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Servo di Dio Josef Mayr Nusser Laico, martire

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Bolzano, 27 dicembre 1910 Erlangen, Germania, 24 febbraio 1945


A Pepi piacciono le stelle, si incanta a fissare il cielo e da grande vorrebbe fare l’astronomo: deve  accontentarsi invece di un diploma di scuola commerciale e adattarsi a fare il cassiere in un paio di aziende di Bolzano.
Nato nel 1910 in una famiglia di viticoltori, ha lo sport nel sangue, ama il pattinaggio, legge con avidità libri impegnati, coltiva una intensa vita spirituale. Gli piace Tommaso Moro, l’inflessibile cancelliere che quattro secoli, pur di non perdere la sua fede, si oppone al re d’Inghilterra, che lo fa decapitare.  Travolgente e vulcanico trascinatore di giovani, ne cura la formazione umana e spirituale, dicendo che “dare testimonianza oggi è la nostra unica arma efficace”, perché sull’Europa si stanno addensando i cupi nuvoloni del nazionalsocialismo e “intorno a noi c'è il buio della miscredenza, dell'indifferenza, del disprezzo e forse della persecuzione”.
Naturale che ad un giovane così si offra  la presidenza della Gioventù Cattolica Sudtirolese, che in quegli anni si sta organizzando, sapendo di metterla in buone mani; altrettanto naturale che, così facendo, si esponga troppo e finisca per essere attenzionato dalle autorità, che si convincono di avere in lui un pericoloso formatore di coscienze e un temutissimo testimone. Non sfuggono, ad esempio, queste sue parole del 1936, quasi premonitrici della sua scelta futura:  “Oggi, più che in qualsiasi altro tempo, si esige nell’Azione Cattolica un cattolicesimo vissuto. Oggi, si deve mostrare alle masse che l’unico capo che solo ha diritto ad una completa, illimitata autorità e ad essere il nostro ‘condottiero’ è Cristo”.
Si innamora, esattamente come gli altri, quando conosce Hildegard, che lavora nella sua stessa ditta: c’è un’affinità evidente tra i due e una gran condivisione di ideali. Le fa una corte spietata e tenace fino a quando lei, che sta pensando seriamente di farsi suora, gli dice di sì. Convinto che nel matrimonio ci sia spazio sufficiente per testimoniare la propria fede e aspirare alla santità, la sposa il 26 maggio 1942 e l’anno successivo sono rallegrati dalla nascita di Albert. Fidanzamento e matrimonio non lo distolgono dalla sua multiforme attività sociale e religiosa, anche in conseguenza della quale viene arruolato a forza nelle divisioni dell'esercito nazista e condotto a Konitz per l'addestramento. Insieme all’indottrinamento ed alle esercitazioni militari che dovrebbe fare di lui una perfetta SS, lo preparano anche al giuramento, insegnandogli la formula: “Giuro a Te, Adolf Hilter, Führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a Te e ai superiori designati da Te obbedienza fino alla morte. E che Dio mi assista”. Ed è qui che va in crisi la fede di Pepi, al quale sembra blasfemo coinvolgere il Dio in cui crede nel culto del capo innalzato a idolo.
“Ci tocca oggi assistere a un culto del leader (Führer) che rasenta l'idolatria”, scriveva nel 1936; “non posso giurare a questo Führer” dice a voce alta la mattina del 4 ottobre 1944, aggiungendo di non sentirsi nazionalsocialista per motivi religiosi. Ai commilitoni, che lo invitano a ritrattare, risponde senza enfasi, ma con profonda convinzione, che “se nessuno avrà mai il coraggio di dire no ad Hitler, il nazionalsocialismo non finirà mai”. Una scelta, la sua, maturata nei lunghi colloqui con il fratello don Jakob e con la moglie, alla quale scrive: “Prega per me, affinché nell'ora della prova io possa agire senza esitazioni secondo i dettami di Dio e della mia coscienza (…) tu sei una donna coraggiosa e nemmeno i sacrifici personali che forse ti saranno chiesti potranno indurti a condannare tuo marito perché ha preferito perdere la vita piuttosto che abbandonare la via del dovere”.
