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Francesco Besucco Adolescente

Testimoni

Argentera, Cuneo, 1 marzo 1850 Torino, 9 gennaio 1864

Francesco Besucco, nativo di Argentera nei pressi di Cuneo, era figlio di contadini molto poveri e religiosi. Fu tenuto a battesimo dal suo parroco, don Francesco Pepino, che provvide anche al suo sostentamento e alla sua istruzione. Lesse le biografie di Michele Magone e san Domenico Savio, scritte da san Giovanni Bosco, e desiderò di poter entrare all’Oratorio di Valdocco, da lui fondato. Nei suoi quattro mesi di permanenza, lasciò il segno per la sua disponibilità a ogni servizio e per la sua saggezza contadina. Si ammalò di polmonite per essersi sottoposto a penitenze corporali troppo severe: morì la sera del 9 gennaio 1864, a tredici anni. San Giovanni Bosco scrisse anche la sua biografia, come quelle che Francesco aveva letto e fatto proprie con passione.



Pur restandoci poco, due anni appena, Domenico Savio si è già fermato più di lui all’oratorio di don Bosco. Difatti, quella di Francesco Besucco è davvero una “toccata e fuga” con destinazione paradiso: appena quattro mesi, eppure così intensamente vissuti da lasciare un segno.
Nasce ad Argentera, sulle montagne cuneesi, il 1° marzo 1850, in una famiglia che per stile di vita non si differenzia dalle altre: estrema povertà, sei bocche di figli da sfamare, due animali nella stalla e un boccone di terra scoscesa cui strappare di che vivere.
Anzi, forse si differenzia per una miseria ancora maggiore, se il parroco don Francesco Pepino e sua madre, poveri anch’essi, decidono di prenderselo particolarmente a cuore, facendogli da padrino e da madrina di battesimo. E che questo ruolo non si riduca per loro semplicemente ad un nome scritto sui registri parrocchiali lo dimostrano concretamente, tanto per dire anche dandogli da mangiare.
Parlando del padrino il ragazzino riconosce che «mi ha insegnato il catechismo, mi ha fatto scuola, mi ha vestito, mi ha mantenuto», come a dire che tutto gli deve, a cominciare dall’istruzione che dopo la terza elementare da lui ha ricevuto in canonica, permettendogli di raggiungere la licenza elementare, per nulla scontata in quel tempo, a quell’altitudine e in simili condizioni di povertà.
Ovviamente, studiando solo d’inverno, perché nella bella stagione bisogna star dietro ai genitori nei lavori dei campi e Francesco non si tira indietro, con l’unico diversivo di leggere anche quando è al pascolo e imbattendosi così nelle “vite” di Michele Magone e Domenico Savio, scritte da don Bosco.
Soprattutto «il mio caro Magone» gli fa sognare di poter anch’egli entrare nell’Oratorio di don Bosco, cambiare vita, diventare migliore e – perché no? – essere un giorno prete. È ancora don Pepino a dargli una mano per realizzare questo sogno, diversamente irrealizzabile per un ragazzo povero come lui.
Scende da Argentera verso Torino il 1° agosto 1863 insieme a papà, con un piccolo fagotto, ma preceduto da una bella relazione, con cui il parroco ha illustrato a don Bosco tutte le sue belle qualità.
Con il passar degli anni, infatti, è diventato il suo braccio destro nel servire Messa, guidare le preghiere, insegnar catechismo ai più piccoli, guadagnandosi la stima del paese per il rispetto che ha verso i genitori, per la sua laboriosità e religiosità, anche se, a causa di quest’ultima, alcuni compagni lo deridono, dandogli del “fratino” e del “bigotto”.
Il giorno successivo mette piede nell’Oratorio dei suoi sogni e un po’ di tempo dopo incontra don Bosco, in modo casuale e nel luogo più “salesiano” che ci sia, cioè in cortile. Al Santo non passa inosservato «un giovane vestito alla montanara, mediocre di corporatura, di aspetto semplice, con il volto coperto di lentiggini e gli occhi spalancati a guardare i suoi compagni che giocano».
Poche battute sono più che sufficienti per don Bosco a valutare positivamente il suo nuovo “acquisto”: gli bastano le parole di riconoscenza del ragazzo nei confronti di don Pepino per i benefici da lui ricevuti, perché, scriverà il Santo, «ècomprovato dall'esperienza che la gratitudine nei fanciulli è segno sicuro di un felice avvenire».
Raccoglie anche il suo desiderio di studiare per diventare prete e gli regala la sua regola pedagogica, semplice, ma dall’effetto sicuro: «Allegria, Francesco. Poi studio. E infine la pietà, cioè la cura della preghiera e dell’amore verso gli altri». Il ragazzo, da parte sua, “ruba” a don Bosco la massima «Ogni momento di tempo è un tesoro», che subito cerca di mettere in pratica, a cominciare dallo studio, riuscendo in soli due mesi a passare in seconda Ginnasio.
