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Santi Simeone Berneux, Giusto Ranfer de Bretenières, Ludovico Beaulieu e Pietro Enrico Dorie Missionari, martiri

7 marzo

† Sai-Nam-Tho, Corea del Sud, 7 marzo 1866

Monsignor Simeon-Francios Berneux, entrato nella Società Parigina per le Missioni Estere, fu nominato vicario apostolico di Corea, ove dovette affrontare il martirio con tre sacerdoti suoi confratelli: Simon-Marie-Just Ranger de Bretenières, Pierre-Henry Dorie e Bernard-Louis Beaulieu. Decapitati per avere confessato con fede intrepida ai loro persecutori di essere venuti in Corea per salvare anime in nome di Cristo, Giovanni Paolo II li ha canonizzati il 6 maggio 1984 con altri 99 martiri che effusero con il loro sangue la terra coreana.

Martirologio Romano: In località Sai-Nam-Hte sempre in Corea, santi martiri Simeone Berneux, vescovo, Giusto Ranfer di Bretenières, Ludovico Beaulieu e Pietro Enrico Dorie, sacerdoti della Società per le Missioni Estere di Parigi, che, per avere risposto fiduciosi ai loro persecutori di essere venuti in Corea per salvare le anime nel nome di Cristo, morirono decapitati.


