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Francesco Besucco Adolescente

Testimoni

Argentera (Cuneo), 1 marzo 1850 – Torino, gennaio 1864


Non deve meravigliare se nell’approfondire la conoscenza di tante belle figure di ragazzi e adolescenti, che hanno vivacizzato sin dai primi tempi gli Oratori salesiani, si apprende che un certo numero siano morti in giovane età e per malattie allora inguaribili.
Nell’Ottocento la medicina non era ancora giunta alla conoscenza della patologia di tante malattie allora dilaganti, come la leucemia, setticemia, tubercolosi, malaria, ecc. né tantomeno alle cure appropriate con medicinali ancora da scoprire.
La mortalità infantile e in giovane età, era molto elevata e l’aspettativa di vita era sui 50 anni se non di meno; l’assistenza al parto, la vaccinazione generalizzata, la penicillina, l’alimentazione costante, ecc. porteranno decenni dopo in Italia, soprattutto nel Novecento, ad un innalzamento della durata della vita, fino ai livelli di oggi che sono oltre i 70 anni.
Francesco Besucco è uno dei ragazzi dei quali lo stesso don Bosco ne scrisse la vita; nacque il 1° marzo 1850 ad Argentera, un paese montano della provincia di Cuneo situato a 1684 metri di altezza; i suoi genitori erano poveri, ma onesti e molto religiosi ed ai loro sei figli diedero un’educazione fortemente cristiana.
Appena fu possibile, Francesco cominciò ad aiutare i genitori nei lavori dei campi anche pesanti; desideroso di frequentare la scuola, potava andarci solo nel periodo invernale; comunque pur non dimostrando un grande ingegno, i risultati scolastici erano soddisfacenti grazie al suo impegno.
Il parroco del piccolo paese aiutava la numerosa e poverissima famiglia Besucco e adottò come figlioccio Francesco, dandogli cibo, vestiti e infondendogli l’amore di Dio.
Completata la terza elementare, ultima classe esistente nel paese, Francesco con l’aiuto del parroco che gli fece da insegnante insieme ad altri ragazzi, arrivò alla quinta classe necessaria per continuare gli studi.
Nei momenti liberi si immergeva nella lettura della vita dei santi; quando si recava al pascolo con le pecore portava con sé un buon libro; così poté leggere in pace e assimilare profondamente la biografia del ragazzo Michele Magone (1845-1859), uno degli oratoriani di don Bosco e la “Vita del giovinetto Savio Domenico” (1842-1857) scritte ambedue da s. Giovanni Bosco e sull’onda di quei racconti Francesco cominciò a sognare di essere come loro e di andare da don Bosco a Valdocco.
Ne parlò col parroco, il quale scrisse a Torino descrivendo il ragazzo come suo prezioso collaboratore nel fare il catechismo ai più piccoli, nel servire la Messa, nel fare da chierichetto per le funzioni in chiesa, nel frequentare assiduamente e con fervore i Sacramenti.
Don Bosco lo accettò e con il permesso dei genitori, Francesco arrivò a Valdocco - Torino, il 2 agosto 1863; il santo sacerdote così lo descrisse: “Vidi un ragazzo vestito a foggia di montanaro, di mediocre corporatura, d’aspetto rozzo, col volto lentigginoso. Egli stava con gli occhi spalancati rimirando i suoi compagni a trastullarsi”.
Francesco Besucco gli confidò che era venuto da lui per farsi santo come Domenico Savio e diventare sacerdote; nel contempo esprimeva tutta la sua gratitudine per il parroco che l’aveva tanto aiutato.
Frequentando i compagni del Collegio e dell’Oratorio, ne apprezzava tutte le qualità, desiderando di essere come loro; lui poteva solo raccontare le sue vicende di pastorello e spesso si esprimeva con proverbi e insegnamenti, provenienti dal suo mondo campestre e montano: “Chi guarda a terra come la capra, è ben difficile che il ciel si apra”; “Noi non siamo nati per dormire e mangiare come fanno le capre e le pecore, ma dobbiamo lavorare per la gloria di Dio e fuggire l’ozio che è il padre di tutti i vizi”.
Servizievole per natura, voleva per penitenza fare i lavori più umili, come riordinare il refettorio, trasportare la spazzatura, fare le commissioni ai compagni dell’Oratorio.
Nel freddissimo inverno del 1863-64, l’assistente di camerata non si accorse che Francesco evitava di coprirsi con coperte pesanti e nel gennaio 1864 si prese una brutta polmonite, che in sette giorni lo portò alla tomba, morì a Valdocco a 14 anni, assistito da s. Giovanni Bosco e sussurrando “Gesù e Maria, a voi dono l’anima mia”.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2005-03-14

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