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Beata Irene (Aurelia Jacoba Mercede) Stefani Vergine

31 ottobre

Anfo, Brescia, 22 agosto 1891 Gekondi, Kenia, 31 ottobre 1930

Mercede Stefani nacque il 22 agosto 1891 ad Anfo nella Val Sabbia (Brescia). Nel 1911 entrò nell’Istituto delle Missionarie della Consolata e il 12 gennaio 1912 vestì l’abito religioso, prendendo il nome di suor Irene. Il 29 gennaio 1914 emise la professione religiosa e alla fine dell’anno partì per la missione in Kenya. Dal 1914 al 1920 si dedicò all’assistenza dei portatori africani al tempo della prima guerra mondiale, che raggiunse anche l’Africa per il coinvolgimento delle colonie inglesi e tedesche. Dal 1920 al 1930, invece, prestò servizio come insegnante nella missione di Gekondi. Per la sua capacità di unire alle cure fisiche la carità e la dolcezza, si meritò il soprannome di «Nyaatha», che in lingua kikuyu significa «madre tutta misericordia». Curando un ammalato di peste, si ammalò a sua volta: morì il 31 ottobre 1930, a 39 anni. È stata beatificata il 23 maggio 2015 a Nyeri in Kenya, sotto il pontificato di papa Francesco. La memoria liturgica è stata fissata al 31 ottobre, il giorno esatto della sua nascita al Cielo. I suoi resti mortali sono venerati dal 24 ottobre 2015 nella cattedrale di Nyeri, dedicata alla Vergine Consolata.



Nascita e primi anni
Quinta dei dodici figli di Giovanni Stefani e Annunziata Massari, nacque ad Anfo nella Val Sabbia (in provincia e diocesi di Brescia) il 22 agosto 1891. Al Battesimo fu chiamata Aurelia Giacomina Mercede.
Crebbe nell’ambiente impregnato di viva fede della sua forte e coraggiosa famiglia. Dimostrò sin da bambina una spiccata sensibilità per l’apostolato tra i suoi coetanei e familiari. Particolarmente incline alla carità, correva dai malati, aiutava gli anziani, pensava ai poveri, riservandosi sempre i lavori più pesanti.

«Mi farò missionaria»
Desiderosa di amare sempre di più Dio nel prossimo, già a tredici anni Mercede disse ai genitori: «Mi farò missionaria». Tuttavia, la morte prematura della mamma fece ricadere su di lei il compito di educatrice e catechista dei fratelli più piccoli: pertanto, la famiglia divenne il suo primo campo di apostolato, insieme alla parrocchia.
A 20 anni, nel 1911, Mercede Stefani poté entrare tra le Suore Missionarie della Consolata. Si trattava di un istituto religioso femminile, fondato appena l’anno prima a Torino dal canonico Giuseppe Allamano (beatificato nel 1990). In precedenza, nel gennaio 1901, aveva fondato l’Istituto della Consolata per le Missioni Estere, composto da sacerdoti e fratelli coadiutori.
Il 28 gennaio 1912 vestì l’abito religioso, prendendo il nome di suor Irene. Emise la professione religiosa il 29 gennaio 1914. Alla fine dell’anno partì per il Kenya, dove allora l’evangelizzazione era agli inizi.

Negli ospedali militari durante la prima guerra mondiale
Dal 1914 al 1920 la missione di suor Irene si svolse negli ospedali militari. In realtà, erano locali organizzati alla meglio per i “carriers”, ovvero i portatori africani, arruolati per trasportare materiale bellico. Era infatti il tempo della prima guerra mondiale, che raggiunse anche l’Africa per il coinvolgimento delle colonie inglesi e tedesche.
Gli ammalati, segnati anche da mali indefinibili e complicati, erano ammassati senza alcun criterio in grandi capannoni. Abbandonati a sé stessi, giacevano in un tanfo insopportabile, in un vociare di tante lingue e dialetti.

«Un angelo di suora»
In questo “inferno” sociale, suor Irene trascorreva le sue giornate di giovane missionaria, negli ospedali di Voi, Kilwa e Dar-es-Salaam in Tanzania. Lavava, medicava, fasciava piaghe e ferite. Distribuiva medicine e cibo, imboccando i più gravi e i più deboli con una sconcertante delicatezza.
La sua personale carità fu capace di addolcire gli animi di medici senza scrupoli, sorveglianti crudeli, increduli musulmani. Imparando le varie lingue, riusciva a parlare agli africani di Gesù, a incoraggiarli e consolarli. Preparò molti al Battesimo: poté contare circa tremila battesimi amministrati in pericolo di morte. Fu definita «un angelo di suora».

A Gekondi
Dal 1920 al 1930, suor Irene visse nella missione di Gekondi (pronunciato “ghikondi”), dedita all’insegnamento scolastico in un ambiente non proprio entusiasta. Con la sua vivacità, percorreva le colline della regione. Invitava chiunque incontrasse alla scuola e al catechismo. Curava i malati, assisteva le partorienti, salvava i bambini abbandonati.
Istruiva le giovani consorelle giunte da lei per il tirocinio missionario, circondandole di affetto e attenzioni. Pur con le difficoltà di allora, continuò a seguire per corrispondenza, i suoi “figli” africani che si spostavano più lontano, nelle città del Kenya, come Mombasa, Nairobi e altre, facendo anche da tramite con le famiglie.