Subito incarcerato e processato, viene condannato a morte come “disfattista”. Caricato su un treno a inizio febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, con destinazione Dachau, il convoglio si ferma ad Erlangen perché la linea ferroviaria è stata bombardata: Pepi sta male, ha la febbre, la dissenteria lo sta uccidendo. Per iniziativa di una delle guardie (un ex seminarista) si affronta un viaggio a piedi di tre ore per farlo visitare da un medico nazista, che lo  rimanda indietro: “Niente di grave, può riprendere il viaggio”. Tornato sul treno, muore quella stessa notte. “Per broncopolmonite”, dirà il telegramma che oltre un mese dopo, arriverà a casa sua; “Per Cristo e per la fede”, dice la Chiesa, che ha aperto la causa di beatificazione di Josef Mayr-Nusser, sperando tra non molto di portarlo sugli altari. Come martire.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

La dittatura nazista fu terribile per la paura che incuteva, nefasta per le sue leggi segregazioniste e razziali, sciagurata per la violenza che usò e per le guerre arrecate al mondo, orribile per i crimini contro l’umanità di cui si macchiò, tanto più perpetrati nella civile Europa.
E se per i più svariati motivi, il popolo tedesco e quelli dei Paesi orbitanti intorno al III Reich, furono accondiscendenti, se non collaboranti di questa ventata di dittatura nazionalistica, non pertanto ci furono anche fra i loro cittadini figure esemplari, che con atto di eroismo cosciente, dissentirono dalla forsennata politica imposta dal tristemente famoso Adolf Hitler e dai suoi foschi gerarchi.
Poco si sa di loro, alcuni che pagarono con la vita la loro opposizione, appartenenti alla Chiesa Cattolica, sono stati beatificati e canonizzati, oppure hanno in corso la causa per la loro beatificazione; ma per i laici la cosa è stata più difficile, sperduti nella gran massa di detenuti, prigionieri, deportati, perseguitati, che languirono e morirono nei famigerati campi di sterminio, che la perversa mente di “pianificatori della morte” aveva ideato e costruito in vari Paesi.
Ma il tempo passa e i ricordi si concretizzano, dopo averli rimossi per tanto tempo dalla memoria, per opportunità, per dimenticare e sopravvivere, per giustificare in parte e oggi con testimonianze, inchieste e sete di verità, si cominciano a sapere nomi e storie di tanti giovani laici cattolici del tempo, che al pari degli ecclesiastici, ebbero il coraggio di opporsi seppur vanamente, all’inarrestabile tragedia, frutto delle ideologie totalitarie e razziste imperanti.
Per ricordarne qualcuno, tutti delle file dell’Azione Cattolica Italiana, citiamo i Servi di Dio Teresio Olivelli (1926-1945) ucciso nel campo di Hersbruck; Gino Pistoni (1924-1944) ucciso presso Gressoney (Aosta), Odoardo Focherini (1907-1944) ucciso a Hersbruck, Renato Sclarandi ucciso ad Hammerstein (Polonia), Gedeone Corrà (1920-1945) e Flavio Corrà (1917-1945) fratelli, morti nel campo di Flossenburg, ecc.
A loro si aggiunge il giovane altoatesino Josef Mayr Nusser, la cui causa di beatificazione è stata introdotta recentemente dalla diocesi di Bolzano.
Josef Mayr Nusser nacque il 27 dicembre 1910 a Bolzano, nel maso di media grandezza situato ai Piani di Bolzano, vicino al fiume Isarco; la famiglia non era benestante, il padre faceva il viticoltore, ma non mancò mai il necessario.
Josef crebbe nel sano ambiente del maso Nusser, imparando a condividere il pane con chi non aveva nulla; per questo la porta della tenuta era sempre aperta per i bisognosi.
Spettatore della grande povertà esistente a suo tempo, nel quartiere dove era nato e cresciuto, affascinato dalla figura e opera del beato Federico Ozanam (1813-1853), fondatore delle “Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli”, a soli 22 anni divenne confratello della ‘Conferenza’ di Bolzano Centro e poi di quella del quartiere Piani, della quale divenne presidente nel 1937.
Sebbene così giovane era dotato di particolare sensibilità verso i poveri e in una lettera del 1938 scriveva agli iscritti: “Quando un confratello si accinge a visitare una famiglia povera, dovrebbe fare di tutto per organizzare il proprio tempo in modo da poter dedicare almeno 10-15 minuti alle persone visitate.Nel nostro atteggiamento non ci deve essere traccia di fredda condiscendenza; questa non farebbe altro che ferire e dobbiamo anche astenersi dall’impartire lezioni. Non dobbiamo esprimere al povero la nostra compassione con parole vacue, ciò che diciamo deve venire dal cuore e soltanto in quel caso raggiungerà anche gli altri cuori”.
