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Venerabile Giovanni de Palafox Vescovo

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Fitero (Navarra), 24 giugno 1600 – Osma, 1 ottobre 1659


Sacerdote, nobile spagnolo, consigliere di corte, visitatore reale, difensore degli indios, viceré, politico, promotore e mecenate delle arti, scrittore fecondo, uomo di governo, vescovo zelante; questi i titoli che si meritò in vita o che gli furono riconosciuti dopo la sua morte.
Su di lui esiste una vastissima bibliografia, indice dell’interesse suscitato negli storici, dalla sua vasta opera nella Spagna del XVII secolo e nelle colonie del Nuovo Mondo.
Juan de Palafox y Mendoza, nacque a Fitero (Navarra) il 24 giugno del 1600, figlio di don Giacomo de Palafox marchese di Ariza e di una giovane vedova aragonese, donna Anna de Casanate y Espés.
La sua nascita di figlio illegittimo fu drammatica e lo stesso Palafox lo racconterà nel suo libro “Vida Interior”; dopo aver partorito di nascosto, la madre per coprire il suo disonore, allora era grande colpa nella Spagna del Seicento partorire fuori dal matrimonio, commise un atto ben più grave, affidando il neonato deposto in una cesta, ad una fedele serva, con l’incarico di gettarlo in un canale irriguo vicino al fiume Alhama.
L’agire furtivo della serva, attrasse l’attenzione del guardiano dei vicini vigneti di nome Giovanni Navarro, il quale fermatola riuscì a farsi raccontare l’incarico ricevuto, allora le disse di ritornare nella villa di Fitero dicendo di averlo eseguito e lui si prese il bambino e lo portò a casa sua, facendola allevare dalla famiglia dei cugini Pietro e Maria Navarro i quali gli diedero il proprio cognome.
Fu allevato povero perché poveri erano i suoi genitori adottivi, con i quali trascorse i primi nove anni di vita, pascolando anche tre o quattro pecore, imparando i servizi semplici ed umili come i rattoppi con ago e filo, che porterà sempre con sé ed userà all’occorrenza.
Juan de Palafox non dimenticherà mai la famiglia che lo aveva allevato e quando sarà diventato importante e potente, ricambierà con la sua protezione e appoggio, l’affetto ricevuto.
La madre naturale, Anna de Casanate, in seguito pentita e disonorata, prese l’abito di carmelitana scalza a Tarragona nel dicembre 1602 e nel 1624 andò a Saragozza per fondare il Carmelo di Santa Teresa, sotto la giurisdizione del vescovo, divenendone la prima superiora con il nome di suor Anna della Madre di Dio; fu una figura rilevante nel Carmelo aragonese e suo figlio lo seppe, anche se mantenne sempre l’anonimato di sua madre par varie ragioni.
Nel 1609 quando aveva nove anni, Juan fu riconosciuto dal marchese de Palafox suo padre e la sua vita cambiò totalmente; come tanti giovanetti delle nobili famiglie dell’epoca, fu destinato alla vita ecclesiastica e adolescente ricevé la tonsura a Cetina, dalle mani del vescovo don Diego de Yepes, che era a conoscenza delle sue vicende personali e di sua madre, già diventata suor Anna della Madre di Dio.
Fu inviato a studiare nel Collegio dei Gesuiti a Tarragona e da lì passò alle Università di Huesca, Alcalà e Salamanca, dove studiò Diritto, erudizione e buone lettere; suoi compagni furono giovani nobili che in seguito avrebbero gestito il potere in Castiglia, Catalogna ed Aragona.
Finiti gli studi tornò ad Ariza dove amministrò il marchesato di suo padre, leggendo e approfondendo molti testi di lettura e studio, considerando i libri “i suoi gioielli”.
Il padre don Giacomo de Palafox morì nel 1625, lasciandolo curatore testamentario, tutore e amministratore dei suoi figli legittimi ancora minorenni, lodandolo e apprezzandolo pubblicamente.
