Il 10 novembre 2002 nella cattedrale di Scutari in Albania, si è aperto il processo diocesano per 40 martiri, testimoni della fede, uccisi quasi tutti durante la persecuzione comunista, fra i quali tre gesuiti, padre Giovanni Fausti italiano, padre Daniel Dajani e fratel Gjon Pantalia albanesi. Gjon (Giovanni) Pantalia era un albanese del Kosovo, nacque a Prizzan il 2 giugno 1887; la famiglia era di modeste condizioni e da parte della madre egli era cugino di Madre Teresa di Calcutta. Da ragazzo e adolescente lavorò come fattorino nel bazar di Prizzen; nel 1906 a 19 anni entrò nella Compagnia di Gesù e fece il Noviziato in Italia a Soresina in provincia di Cremona; benché i Superiori volessero che continuasse gli studi per diventare sacerdote, Gjon Pantalia umilmente volle restare semplice Fratello Coadiutore. E come spesso accade, che i più umili diventano il fulcro della Comunità in cui vivono, fratel Pantalia divenne l’animatore di tutte le attività sociali e culturali del Collegio, uomo chiave dell’Istituto dei Gesuiti di Scutari intitolato a S. Francesco Saverio, che fu vivaio di futuri sacerdoti, avvocati, politici, insegnanti. Le sue mansioni erano molteplici, professore, consigliere pedagogico, animatore teatrale, direttore del coro e dell’orchestra, compositore, scrittore e direttore spirituale. Salvò dagli arresti molti suoi alunni albanesi, che erano ricercati prima dalle truppe italiane occupanti l’Albania e poi da quelle tedesche. Fu impegnato anche se strettamente sorvegliato, a mettere al sicuro gli oggetti di valore del Collegio e per trovare avvocati che accettassero di difendere i sacerdoti arrestati durante la successiva persecuzione dei comunisti, che dal 1945 presero di mira anche i gesuiti. Badò che le attività scolastiche potessero proseguire il meglio possibile, facendo così indispettire sempre più il regime rosso e ateo; rancore che aumentò dopo l’arresto di padre Giovanni Fausti e del rettore padre Daniel Dajani, perché fratel Pantalia appariva più che mai come il responsabile morale della Compagnia di Gesù. Per evitare reazioni, venne così arrestato con discrezione nell’ottobre del 1946, subì torture come bastonate, corrente elettrica, schegge di legno nelle unghie, ecc. Poi venne rinchiuso nel convento francescano di Gjudahol, trasformato in prigione, la sua cella era ubicata accanto alla chiesa, ma era ammalato e ridotto male per i maltrattamenti subiti. Nonostante ciò tentò di evadere, ma debole com’era, nel tentativo di fuggire cadde da una finestra e si spezzò le gambe; fu lasciato soffrire per mancanza di cure e tra atroci dolori, la morte sopraggiunse il 31 ottobre 1947.
Autore: Antonio Borrelli
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Aggiunto il 2005-01-22
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