La sua giornata fatta anche di preghiera, iniziava con la partecipazione alla S. Messa delle 6,30; il padre era morto in guerra e il fratello più grande Jakob era in seminario, pertanto lui si poteva permettere solo la scuola commerciale, che gli diede l’opportunità di trovare un lavoro come impiegato presso le Manifatture Eccel.
Ma Josef continuò da solo ad arricchire la sua cultura leggendo assiduamente, dalla Sacra Scrittura a San Tommaso d’Aquino e con passione le lettere scritte in carcere da s. Tommaso Moro, il Cancelliere di re Enrico VIII che si schierò con la Chiesa Cattolica, finendo decapitato.
Nel 1936 accettò l’invito di papa Pio XI sul coinvolgimento dei laici nell’impegno ecclesiale, ed entrò nel gruppo giovanile dell’Azione Cattolica avviato da don Friedrich Pfister.
Non erano tempi facili per l’Azione Cattolica, che pur essendo stata riconosciuta nel Concordato del 1929, era fortemente e spesso violentemente osteggiata dal regime fascista.
E a Bolzano la situazione era più preoccupante, le riunioni dei giovani si tenevano in un convento di Lana al riparo da occhi sospettosi e quando il gruppo si fu ben formato, Josef il più assiduo e motivato, venne eletto presidente.
Egli fu attento agli eventi di quel periodo irrequieto, foriero di ulteriori sconvolgimenti e si preoccupò di dare ai suoi giovani, indicazioni di comportamento come cristiani.
In una lettera scritta ai soci dell’A.C. nella Pentecoste del 1936, scriveva: “Oggi possiamo constatare con quale entusiasmo, spesso con dedizione cieca, appassionata e incondizionata, le masse si votano ai capi. Il culto dei capi, che oggi sperimentiamo è spesso una vera e propria idolatria.
Questa fede appassionata nei riguardi dei capi ci può meravigliare, dato che viviamo in un tempo di enormi conquiste della scienza e della tecnica, in un tempo di scetticismo, in un tempo nel quale il singolo non ha valore, ma vale solo la massa, il numero. Oggi, più che in qualsiasi altro tempo, si esige nell’Azione Cattolica un cattolicesimo vissuto. Oggi, si deve mostrare alle masse che l’unico capo che solo ha diritto ad una completa, illimitata autorità e ad essere una guida è Cristo”.
Dopo aver ripulita e addobbata la chiesa abbandonata di s. Johann in Bolzano, presero a riunirsi e pregare in questo luogo, guidati da don Josef Ferrari; e qui maturarono le loro scelte di cristiani; in quel tempo di sofferti interrogativi sul futuro, Josef suggeriva:
“ Dare testimonianza è oggi la nostra unica arma, dobbiamo essere testimoni prima di diventare annunciatori della Parola e delle opere, vogliamo anzitutto tentare di essere cristiani in tutto e per tutto. Lo diventeremo accostandoci agli altari. Su di essi c’è la Parola e il Corpo di Cristo. In essi riposano le ossa di quelli che furono i testimoni di Cristo fino alla morte”.
Giovane forte, di chiari ideali di fede, non si chiuse in un bigottismo; si innamorò di una sua collega di lavoro, Hildegard, con la quale si trovava in sintonia di idee e impegni, era il primo amore, profondo e autentico; si sposarono il 26 maggio 1942 e l’anno successivo nacque il frutto del loro amore, Albert.
Intanto in Alto Adige la situazione si fece difficile, molte attività si dovevano svolgere in segreto, perché il regime fascista aveva proibito ai tirolesi di parlare la loro lingua e coltivare le loro tradizioni, per integrarli completamente nella società italiana.
Poi con l’accordo del 1939 fra Mussolini e Hitler sulle ‘Opzioni’, la situazione precipitò, chi voleva mantenere la propria identità tedesca poteva trasferirsi in Germania e chi restava invece doveva adeguarsi.
Con convinzioni o minacce, l’80% della popolazione decise di andarsene; Josef non solo volle rimanere ma con la collaborazione dei circoli cattolici di Bolzano e della maggioranza del clero locale, cercò di convincere la gente a rimanere, in completo disaccordo con il vescovo di Bressanone mons. Geisler, che optò per la Germania.