Accompagnando suo fratello il giovane marchese, poté entrare nella corte del re di Spagna Filippo IV (1605-1665), appoggiando la politica del conte-duca di Olivares; ciò gli valse ben presto di ottenere posti ed onori a Madrid; a soli 26 anni fece parte del Consiglio di Guerra e poi di quello delle Indie, esprimendo pareri molto concreti al punto che re Filippo IV pronunziava spesso una celebre frase: “Questi pareri sono di don Giovanni de Palafox”.
Fu certamente uno degli uomini più brillanti della sua generazione, ma nel 1629 in seguito alla nomina di Tesoriere della cattedrale di Tarragona, colpito dalla malattia e guarigione della cara sorella Lucrezia e dalla morte di due grandi personaggi da lui conosciuti, Juan de Palafox prese la decisione di lasciare tutto e farsi sacerdote di Dio, fra la meraviglia della corte.
Cambiò atteggiamento, lasciò la vita un po’ frivola e le inclinazioni alle gioie terrene, per dedicarsi alle cose dello spirito, facendo altresì voto di non vestire la seta.
Il re accogliendo le sue dimissioni da cariche non confacenti il suo nuovo stato, lo nominò cappellano ed elemosiniere maggiore di sua sorella donna Maria, così da poterla accompagnare nel suo viaggio per sposarsi con il re d’Ungheria.
I 14 mesi che trascorse fuori della Spagna, visitando mezza Europa, furono densi di conoscenze e di esperienze importanti e nel contempo poté constatare le inquietudini e discordie che coinvolgevano l’Europa.
Aveva 39 anni quando don Giovanni de Palafox fu designato alla sede vescovile di Puebla de los Angeles in Messico e consacrato il 27 dicembre 1639; in più con altri importanti incarichi di governo della Nuova Spagna, come quello di Visitatore reale; un celebre religioso trinitario, a cui chiese un parere prima di accettare, gli rispose di acconsentire ma di tener presente che Dio lo voleva santo di scalpello e martello e non di pennello.
Partì per le Indie, come venivano chiamate allora le terre americane, giungendo nella diocesi di Puebla il 22 luglio 1640, rimanendovi fino al 1649 cioè per dieci anni; la permanenza non fu facile, dovette subire dispiaceri ed incomprensioni da parte di quanti si rifiutavano di sottomettersi alle direttive della disciplina ecclesiastica e all’ordine stabilito dalle leggi della monarchia spagnola.
Grande riformatore, instancabile pastore di anime, protettore degli indios; fondò la Biblioteca Palafoxiana con migliaia di libri provenienti dalla sua biblioteca privata portati dalla Spagna; fece costruire la cattedrale di Puebla piena di opere d’arte e consacrata nel 1649, inoltre tanti altri edifici istituzionali; aprì i Collegi di S. Pietro e S. Paolo per la formazione dei seminaristi, con cattedre di lingua locale, senza la quale non ordinava i sacerdoti.
Si preoccupò di attuare le norme del Concilio di Trento riguardanti la disciplina ecclesiastica, il culto eucaristico e mariano, quello dei santi, la liturgia e il canto, ma soprattutto la formazione del clero.
Non esitò a criticare gli Ordini religiosi della Nuova Spagna, perché non si astenevano di avere influsso nella società, né evitavano il possesso di beni e ricchezze e in molte regioni erano più potenti del clero diocesano a danno della Chiesa.
Tra giugno e novembre del 1642 fu viceré, proprio quando avvenne la secessione del Portogallo dalla corona spagnola, dovette fra fronte agli attacchi delle navi francesi ed olandesi, fece fare delle difese per il porto di Veracruz, ricostituì le milizie di Puebla e Messico, costruì fortificazioni e depositi di armi; soccorse Habana accerchiata dai nemici; espulse tutti i portoghesi dalla costa messicana.