La «madre misericordiosa»
I suoi africani la definirono «Nyaatha», che in lingua kikuyu vuol dire «donna tutta compassione, misericordia, bontà». Per loro era la «madre misericordiosa» e non ne avevano mai trovato un’altra uguale. Bruciante dal desiderio di far conoscere Gesù Cristo e il Vangelo, accorreva ovunque, incurante della fatica e, a volte, delle offese.
Ad esempio, alcune studentesse contestarono il suo operato come insegnante, istigate dal maestro Julius Ngare. Suor Irene, però, volle ugualmente andare ad assisterlo, finché lui non le morì tra le braccia. In quel modo contrasse a sua volta la peste, che imperversava a Gekondi.

La morte
In precedenza, il 14 settembre 1930, durante un corso di esercizi spirituali, aveva maturato la decisione di offrire la sua vita per il vescovo del luogo e per le missioni. La sua superiora le diede il proprio assenso, a fatica, il 17 ottobre.
Nove giorni dopo, domenica 26 ottobre, suor Irene dovette mettersi a letto, colta dai brividi. Morì il 31 ottobre 1930: aveva 39 anni, dei quali 18 trascorsi, salvo un breve periodo, in Kenya. Unanime fu il dolore di coloro ai quali aveva fatto del bene: «Non è stata la malattia a portarla alla morte; l’ha uccisa l’amore», commentò qualcuno.

La causa di beatificazione fino al decreto sulle virtù eroiche
La memoria di suor Irene non venne meno col passare degli anni e portò all’inizio della sua causa di beatificazione, sostenuta dalle Missionarie della Consolata.
L’inchiesta diocesana fu quindi aperta nella diocesi di Nyeri il 30 marzo 1984. Il 19 ottobre dello stesso anno, a Torino, si svolse la prima sessione dell’inchiesta rogatoria, necessaria per ascoltare i testimoni relativi alla vita di suor Irene prima della partenza alla volta del Kenya. Il nulla osta fu rilasciato dalla Santa Sede il 22 luglio 1985.
L’inchiesta diocesana si concluse il 13 febbraio 1987, mentre quella rogatoria terminò il 1° ottobre 1988. Il decreto di convalida degli atti avvenne il 29 gennaio 1993.
La “Positio super virtutibus”, consegnata nel 1996, fu esaminata dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi il 7 maggio 2010 e, il 15 febbraio 2011, dai cardinali e dai vescovi membri della medesima Congregazione. Infine, il 2 aprile 2011, papa Benedetto XVI autorizzava la promulgazione del decreto con cui suor Irene Stefani veniva dichiarata Venerabile.

Il miracolo per la beatificazione
Come possibile miracolo per ottenere la sua beatificazione è stato preso in esame il fatto avvenuto il 10 gennaio 1989 nel villaggio di Nipepe, in Mozambico. Verso le 6 del mattino, durante la celebrazione della Messa, si udirono degli spari, segno della lotta armata tra le due fazioni contendenti durante la guerra civile; la chiesa fu quindi presa d’assedio.
Nella chiesa si trovavano le persone che partecipavano alla Messa, ma anche i catechisti e gli animatori della parrocchia con le loro famiglie. A essi si unirono altre persone, che speravano di rifugiarsi nell’edificio per non essere uccise. Per tre giorni e mezzo, sotto minaccia di morte, rimasero quindi asserragliate circa duecentosettanta persone, compresi molti bambini.
Col trascorrere delle ore, si fece sentire la sete; oltretutto, in Mozambico l’inverno è una stagione calda. A quel punto, il capo dei catechisti, Bernard Bwanaissa, concesse di poter bere dal fonte battesimale, vista l’emergenza. Il fonte era in realtà una conca, la cui capacità poteva arrivare al massimo a 12 litri, ma ce n’erano sicuramente di meno, dato che due giorni prima erano stati amministrati dei battesimi. In più, il recipiente era pieno di crepe.
Uno dei missionari invitò quindi a pregare chiedendo l’intercessione di suor Irene: proprio in quei giorni, infatti, stava leggendo la sua biografia. L’acqua non solo fu sufficiente a dissetare tutti, ma continuò a sgorgare per diversi giorni, fino a quando, tra il pomeriggio del 12 gennaio e il mattino seguente, gli assediati poterono tornare alle loro case.