Le notizie che giungevano dal Reich non erano per niente confortanti, inoltre Hitler tra l’altro era un fanatico anticlericale, quindi meglio rimanere, anche se la vita non era facile per le repressioni e limitazioni che si dovevano soffrire, sostenuti solo dal movimento di resistenza “Andreas Hofer-Bund” al quale Josef Mayr Nusser aderì, offrendo anche una pertinenza del suo maso per gli incontri.
E venne l’armistizio dell’8 settembre 1943; in Alto Adige presero a comandare i tedeschi; nel successivo settembre 1944 quando ormai tutta stava per crollare, il Führer, nell’intento di difendere fino all’ultimo il suo scellerato impero, ordinò di arruolare quanti più uomini possibile e così Josef Mayr Nusser, insieme a tanti altri “Dableiber” (gli altoatesini di lingua tedesca rimasti in Italia) si trovò arruolato nelle file della Schutz-Staffeln, le famigerate SS combattenti, votate anima e corpo al Führer e ai suoi allucinanti sogni.
Il 7 settembre i giovani vennero stipati in tre vagoni alla stazione ferroviaria di Bolzano e dopo un viaggio estenuante di quattro giorni, giunsero a Konitz in Germania; seguì un addestramento mirato al combattimento e all’indottrinamento politico.
Il 4 ottobre 1944 le reclute furono schierate nel piazzale dell’ex manicomio cittadino, adibito a caserma, per prestare il giuramento che le impegnava totalmente alla causa di Adolf Hitler; il maresciallo lesse la formula prescritta e alla fine chiese nel silenzio totale: “Tutto chiaro?”.
Solo la recluta Josef Mayr Nusser chiese di parlare e con voce emozionata ma decisa, disse: “Signor maresciallo io non posso giurare questo” e all’ufficiale incredulo che gli chiedeva il perché, rispose: “Per motivi religiosi”.
Gli fu detto di mettere tutto per iscritto e fra lo stupore di alcuni e la rabbia di altri, Josef firmò quella che doveva essere la sua condanna a morte.
Venne imprigionato in attesa di giudizio, trascorse le giornate pelando patate e spaccando legna, ma anche a pregare; quando glielo permettevano scrisse alla moglie Hildegard struggenti lettere di amore per lei e per il piccolo figlioletto Albert, ma sempre ben fermo nel testimoniare la sua fede in Cristo e non al sanguinario dittatore.
Il tribunale delle SS nel febbraio 1945, lo condannò alla fucilazione per tradimento, l’esecuzione doveva avvenire nel campo di concentramento di Dachau; durante il viaggio di trasferimento effettuato con altri 40 condannati a morte, rinchiusi in un vagone, Josef morì stremato dalla fame e dal freddo a Erlangen, il 24 febbraio 1945, a pochi mesi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale; lo scarno comunicato trasmesso il 5 aprile 1945 a Renon sopra Bolzano, dove la famiglia si era rifugiata, parlava di sopravvenuta broncopolmonite.
Tredici anni dopo le sue spoglie furono traslate da Erlangen a Stella di Renon, dove riposano nella chiesetta di San Giuseppe; gli ultimi giorni sono stati descritti trent’anni dopo da un ex soldato tedesco, che scortava i condannati verso Dachau di nome Fritz Hacicher, che scrisse alla moglie Hildegard una lettera che si concludeva così: “Josef Mayr Nusser è morto per Cristo, ne sono certo, anche se me ne sono reso conto solo 34 anni dopo… Anche se non è molto che le posso raccontare, sono comunque convinto che ho vissuto quattordici giorni insieme ad un santo, che oggi è il mio più grande intercessore presso Dio”.
Nel suo racconto c’è un Josef che pur stremato dalla fame e dal dolore, era sempre disponibile ad offrire parte del suo cibo agli altri, a donare un sorriso e una parola di speranza, anche quando le forze si andavano man mano spegnendo. Tra le sue poche cose furono trovati un Vangelo, un messale e una corona del rosario.
La sua vicenda terrena per molti anni ha diviso i tirolesi, perché chi aveva giurato fedeltà a Hitler, convinto di servire la patria, lo ha considerato un traditore; ma oggi le cose sono cambiate e tutto viene illuminato da una luce diversa, tanto che è stato aperto il processo di beatificazione di questo giovane altoatesino, martire dimenticato, che “obbedì a Cristo ma non al Führer”.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2016-04-04

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