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Beato Odoardo Focherini Laico

24 dicembre

Carpi, Modena, 6 giugno 1907 Hersbruck, Germania, 24 dicembre 1944


Ha impiegato più la Chiesa ad accertare che la sua morte è avvenuta “in odium fidei” ed a riconoscerlo martire, che non  le Comunità Israelitiche italiane a concedergli la Medaglia d’Oro (nel 1955) o la Commissione dello Yad Vashem a conferirgli il titolo di “Giusto tra le nazioni” (nel 1969). Infatti, la causa di beatificazione di Odoardo Focherini  è stata avviata solo nel 1996, anche se poi è proceduta speditamente, tanto da poter arrivare già a maggio di quest’anno al riconoscimento del martirio, che il prossimo 15 giugno lo porterà sugli altari. E così l’Azione Cattolica, che quest’anno ha già visto la beatificazione di Giuseppe Toniolo, nel 2013 sarà di nuovo in festa per un altro suo beato, perché Focherini ne è stato anche presidente diocesano.  Di famiglia originaria del Trentino, ma per adozione modenese a tutti gli effetti, Odo (come familiarmente chiamato) è una splendida figura di laico, marito e padre, che paga con la vita la sua coerenza cristiana. Per vivere fa l’assicuratore, per apostolato è giornalista (collabora con l’Osservatore Romano e con Avvenire, di cui è anche segretario amministrativo), a tempo pieno è marito affettuoso e padre premuroso di sette figli; sempre, in ogni condizione  e stato di vita, è cristiano esemplare. A 17 anni è già responsabile dell’oratorio che prima aveva frequentato, promotore del giornale per ragazzi  l”Aspirante” e responsabile di Azione Cattolica. Ha un direttore spirituale stabile e si forma a ideali grandi, capaci di dare senso alla vita. A 18 anni si fidanza con Maria Marchesi e la sposa a 23: gli regalerà sette figli che saranno il suo orgoglio e lo scopo della sua vita. Comunque, non al punto da fargli dimenticare i suoi impegni di apostolato attivo, in primo luogo in parrocchia e poi con la carta stampata, che cerca in qualche modo di conciliare con i suoi impegni di agente della Società Cattolica di Assicurazione. In tempo di guerra, insieme alla moglie, mette su una postazione “casalinga” per aiutare la gente a mantenere i contatti con i soldati al fronte, ma eroe lo diventa per caso, o meglio ancora per conseguenza, solo nel 1942. Un giorno si vede affidare un gruppetto di ebrei polacchi dal direttore di Avvenire, che li ha avuti a sua volta in consegna dal vescovo di Genova, con il preciso incarico di provvedere al loro espatrio, in modo da evitare la loro deportazione. Riesce a procurar loro documenti contraffatti ed a far varcare loro il confine della Svizzera. Da quel giorno si perfeziona nella falsificazione di documenti, riuscendo così a salvare la vita a 105 ebrei. All’ultimo, Enrico Donati, porta i documenti in ospedale, a Carpi, ma all’uscita viene prelevato dal segretario del Fascio e accompagnato in questura, a Modena, l’11 marzo 1944. Non ne uscirà più, se non per essere rinchiuso in carcere. Viene sottoposto ad un solo interrogatorio e, come prova a suo sfavore, gli viene contestata una lettera, in cui afferma di interessarsi “degli ebrei non per lucro, ma per pura carità cristiana”. Sarà il suo unico capo d’accusa, in conseguenza del quale viene trasferito il 5 luglio nel campo di concentramento di Fossoli, successivamente in quello di Gries, vicino Bolzano. Di questo periodo restano ben 166 lettere indirizzate alla moglie ed ai genitori che riesce a far passare sotto il naso dei tedeschi, facendole arrivare a destinazione evitando la censura: in esse nessun cedimento, nessuna recriminazione per la sua attività clandestina che ha determinato il suo arresto, piuttosto una constatazione: “Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, cosa fanno patire agli Ebrei, non rimpiangeresti se non di non averne salvati in numero maggiore”. Sereno sempre, anche se provato nel fisico dalle fatiche, aiuta come può i compagni di prigionia e sono in molti ad affermare di aver avuto salva la vita grazie a lui. Lo trasferiscono prima a Flossemburg, nella Baviera Orientale, poi nel sottocampo di Hersbruck, dove muore a 37 anni il 27 dicembre 1944. Ad assisterlo nei momenti estremi Teresio Olivelli (del quale pure è stata avviata la causa di beatificazione e che Odo aveva salvato da morte certa, sfamandolo di nascosto, ovviamente togliendosi il pane di bocca), che prima di morire a sua volta nello stesso campo avrà il tempo di trasmettere le ultime parole dell’amico: “Dichiaro di morire nella più pura fede cattolica apostolica romana e nella piena sottomissione alla volontà di Dio, offrendo la mia vita in olocausto per la mia Diocesi, per l’Azione Cattolica, per il Papa e per il ritorno della pace nel mondo”.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Con il passare del tempo, ci si rende conto come alla grande strage programmata dai tedeschi di Hitler, contro il popolo ebraico europeo, vanno affiancate nella luce del martirio e della carità cristiana estrema, tante belle figure di sacerdoti, religiosi, laici, che spesero la loro vita nell’aiuto concreto ai perseguitati di quel triste periodo della storia d’Europa.
