un solo pane nel monastero, poiché gli altri erano usciti per lavorare, vide arrivare alcuni cacciatori stanchi e affamati, che gli chiesero del cibo. Mosso da carità verso il prossimo, non esitò a donare loro quell’unico pane, che aveva e qualche mela. Rimasto a digiuno, per tutto il giorno faticò nei lavori domestici fino a sera, quando, stanco e affamato, aperto l’uscio della sua cella, vi trovò tre pani caldi e bianchi, mandatigli da Dio in premio della sua generosità verso i cacciatori. L’altro episodio, narrato da Leone Luca, risale al tempo dell’igumeno Cristoforo, quando un confratello aveva offeso un umile. Per espiare la colpa del suo pettegolezzo si sottopose ad una rigida penitenza: soffrì per venti giorni e venti notti  nudo il freddo sui monti di Mormanno. Ma un giorno, per sfuggire ad alcuni cacciatori proprio a causa della sua nudità, si immerse, per pudore, nell’acqua gelida fino al collo. Quale che sia la natura dei due episodi -veri o inventati-, rimane sicuro solo il loro intento pedagogico. Ed è proprio tale intento didascalico che conferma le nostre asserzioni: Leone Luca è il maestro e i confratelli sono discepoli (ivi compresi Teodoro ed Eutimio, designati suoi successori e precisamente :il secondo quale aiuto del primo).

L’ISTRUZIONE DI LEONE LUCA
A nostro avviso, gli episodi narrati non ci sembrano un buon motivo per rivalutare l’ipotesi dell’istruzione di Leone Luca in quanto entrambi tali episodi si basano sulla tradizione orale e sul ricordo. Proprio per questo crediamo che o Leone Luca li avrebbe vissuti in prima persona, o li avrebbe visti e in questo caso sarebbe testimone oculare, o li avrebbe egli stesso appresi dall’igumeno Cristoforo, al tempo del quale proprio uno dei due episodi, come si diceva, risale. Proprio la tradizione orale, cui Leone Luca fa affidamento per esporre i due episodi a scopo didascalico ai suoi confratelli discepoli, non può provare, secondo la nostra opinione, che il santo fosse istruito. Crediamo, invece, che, pur essendo presente, all’inizio della Vita, il riferimento all’educazione impartita dai genitori al figlio, essa vada interpretata, secondo noi, come invito ad una condotta morigerata e come segno di umiltà nei costumi. Infatti, proprio il passo iniziale dell’agiografia di Leone Luca, indica lo spregio per gli studi profani. Non sappiamo se Leone Luca sapesse leggere e scrivere tanto da accostarsi alla lettura e quindi allo studio delle Sacre Scritture, del Salterio e dell’innologia guidato, in quest’applicazione, da un maestro. Nè sappiamo come avvenne l’educazione religiosa impartitagli da Cristoforo. Possiamo ipotizzare –ma solo ipotizzare, in considerazione della mancanza di qualsiasi riferimento al libro manoscritto nella Vita e al suo uso-, che gli insegnamenti fossero impartiti oralmente e che lo stesso Leone Luca si facesse istruttore di insegnamenti (mediante pabula) da lui stesso impartiti oralmente. Ricordiamo che nelle ll. 91-95 della Vita, cfr. p. 127 dell’ed. da noi curata, si riscontra pure un altro indizio che lascia congetturare la conoscenza evangelica di Leone Luca prima di abbracciare la vita monastica. Ma, -non possiamo fare a meno di chiederci- come avvenne tale conoscenza? Mediante l’approccio diretto con il libro manoscritto (ma di questo non c’è menzione nella Vita), o per insegnamenti impartiti oralmente (ad Agira e dall’igumeno Cristoforo)?

