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Servo di Dio Giuseppe Rossi Parroco, martire

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Varallo Pombia, Novara, 3 novembre 1912 Calasca Castiglione, Verbania, 26 febbraio 1945


Senza il martirio, probabilmente, sarebbe uno dei tanti santi ”curati di campagna”, non destinati a passare alla storia, perché questa è fatta solo dai grandi. E don Giuseppe Rossi, in base a criteri puramente umani, non avrebbe diritto a rientrare tra questi, perché di grande ha solamente il cuore. Nasce a Varallo Pombia il 3 dicembre 1912, figlio di genitori che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Con il papà che fa la spola tra Francia e Germania per cercar lavoro, lui nel 1925 entra nel seminario di Arona e il 29 giugno 1937 viene ordinato prete. Poco più di un anno dopo è destinato a Castiglione Ossola, una parrocchia di montagna dai sentieri impervi e con poche centinaia di abitanti, segnata da un progressivo spopolamento, perché i giovani  vanno altrove a cercar lavoro. I problemi più grossi, però, non gli derivano dalla povertà del territorio o dal progressivo invecchiamento della popolazione, piuttosto dalla guerra, che avvelena gli animi e raziona i viveri, lasciando donne, vecchi e bambini a patire la fame. Don Giuseppe intrattiene una fittissima corrispondenza con i suoi ragazzi al fronte, per chi è rimasto fonda l’Azione Cattolica e la San Vincenzo, si spoglia del poco che ha per aiutare le missioni, ma prima di tutto non dimentica i suoi poveri. Si riduce anche a comprare il riso a borsa nera per dar loro da mangiare: lungo il giorno in canonica si cuociono vari pentoloni di minestra che poi a sera, con il favore del buio, don Giuseppe in persona distribuisce di casa in casa ai più bisognosi. Tutti in paese sanno che lui non è schierato, né a destra né a sinistra, per aver le mani libere di aiutare chiunque chieda il suo aiuto. Non si lascia coinvolgere neanche la mattina del 26 febbraio 1945, quando i partigiani tendono un’imboscata ai Muti durante la quale due di questi vengono uccisi e molti altri feriti. Destino vuole che, proprio in quel mentre, il campanile della parrocchia scocchi lentamente le nove e che quei rintocchi vengano interpretati come il segnale convenuto per i partigiani. Pur sapendo che la sua vita è in pericolo, don Giuseppe si rifiuta di fuggire per i monti insieme agli uomini e ai giovani, preferendo fare da baluardo ai più deboli, rintanati in casa in attesa della rappresaglia, che non tarda ad arrivare: i fascisti incendiano alcune case, razziando il poco che trovano e rastrellando 45 persone, per lo più donne ed anziani, sottoposti ad interrogatori e vessazioni. Come il pastore buono che all’arrivo del lupo non fugge, don Giuseppe passa dall’uno all’altro a confortare, incoraggiare, assolvere e preparare ad una morte che in quei momenti appare inevitabile, anche se più d’uno sarà poi disposto a giurare di aver sentito il loro parroco dire a mezza voce, come se parlasse a se stesso: “prima di voi ci sono io, sarò io ad essere ammazzato”.   Verso sera, inaspettatamente, tutti vengono liberati e ritornano a casa, compreso don Giuseppe. I parrocchiani allora si fanno in quattro per consigliargli di abbandonare il paese e fuggire sui monti, ma lui rifiuta, sempre appellandosi a quanto sente di essere: il pastore buono che per il gregge deve dare anche la vita, perché sa che la sua fuga esporrebbe il paese al rischio di una nuova rappresaglia. Prima di notte i fascisti tornano in canonica, lo prelevano così com’è, con le pantofole ai piedi, e lo trascinano fuori paese. Da quel momento di lui non si hanno più notizie, fino al 4 marzo, quando i parrocchiani vanno a cercare il loro prete giù nel vallone, seguendo le indicazioni di una ragazza che ha ricevuto una confidenza da uno degli assassini, perseguitato dal rimorso. Lo trovano sotto pochi centimetri di terra, in una buca scavata con le unghie, ricoperto di lividi, con il cranio sfondato e il colpo di grazia in pieno volto. Lo seppelliscono nel suo paese natale, ma nel 1991 i parrocchiani rivogliono i suoi resti, accolti come quelli di un martire nella chiesa parrocchiale. Nel 2002, infine, la diocesi di Novara dà l’avvio al suo processo di beatificazione.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Martire della carità e della libertà, così è classificato don Giuseppe Rossi, parroco della frazione di Castiglione Ossola, facente parte del Comune di Calasca - Castiglione nella nuova provincia di Verbania.
La sua figura di sacerdote e martire, s’inquadra nel fosco scenario del declino del regime fascista in Italia, in cui prese a brillare la luce della Resistenza; eccessi ci furono da ambo le parti e sia i partigiani, sia i nazifascisti in ritirata, subirono rilevanti perdite.
In mezzo finirono comunità innocenti decimate dalle rappresaglie, alcune di grande efferatezza come a Sant’ Anna di Stazzema, Marzabotto, ecc. dove le vittime furono a centinaia o migliaia, del tutto innocenti delle azioni anch’esse sanguinose dei partigiani.