Alcuni sono già stati proclamati santi e beati dalla Chiesa, come ad esempio s. Massimiliano M. Kolbe conventuale francescano; la beata Edith Stein carmelitana, il beato Bernardo Lichtenberg sacerdote diocesano, ecc., ma tanti altri sono avviati al riconoscimento ufficiale del loro martirio e della loro santità nello stesso contesto e fra questi vi è il Servo di Dio Odoardo Focherini, laico e padre di famiglia italiano.
Odoardo nacque il 6 giugno 1907 a Carpi (Modena), ebbe tre fratelli, frutto dei due matrimoni del padre Tobia Focherini con Maria Bertacchini defunta nel 1909 e poi con Teresa Merighi, che gli fece da mamma.
I genitori erano originari della Val di Sole nel Trentino, emigrati nella Val Padana, dopo la chiusura delle miniere di Fucine; a Carpi il padre aprì un negozio di ferramenta, nel quale collaborò anche Odoardo dopo le scuole elementari e tecniche.
Frequentò come tanti ragazzi carpigiani la vita dell’oratorio, dove incontrò don Armando Benatti apostolo della gioventù, che si occupò dei suoi studi e della sua formazione religiosa e poi don Zeno Saltini avvocato-sacerdote, fondatore di Nomadelfia, che gli inculcò l’interesse per la vita pubblica e sociale.
Nel 1924 non ancora ventenne fu tra i fondatori de “l’Aspirante”, il primo giornale cattolico per ragazzi, che divenne mezzo di collegamento nazionale per i ragazzi d’Azione Cattolica in Italia.
Durante una vacanza in Val di Non (Trento), vicino alla valle di origine dei suoi genitori, Odoardo conobbe Maria Marchesi (1909-1989) della quale si innamorò, i due giovani uniti dalla stessa visione cristiana della vita, si sposarono il 9 luglio 1930; dalla felice unione nacquero sette figli.
Si occupò nella Società Cattolica di Assicurazioni di Verona il 1° gennaio 1934, con il ruolo di ispettore per le zone di Carpi, Ferrara, Udine e Pordenone; il suo poco tempo libero era dedicato ad attività apostoliche, come conferenze sociali e religiose, congressi eucaristici diocesani, filodrammatica e guida di una società ciclistica.
Nel contempo in quegli anni promosse il movimento degli scout a Carpi; fu cronista attento e scrupoloso per la diocesi di Carpi presso ”L’Avvenire d’Italia” e altre testate; continuò senza interruzione il suo impegno nell’Azione Cattolica, nel 1928 era presidente della Federazione Giovanile Maschile, membro della Giunta Diocesana di A. C.; nel 1934 era presidente della Sezione Uomini e nel 1936 era Presidente dell’Azione Cattolica diocesana.
L’apostolato della stampa lo coinvolse fino al punto di accettare nel 1939 un altro incarico importante, amministratore de “l’Avvenire d’Italia” nell’allora sede di Bologna, sorretto dalla fede in Dio e dalla fraterna amicizia di Raimondo Manzini, che ne era il direttore.
Il papa Pio XI nel 1937, gli concesse la croce di Cavaliere di S. Silvestro. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e con l’entrata nel conflitto dell’Italia nel giugno 1940, Odorado Focherini organizzò con altri, presso la curia vescovile di Modena e Carpi e presso la sua abitazione di Mirandola, un ufficio di contatto con i soldati al fronte o dispersi.