Il clima dell’Oratorio favorisce ed esalta lo stile di vita già ammirato ad Argentera: lo vedono pregare intensamente, giocare in modo appassionato, incitare al bene i compagni, cercare mortificazioni anche corporali, severamente vietate dal Regolamento, ma che sono il suo modo per dimostrare tutto il bene che vuole a Gesù.
Non si accorgono così che, per “fare penitenza”, in quel primo inverno all’Oratorio non si copre a sufficienza, e che anzi toglie anche la coperta invernale dal letto. Lo trovano intirizzito la mattina del 3 gennaio, senza la forza di alzarsi da letto e il medico, chiamato d’urgenza, diagnostica la polmonite.
Lo dà per spacciato quattro giorni dopo e Francesco esala l’ultimo respiro la sera del 9 gennaio 1864, sussurrando: «Muoio col rincrescimento di non aver amato Dio come si meritava!». Evidentemente, era solo una sua sensazione.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Francesco Besucco nacque il 1° marzo 1850 ad Argentera, un paese montano della provincia di Cuneo. I suoi genitori erano poveri, ma onesti e molto religiosi: ai sei figli diedero un’educazione fortemente cristiana.
Appena fu possibile, Francesco cominciò ad aiutare i genitori nei lavori dei campi, anche pesanti. Era desideroso di frequentare la scuola, ma poteva andarci solo nel periodo invernale. Comunque, pur non dimostrando un grande ingegno, otteneva risultati scolastici soddisfacenti, grazie al suo impegno.
Il parroco del piccolo paese aiutava la numerosa e poverissima famiglia Besucco. Adottò come figlioccio Francesco, di cui in effetti era padrino di Battesimo insieme alla propria madre. Gli diede cibo, vestiti e gli infuse l’amore per Dio.
Completata la terza elementare, ultima classe esistente nel paese, Francesco, con l’aiuto del parroco che fece da insegnante a lui e ad altri ragazzi, arrivò alla quinta classe, necessaria per continuare gli studi.
Nei momenti liberi si immergeva nella lettura della vita dei santi: quando si recava al pascolo con le pecore portava con sé un buon libro. Così poté leggere in pace e assimilare profondamente le biografie di due ragazzi, scritte da don Giovanni Bosco, fondatore dell’Oratorio di Valdocco, un quartiere di Torino: quella di Michele Magone e la «Vita del giovinetto Savio Domenico». Sull’onda di quei racconti, Francesco cominciò a sognare di essere comei loroprotagonisti e di andare da don Bosco a Valdocco.
Ne parlò col parroco, il quale scrisse a Torino: presentò il ragazzo come suo prezioso collaboratore nel fare il catechismo ai più piccoli, nel servire la Messa, nel fare da chierichetto per le funzioni in chiesa, nel frequentare assiduamente e con fervore i Sacramenti.
Don Bosco lo accettò:con il permesso dei genitori, Francesco arrivò a Valdocco il 2 agosto 1863. Il santo sacerdote così lo descrisse: «Vidi un ragazzo vestito a foggia di montanaro, di mediocre corporatura, d’aspetto rozzo, col volto lentigginoso. Egli stava con gli occhi spalancati rimirando i suoi compagni a trastullarsi».
Francesco Besucco gli confidò che era venuto da lui per farsi santo come Domenico Savio e diventare sacerdote. Nel contempo, esprimeva tutta la sua gratitudine per il parroco che l’aveva tanto aiutato.
Frequentando i compagni del Collegio e dell’Oratorio, ne apprezzava tutte le qualità, desiderando essere come loro. Lui poteva solo raccontare le sue vicende di pastorello e spesso si esprimeva con proverbi e insegnamenti, provenienti dal suo mondo campestre e montano: «Chi guarda a terra come la capra, è ben difficile che il ciel si apra»; «Noi non siamo nati per dormire e mangiare come fanno le capre e le pecore, ma dobbiamo lavorare per la gloria di Dio e fuggire l’ozio che è il padre di tutti i vizi».
Servizievole per natura, voleva per penitenza fare i lavori più umili, come riordinare il refettorio, trasportare la spazzatura, fare le commissioni ai compagni dell’Oratorio.
Nel freddissimo inverno del 1863-64, l’assistente di camerata non si accorse che Francesco evitava di coprirsi con coperte pesanti. Nel gennaio 1864 si prese una brutta polmonite, che in sette giorni lo portò alla tomba.
Morì a Valdocco poco prima di compiere 14 anni, sussurrando «Gesù e Maria, a voi dono l’anima mia». San Giovanni Bosco assistette al suo trapasso e anche a lui dedicò una biografia.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2018-01-15

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