In questo martirologio di donne, bambini, vecchi, bisogna includere tanti sacerdoti e parroci delle zone coinvolte, che perirono insieme ai loro fedeli che non avevano voluto abbandonare, anzi che avevano cercato di difendere accogliendoli, però inutilmente anche nelle chiese, che comunque non fermarono la ferocia dei nazifascisti.
Fra tanti eroici sacerdoti e parroci, si annovera don Giuseppe Rossi, che nacque il 3 novembre 1912 a Varallo Pombia (Novara), studiò nel Seminario di Novara e fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1937 a 25 anni.
Era un prete alto e magro con occhiali rotondi, all’ordinazione scelse una frase di s. Paolo come motto del suo ministero sacerdotale, che si rivelerà profetica: “Darò quanto ho, anzi darò tutto me stesso per le anime vostre”.
Dopo qualche incarico da Vicario, nel 1939 il vescovo lo nominò parroco di Castiglione Ossola, allora nella provincia di Novara; un anno dopo il 10 giugno 1940, l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania di Hitler; negli anni che seguirono don Giuseppe Rossi fece quello che poteva per gli angosciati fedeli della sua parrocchia.
Organizzò la Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli per i più poveri, l’Azione Cattolica per i ragazzi; aiutò con le poche risorse le missioni; i giovani partiti militari gli scrivevano da fronti lontani e lui il prevosto di quella piccola comunità, scriveva ad ognuno facendo sentire la sua presenza accanto a loro; del resto nei paesi così, il parroco o prevosto era la più alta autorità.
Sempre in giro con la bicicletta, non disdegnava di comprare il riso alla borsa nera per sfamare i suoi poveri; la sorella Maria cucinava varie ministre che poi don Giuseppe di sera, distribuiva nelle case dei bisognosi.
Dopo l’8 settembre del 1943, seguì un periodo di generale sbandamento e di grandi eventi politici e purtroppo anche tragici, molti dei giovani della Val d’Ossola, salirono sui monti dell’alta valle e si arruolarono nelle formazioni partigiane.
Nell’agosto-settembre 1944 nel territorio dell’Ossola fu istituita una Repubblica partigiana, sopraffatta dai tedeschi nella battaglia dell’ottobre 1944.
In questo periodo don Giuseppe Rossi non parteggiò per nessuno, si mantenne neutrale e prudente, soffrendo nel suo cuore di padre, di vedere i suoi figli combattersi in quella strisciante guerra civile.
Diventò il garante della popolazione davanti a tutti i contendenti. E il 26 febbraio 1945 venne il giorno del dolore; i partigiani furono informati che una colonna di fascisti appartenenti alla Brigata “Muti”, stava salendo verso Macugnaga (Verbania), allora si appostarono sulle rocce sopra Castiglione, erano in pochi, ma la strettezza della valle permetteva di fermarli con poche armi.
Nell’attacco morirono due brigatisti e altri 15 rimasero feriti, subito dopo gli uomini fuggirono dal paese, mentre le donne si chiusero in casa, alcuni uomini incitarono il parroco a seguirli, ma lui non si mosse, preferì rimanere con quelli che erano rimasti.
La reazione dei fascisti fu furiosa, ne arrivarono altri di rinforzo, bruciarono alcune case di Castiglione, rastrellarono 45 persone fra vecchi, donne e bambini, compreso il parroco che fu accusato di aver suonato le campane per segnalare ai partigiani il passaggio della colonna militare.
I fermati o meglio gli ostaggi, furono trattenuti fino a sera dopo un intero giorno di interrogatori; a tutti don Giuseppe raccomandava di avere fiducia e calma, perché lui si sarebbe sacrificato per la loro liberazione, testimoni hanno dichiarato che disse: “prima di voi ci sono io”, “sarò io ad essere ammazzato”.
Liberati, compreso don Giuseppe Rossi, tutti tornarono a casa e il parroco in canonica, dove la sorella lo scongiurò di scappare in montagna; dopo pochi minuti si ripresentarono quattro militi che l’arrestarono senza dargli nemmeno il tempo di infilare le scarpe.
I fedeli della frazione lo videro passare, poi più nulla, don Giuseppe sparì; qualche giorno dopo un manifesto fascista esprimeva ‘sincero rimpianto’ per la scomparsa del parroco; dopo otto giorni di silenzio uno dei militi fascisti si confidò con una ragazza del paese.
Lo trovarono nel vallone dei Colombetti sotto il paese, sepolto in una fossa che era stato costretto a scavare con le proprie mani; il cranio era spaccato dal calcio di un fucile, aveva ricevuto una pugnalata alla schiena e il colpo di grazia sparato in viso.
Non si seppe mai chi lo uccise, il comandante del presidio fascista di allora fu condannato nel 1946 per crimini di guerra, poi dopo aver chiesto perdono alla mamma di don Giuseppe e al parroco don Severino Cantonetti suo successore, ottenne la grazia.
Il 22 settembre 1991, i suoi resti furono traslati nella sua parrocchia di S. Gottardo di Castiglione Ossola; il 22 settembre 2002 la diocesi di Novara ha aperto il processo per la sua beatificazione; gli atti relativi, dal 17 marzo 2004, sono presso la Congregazione per le Cause dei Santi.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2011-07-06

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