Nel 1942 il direttore Manzini gli affidò l’incarico di mettere al sicuro alcuni ebrei polacchi, giunti in Italia con un treno della Croce Rossa Internazionale e inviati a Bologna dal cardinale Pietro Boetto arcivescovo di Genova.
Iniziò così da parte di Focherini, una intensa attività a favore degli ebrei, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, inizio dell’intensificazione delle deportazioni razziali, divenne una rete per l’espatrio verso la Svizzera, che salvò la vita a più di 100 ebrei.
Questa disinteressata, pericolosa attività, svolta per un paio d’anni, gli ha meritato la medaglia d’oro alla memoria, concessa dall’Unione delle Comunità Israelitiche d’Italia.
L’11 marzo 1944 si recò in visita presso l’ospedale “Ramazzini” di Carpi, dove era un ebreo di cui si conosce il nome, Enrico Donati, per organizzarne la fuga verso la Svizzera e che sarà l’ultimo da lui salvato; qui l’attese il reggente del Fascio di Carpi che lo invitò a seguirlo con urgenza dal questore di Modena.
Giunto in Questura gli venne comunicato che era in arresto e trasferito in auto al comando delle SS di Bologna e poi rinchiuso nelle carceri di S. Giovanni in Monte; solo il 17 marzo, tramite un amico giornalista a cui aveva scritto, riuscì a fra pervenire delle lettere alla sua famiglia a Mirandola ed ai genitori a Carpi.
Le lettere per il periodo della sua prigionia fino alla morte, furono ben 166 e costituiscono un prezioso documento storico e di conoscenza del suo animo profondamente cristiano e del suo legame con la famiglia.
A Bologna fu interrogato una sola volta, contestandogli una sua lettera nella quale si diceva che “lui si interessava degli ebrei, non per lucro, ma per pura carità cristiana”.
Il 5 luglio 1944 fu trasferito al campo di concentramento di Fossoli (Carpi), dove rimase un mese con agevole contatto con i familiari; il 5 agosto fu deportato nel campo di Gries (Bolzano), anche qui come a Fossoli riuscì a farsi assegnare alla posta e quindi poté scrivere e fra pervenire qualche lettera non soggetta a censura; incontrò pure a Gries l’amico Servo di Dio Teresio Olivelli (1916-1945).
Purtroppo quello che temeva si avverò, il 5 settembre 1944 ci fu un ulteriore trasferimento a Flossenburg nella Baviera Orientale, in uno dei più vasti campi di lavoro e di sterminio realizzati dai nazisti.
Dopo circa un mese, fu inviato a Hersbruck, uno dei 74 sottocampi di Flossenburg, vicino Norimberga; qui all’amico e compagno di prigionia Teresio Olivelli, dettò le ultime due lettere pervenute alla famiglia; a causa di una ferita alla gamba che gli procurò una grave setticemia, fu ricoverato nell’infemeria; assistito dall’amico che raccolse le sue ultime frasi, riferite poi ad altro prigioniero Salvatore Becciu, che poté trasmetterle alla famiglia, perché Teresio Olivelli morirà una ventina di giorni dopo nelle stesso campo; Odoardo si spense nell’infermeria di Hersbruck il 24 dicembre 1944.
La conferma della sua morte giunse ai familiari e al vescovo della diocesi, solo il 4 giugno 1945, con la testimonianza di due sopravvissuti, un sacerdote e il maggiore dei carabinieri Becciu.
Il 12 febbraio 1996 la Santa Sede ha dato il nulla osta per il processo diocesano conclusasi il 5 giugno 1998, gli atti per la sua beatificazione sono ora a Roma presso la competente Congregazione.
Nel 1969 Odoardo Focherini è stato riconosciuto ‘giusto delle nazioni’ dallo Stato d’Israele; concludiamo riportando una delle poche frasi pronunciate nelle sue ultime ore: “A tutti i miei cari… Dichiaro di morire nella più pura fede Cattolica Apostolica Romana e nella piena sottomissione alla volontà di Dio”. Il 10 maggio 2012 è stato promulgato il Decreto che lo dichiara Venerabile.
E' stato beatificato a Carpi il 15 giugno 2013 con celebrazione presieduta dal Cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
La Memoria liturgica del Beato è inserita nel calendario della regione ecclesiastica Emilia Romagna e in quello della diocesi di Carpi al 6 giugno, data di nascita.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2012-12-17

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