Il 6 maggio 1984 Giovanni Paolo II canonizzò 103 martiri che effusero con il loro sangue la terra coreana. Questo numeroso gruppo comprendeva sia degli indigeni che dei missionari, e tra questi ultimi rifulge l’esempio del francese monsignor Simeon-Francios Berneux.
Questi nacque a Château-du-Loir (Sarthe, Francia) il 14 maggio 1814, divenne prete diocesano nel 1837, per poi entrare nella Società Parigina per le Missioni Estere nel 1839. Padre Berneux partì il 13 gennaio 1840 per l’Estremo Oriente. A Manila incontrò monsignor Retord, vicario apostolico della regione vietnamita del Tonchino. Il 17 gennaio 1841 monsignor Retord ed i padri Berneux, Galy e Taillandier arrivarono nel Tonchino. Dopo alcune peripezie, i missionari partirono in ordine sparso. Padre Berneux fisso la propria residenza a Yen Moi, nei pressi di un piccolo convento di suore “Amanti della Croce”. Qui si dedicò allo studio della lingua annamita. Scriveva: “Benchè non possa fare più di sei passi, che riceva la luce del sole soltanto da una piccola apertura a quindici centimetri dal suolo, e che, per scrivere, sia costretto a stendermi completamente sulla stuoia, sono il più felice degli uomini”. Pericolose minacce incombevano tuttavia sul giovane missionario, che dovette trasferirsi continuamente da un nascondiglio all’altro. Monsignor Retord prese a cuore tale situazione e chiede a Berneux e Galy di raggiungere padre Masson nella provincia di Nghe An.
La messa in sicurezza dei giovani missionari operata dal vescovo era però giunta troppo tardi: la loro presenza era già stata purtroppo denunciata a Nam Dinh, residenza del mandarino. Nella notte del Sabato Santo cinquecento soldati circondarono gli asili dei due missionari. In quella sera padre Berneux aveva ricevuto alcune confessioni, che amava definire così: “Erano, dice, gli albori del mio apostolato in terra annamita, furono anche la fine. I disegni di Dio sono impenetrabili, ma sempre degni di essere adorati”.All’alba della festa di Pasqua, appena terminata la celebrazione quotidiana della Messa, i soldati invasero la capanna e lo catturarono. “Provai una grande gioia - scrisse più tardi - quando mi vidi trascinato, come fu trascinato un tempo il nostro adorabile Salvatore, dall’Orto degli Ulivi a Gerusalemme”. Venne immediatamente sequestrato con padre Galy. Chiusi in gabbie ed incatenati, furono portati a Nam Dinh, ove si dimistrarono lieti di poter manifestare la loro fede in Gesù Cristo. “Qui - dissero i pagani - quando si porta la catena si è tristi, ma voi perchè sembrate tanto contenti?”. “E’ che, - rispose padre Berneux - noi che seguiamo la vera Religione, che è quella di Gesù, possediamo un segreto che voi non conoscete. Questo segreto cambia il dolore in gioia. E’ perché vi amiamo che veniamo ad insegnarvelo”. Il segreto a cui alludeva il missionario è la luce della fede, fonte di speranza e di gioia.
Ebbero ben presto inizio gli interrogatori. Il mandarino sperava di ottenere qualche denuncia, ma padre Berneux non tradì nessuno di coloro che lo avevano aiutato a nascondersi. Fatti entrare tre giovani Annamiti cristiani che erano stati imprigionati, il mandarino affermò: “Ecco uomini che stanno per morire. Consigliate loro di abbandonare la vostra religione per un mese. Potranno, in seguito, praticarla nuovamente e saranno sani e salvi tutti e tre”. Ma padre Berneux rispose: “Mandarino, non si incita un padre ad immolare i propri figli; e lei vorrebbe che un sacerdote della Religione di Gesù consigliasse l’apostasia ai propri cristiani?” e girandosi verso i neofiti: “Amici, un solo consiglio: pensate che le vostre sofferenze stanno per finire, mentre la felicità che vi attende in Cielo è eterna. Siatene degni con la vostra costanza”. “Sì, Padre!” promisero. “Che cos’è dunque quest’altra vita di cui parlate loro? Tutti i cristiani hanno dunque un’anima?” chiese sogghignando il mandarino. “Sicuramente, ed anche i pagani ne hanno una. Ne avete una anche voi, mandarino”.Il 9 maggio 1841 padre Berneux fu trasferito nella prigione di Hué, capoluogo dell’Annam. Ripresero gli interrogatori: “Calpestate questa croce!”. “Quando si tratterà di morire – esclamò – presenterò la testa al carnefice. Ma quando mi ordinerete di rinnegare il mio Dio resisterò sempre”. “Vi farò picchiare a morte!” minacciò il mandarino. “Picchiate, se volete!”. Il 13 giugno il mandarino decise di mettere in pratice le proprie minacce. Padre Berneux reagì esclamando: “Che gioia poter soffrire per il nostro grande Dio!”L’8 ottobre i padri Berneux e Galy appresero con gioia la notizia della loro condanna a morte. Il 3 dicembre 1842 la firma regale confermò la sentenza del tribunale. Ma improvvisamente si verificò un colpo di scena: il 7 marzo 1843 un comandante di corvetta francese, appreso lo stato di prigionia dei cinque suoi compatrioti, ne esigette la liberazione.
Riacquistata dunque la libertà, nell’ottobre del 1843 padre Berneux venne inviato in Manciuria, provincia della Cina settentrionale. Qui lavorò per dieci anni, malgrado gravi problemi di salute causati da tifo e colera. Il 5 agosto 1854 il pontefice Pio IX lo promosse a vicario apostolico della Corea. “La Corea – scrisse il neovescovo – terra di martiri, come rifiutare di andarvi!”.