LA CRONOLOGIA
La Vita  di Leone Luca non reca un’esplicita datazione del santo, però, sono presenti alcuni elementi interni, che, uniti alle precisazioni dei due editori, lasciano la possibilità di ricostruire la seguente cronologia:  Gaetani afferma :Anni Chr. 915. I Martii ; i Bollandisti, invece, più cautamente  dicono : Circa Annum DCCCC I Martii  e più avanti Floruit S. Leo Lucas saeculo Christi nono e Sicilia dimissus antequam ea ab Saracenis occuparetur, quod factum est sub finem Imperii Michaelis Balbi anno DCCCXXIX extincti. Mettendo in correlazione questi dati con altri elementi interni del racconto, se ne ricostruisce la seguente cronologia i cui riferimenti di base sono: il dies natalis (posto dal Gaetani nel 915) e il consensus codicum editorumque  nel fissare il dies natalis al suo centesimo anno d’età. Se ne desume, pertanto,   che la nascita del santo sarebbe avvenuta nell’815.  Da ciò ne consegue che: la tonsura e investitura monastica sui monti Mula da parte dell’igumeno  Cristoforo, all’età  di venti anni, sarebbe avvenuta nell’83; i 6 anni di permanenza nel monastero sui monti Mula, lasciano desumere che all’età di 26 anni, quindi tra l’841/42, se ne sarebbe allontanato per edificare altri due monasteri assieme all’igumeno Cristoforo; i 7 anni dell’edificazione del monastero in territorio di Mercurio lasciano desumere che esso sarebbe stato ultimato tra l’848/49, quando Leone Luca avrebbe avuto 33 anni; i 10 anni di permanenza di Leone Luca assieme all’igumeno Cristoforo nel monastero in territorio di Vena, cioè fino alla morte di padre Cristoforo, lasciano desumere che essa sarebbe avvenuta intorno all’858/59, quando Leone Luca avrebbe avuto 43 anni; la durata dell’incarico di igumeno dell’abbazia di Vena fino alla sua morte, avvenuta alla veneranda età di 100 anni, lascia desumere che sarebbe stato igumeno del monastero di Vena per 57 anni, appunto dalla  morte di padre Cristoforo alla sua, che il Gaetani fissa al 915.

IL QUADRO STORICO    
Se crediamo che Leone Luca sia morto nel 915 (come vuole il Gaetani), a cento anni (come vuole la tradizione manoscritta, accettata dagli editori), è comprensibile che la data di nascita sia l’815. A queste coordinate aggiungiamo i seguenti particolari, presenti nella narrazione: se consideriamo che a 20 anni avrebbe ricevuto l’investitura monastica sui monti Mula e se mettiamo in rapporto l’appellativo datogli dal Gaetani al momento del suo esodo dalla Sicilia (adolescens) e dai Bollandisti al momento del suo arrivo in Calabria (beatissimus puer) possiamo attribuirgli un’età di 17/18 anni al momento del suo esodo dalla Sicilia e fissarlo quindi all’832/33, accordandoci in questo con il Ménager. Cosa spingeva Leone Luca ad allontanarsi dalla Sicilia? Quale la situazione storica nella Sicilia del periodo? Nel sec. IX sopraggiungeva l’invasione araba con la caduta di Mazara nell’827, cui seguiva la caduta di Palermo e nel decennio seguente veniva conquistata tutta la valle di Mazara, dove gli Arabi fondarono le loro colonie. Nell’841-59 fu conquistata la Valle di Noto e infine, nell’843-902 la Valle di Demone. Dopo Taormina (902), con la caduta di Rametta (965), ultimo baluardo bizantino, ormai tutta la Sicilia era in mano agli Arabi. Nella Vita di Leone Luca quindi gli Arabi sono la minaccia incombente. Crediamo pertanto che sia usato anacronisticameente e/o allegoricamente il termine Vandali nella Vita in ricordo, forse, delle scorrerie vandaliche dei secoli precedenti con le quali quelle degli Arabi sono probabilmente paragonate per ferocia e crudeltà: i Vandali, sotto Genserico, invasero l’isola nell’autunno del 461, nella primavera del 462 e nuovamente nel 463. Una nuova scorreria vandalica in Sicilia fu respinta nel 465 da Marcellino, che, però, fu assassinato nel 468, anno in cui essi si insediarono definitivamente nell’isola. Il trattato di Genserico e Odoacre, che non pare essere anteriore al 24 agosto del 476 (rivolta di Odoacre) né posteriore al 24 gennaio del 477 (morte di Genserico), legalizza, infatti, l’autorità di Genserico su tutta la Sicilia. Il dominio vandalico nell’isola durò fino agli ultimi anni del 533 o i primi del 534, quando la Sicilia fu occupata dai Goti.
    Il termine «Agareni», presente nella Vita di Leone Luca di Corleone,  qualche studioso lo paragona erroneamente a quello presente anche nella Vita di Luca di Dèmena, dov’«è accompagnato dalla specificazione qui et Sarraceni dicuntur». Lo studioso afferma che «la specificazione sembrerebbe risalire al traduttore, dato che non trova riscontro negli altri monumenti dell’agiografia storica italo-greca conservatisi in lingua originale».


Autore:
Mariuccia Stelladoro

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Aggiunto il 2010-08-18

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