Come Visitatore organizzò tribunali, municipi, sentenziò un centinaio di cause giudiziarie, corresse il disordine imperante nell’amministrazione della giustizia. Dotò di propri statuti l’Università del Messico, accettati dai professori nel 1668.
Ma il grande contrasto con gli Ordini religiosi e particolarmente con i Gesuiti, salì sempre più di tono, non erano esclusi motivi politici riguardanti gli indigeni, poi subentrò la richiesta del pagamento delle decime alla Curia e il passaggio delle parrocchie rette dai religiosi al clero diocesano, il vescovo fu attaccato con ogni tipo di burle e sbeffeggiamenti che finirono con la sua fuga e nascondimento per cinque mesi a fine 1647.
Anche il papa Innocenzo X fu informato dello scontro, ad ogni modo mons. de Palafox nel 1649 fu richiamato dal re e dalla corte, ritenendo più utile politicamente di farlo rientrare.
Per quasi cinque anni fino al 1654, restò nella corte spagnola come Consigliere d’Aragona e dedicandosi ad opere pie e Associazioni importanti dell’epoca a Madrid.
Il 3 marzo 1654 fu trasferito alla diocesi di Osma (Soria), con sede a Burgo de Osma e in essa rimase fino alla morte, avvenuta nel palazzo episcopale il 1° ottobre 1659; come vescovo si preoccupò del bene dei suoi sudditi spirituali, con le visite pastorali, con la diffusione del santo Rosario da lui definito: “il breviario di tutti quelli che non sanno leggere”.
Resse la diocesi di Osma per dieci anni, libero dalle incombenze politiche e di corte, poté dedicarsi con maggiore zelo alla cura pastorale delle anime e alla formazione dei suoi sacerdoti, che contattò personalmente più volte; morì santamente dopo aver dato prove di vita penitente e di uomo di preghiera in terra castigliana.
Uno storico insigne lo definì: ”Vescovo e viceré in pubblico e monaco ed eremita nel segreto”.
Rivedendo le varie ed importanti cariche rivestite, citiamo alcuni suoi detti inerenti la sua specifica opera.
Come uomo di governo e politico:
“È impossibile riformare e non patire, come è impossibile curare e non far soffrire”; “Le persone devono essere cercate per i posti e non i posti per le persone…”; “ I ministri nei posti di governi, non dovrebbero durare più di quanto riescano a servire…conviene che siano perpetui coloro che servono bene e istantanei coloro che servono con estremismi e male…”
Come Visitatore di giustizia:
“Le leggi che non si osservano sono corpi morti, distesi nelle vie della città, dove i magistrati inciampano e i vassalli cadono”.
Come consigliere reale affermò:
“ Fa di più il re in quattro giorni operando da sé, che in quattro anni operando per mezzo di altri..”; “ Il sovrano quando ha potere illimitato, è re senza corona e fa diventare il suo principe corona senza re e anche forse senza regno”.
Come vescovo:
“Una fatica continua è l’obbligo pastorale, vita piena di tribolazioni, penosa in quello che fa, pericolosa in quello che omette”.
Fu scrittore fecondo con centinaia di scritti di rilevante importanza letteraria, catechetica e formativa, di ampliamento di testi di altri autori, alcuni sono autobiografici come la sua “Vita interiore”, tutti giunti fino a noi.
Nel 1666 fu aperto ad Osma il processo per la sua beatificazione e inviato a Roma nel 1690, a sostegno giunsero ben 185 lettere postulatorie di vescovi e autorità della Spagna e del Messico.
Ma lo scontro con la Compagnia di Gesù ebbe la sua influenza, perché il Generale dei Gesuiti riuscì a bloccare tutto. Nei secoli successivi ci furono vari passi sull’avanzamento della causa, più volte riaperta e più volte dimenticata, finché il 20 febbraio 1998, si è arrivati alla dichiarazione sulle virtù e al titolo di venerabile.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2005-03-14

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