Accompagnato da due sacerdoti missionari, monsignor Berneux s’imbarcò a Shanghai il 4 gennaio 1856. Giunto a destinazione e soddisfatto d’aver eluso la vigilanza dei guardacoste che li avrebbero puniti con la pena di morte, il vescovo si mise subito all’opera: imparò innanzitutto la lingua coreana, dopodiché intraprese la visita ai cristiani del luogo, tanto a Seul quanto nelle campagne e sulle montagne, quindi la fondazione di un seminario, l’apertura di scuole per giovani e di una tipografia.Monsignor Berneux desiderò provvedere anche all’avvenire della missione, provvedendo a designare come suo successore monsignr Daveluy con l’assenso della Santa Sede.
Nonostante condizioni di apostolato molto dure, quali clandestinità, estrema povertà e periodiche persecuzioni locali, sotto la direzione di monsignor Berneux il numero dei battezzati, che ammontava nel 1859 a 16700, raggiunse nel 1862 i 25000.
Ma una congiura di palazzo avvenuta nel 1864 e la minaccia di un attacco russo contro la Corea nel gennaio 1866, portarono ad interrompere l’opera apostolica dei missionari ed a risvegliare l’odio nei confronti dei cristiani. Il 23 febbraio 1866 penetrarono nella casa del vescovo cinque uomini. “Siete europeo?” chiese il capo. “Sì, ma che venite a fare qui?”. “Per ordine del re veniamo ad arrestare l’europeo”. “Sia pure!” E lo portarono via senza neppure legarlo. Il 27 delo stesso mese monsignor Berneux comparve davanti al Ministro del Regno e a due Giudici Supremi, che gli domandarono come fosse entrato in Corea ed in compagni di chi. “Non chiedete questo al vescovo!” rispose loro monsignor Berneux. “Se non rispondi, possiamo, secondo la legge, infliggerti molti tormenti”. “Tutto quel che vorrete, non ho paura”.Dal 3 al 7 marzo monsignor Berneux subì quotidianamente degli interrogatori nel cortile della Prigione dei Nobili, al centro del quale venne legato ad una sedia di legno. Il “Giornale della Corte” riportò che la tortura veniva inflitta al vescovo ad ogni interrogatorio, per lui “la tortura è stata fermata al decimo, o all’undicesimo colpo” e ciò significa che gli sarebbero stati sferrati dei colpi dieci o undici volte, con tutta la forza, sul davanti delle gambe, con un bastone a sezione triangolare della grossezza della gamba di un tavolo. Il vescovo rimaneva silenzioso, emettendo soltanto ad ogni colpo un lungo sospiro. Incapace di muoversi da solo, lo si doveva riportare nella sua cella, ove poi le gambe senza più carne venivano ricoperte con una carta oleata.Nel frattempo furono arrestati e sottoposti ad interrogatori e torture anche alcuni confratelli e compatrioti del vescovo, appartenenti alla medesima congregazione: si tratta dei sacerdoti Simon-Marie-Just Ranger de Bretenières (nato a Châlon-sur-Saône, Saône-et-Loire, il 28 febbraio 1838), Pierre-Henry Dorie (nato a St-Hilaire-de-Talmont, Vendée, il 23 settembre 1839) e Bernard-Louis Beaulieu (nato a Langon, Gironde, l’8 ottobre 1840).
Il 7 marzo il “Giornale della Corte” citò così monsignor Berneux ed i suoi tre compagni: “Quanto ai quattro individui europei, che siano consegnati all’autorità militare per essere decapitati, e che le loro teste rimangano sospese, affinché ciò serva di lezione alla moltitudine”.
Uscendo dalla prigione per l’esecuzione il vescovo esclamò: “Così moriamo in Corea: è una buona cosa!” ed alla vista della folla ammassata sospirò: “Dio mio, quanto sono da compiangere questi poveretti!”. Il vescovo approfittò di ogni sosta effettuata durante tale viaggio per parlare del Paradiso ai suoi tre compagni di supplizio. Il luogo scelto per l’eccidio fu una grande spiaggia sabbiosa, lungo il fiume Han. I quattrocento soldati formarono un cerchio e vi piantarono un palo al centro. Il mandarino ordinò che i condannati fossero portati dinnanzi a lui.Vennero strappati loro gli abiti di dosso, gli orecchi piegati in due furono bucati con una freccia, il volto venne spruzzato d’acqua e poi di calce viva, al fine di accecare le vittime. Dopodiché vennero introdotti sotto le spalle, fra le braccia legate ed il torso, dei bastoni, le cui estremità appoggiavano sulle spalle di due soldati.
La marcia del Hpal-Pang ebbe inizio attorno all’arena: sfilarono il vescovo seguito dai tre missionari, astenendosi dal proferire parola. Dato il via al macabro rito, sei carnefici si avventarono sui condannati urlando: “Forza, ammazziamo questi miserabili, massacriamoli!”. Venne legata una solida corda ai capelli di monsignor Berneux, in modo tale da inclinargli la testa in avanti. Il carnefice lo colpì, ma la testa cadde solamente alla seconda sciabolata. Alcuni testimoni notarono il sorriso che splendeva sul volto del vescovo, che questi conservò anche a morte avvenuta.
La fama di martirio che contraddistinse sin da subito questi quattro missionario portò al riconoscimento del titolo di “venerabili” il 4 luglio 1968 ed alla beatificazione il 6 ottobre successivo, unitamente ad altri 20 martiri coreani.
Il 6 maggio 1984 Giovanni Paolo II decise di canonizzarli all’interno di un gruppo ancora più numeroso, conosciuto come “Santi Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e 101 Compagni martiri”, che il calendario liturgico latino commemora come memoria obbligatoria il 20 settembre.


Autore:
Fabio Arduino

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Aggiunto il 2005-02-24

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