La beatificazione
L’asserito miracolo fu esaminato nel corso dell’inchiesta diocesana, svolta a Lichinga in Mozambico in poco più di una settimana, dal 18 al 26 luglio 2010. Gli atti furono convalidati il 2 dicembre 2011.
Il 31 ottobre 2013, i componenti della Consulta Tecnica della Congregazione delle Cause dei Santi (non trattandosi di una guarigione ritenuta inspiegabile, non serviva la Consulta Medica) dichiararono che la moltiplicazione dell’acqua aveva i caratteri dell’inspiegabilità scientifica.
I Consultori teologi, il 4 febbraio 2014, si pronunciarono a favore del nesso tra la preghiera degli assediati e l’intercessione di suor Irene. Il loro parere fu confermato dai cardinali e dai vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi il 20 maggio 2014. Il 12 giugno dello stesso anno, ricevendo in udienza il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il cardinal Angelo Amato, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui l’evento era da ritenersi miracoloso e ottenuto per intercessione della Venerabile Irene Stefani.
La beatificazione, la prima sul territorio africano dopo le nuove normative in merito, è stata celebrata il 23 maggio 2015 nel campus della Dedan Kimathi University a Nyeri. A presiedere il rito, il cardinal Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam in Tanzania, come inviato del Santo Padre. La memoria liturgica è stata fissata al 31 ottobre, il giorno esatto della sua nascita al Cielo.
I resti mortali della Beata Irene Stefani, già custoditi nella cappella della parrocchia del Mathari, presso Nyeri, affidata ai Missionari della Consolata, sono stati traslati il 24 ottobre 2015 nella cattedrale di Nyeri, dedicata alla Vergine Consolata.

Autore: Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini

 



 

Viene battezzata con i nomi di Aurelia Giacomina Mercede; in famiglia preferiscono chiamarla Mercede o, più semplicemente, Cede; vestendo l’abito religioso le danno il nome di Irene; arrivata in Africa la ribattezzano subito «Nyaatha», la donna tutta misericordia, ed in quest’ultimo nome è condensata tutta la giovane vita di suor Irene Stefani, che il 23 maggio 2015 è stata proclamata beata proprio in Kenya, dove si è spesa senza misura, fino al dono della vita.
Nasce ad Anfo (Brescia), in una numerosa famiglia, nel 1891. Desidera diventare missionaria già a 13 anni, ma in casa tutti fanno a gara per dissuaderla o perlomeno la pregano di attendere, anche perché la locanda di papà e i fratellini hanno troppo bisogno di lei. Un bisogno che, però, non diminuisce con gli anni, anzi aumenta con la morte di mamma, portata via da una brutta broncopolmonite.
Lei si spende in casa senza risparmiarsi, ma intanto non permette che venga soffocato il desiderio della missione, in ciò aiutata dal suo parroco, che l’accompagna spiritualmente, le fa fare catechismo, la manda a trovare i poveri e i malati.
E nel 1911, pochi mesi prima del compimento dei suoi vent’anni, la indirizza a Torino, nella neonata congregazione delle missionarie della Consolata, appena fondate dal beato Giuseppe Allamano dove l’anno successivo fa la vestizione religiosa. A fine 1914 riesce ad imbarcarsi in direzione Mombasa, dove la nave attracca il 30 gennaio 1915.
«Tutto con Gesù, nulla da me. Tutta di Gesù, nulla di me. Tutto per Gesù, nulla per me», aveva scritto suor Irene nel suo programma di vita; in terra di missione le viene chiesto di metterlo in pratica: nell’umiltà dei primi incarichi di fattoria, nelle difficoltà di imparare la lingua, nella disponibilità a prendersi in carico i ruderi di uomini ricoverati negli ospedali da campo, stremati dalla fatica disumana cui sono stati sottoposti nei cantieri di lavoro della guerra coloniale.
Suor Irene, insieme ad una consorella, dopo un breve corso infermieristico, va in Tanzania, nell’ospedale militare di Kilwa Kivinje: qui deve lavare piaghe, curare ferite, ma soprattutto restituire dignità a poveri esseri umani sfiancati dal lavoro e dalle privazioni. Sembra ci riesca più con il sorriso che con le parole, secondo il suo stile, fatto di silenzio e carità umile. Non aveva forse scritto un giorno «La missionaria è colei che ha cuore per amare, mani per aiutare, bocca per annunciare»?
Finita la guerra ritorna in Kenya, a Gekondi: lavora nella scuola, si prende cura dei malati, aiuta le mamme, consola gli anziani. Il processo di beatificazione ha fatto emergere la carità eroica di questa suora che non pone limiti alla sua azione missionaria, sempre in movimento da un villaggio all’altro, ovunque c’è bisogno di lei.
Emergono anche conversioni clamorose, un’infinità di battesimi (parlano di 3-4mila) amministrati da lei, come frutto diretto della bontà e della delicatezza seminate a piene mani. Ed è proprio così facendo che si guadagna sul campo la promozione a «Nyaatha», cioè donna tutta misericordia e dolcezza, perché i poveri capiscono fin troppo bene chi sta dalla loro parte.
Per lei, però, cominciano anche i giorni dell’invidia e dell’incomprensione: in casa, con alcune consorelle che contestano la sua nomina a superiora; nella scuola, con la contestazione della sua attività di insegnante e la richiesta della sua estromissione da parte di alcune giovani studenti, fomentate da un maestro che le vorrebbe subentrare nell’incarico.
È in questo clima di sofferta donazione che suor Irene il 14 settembre 1930 inizia a Nyeri un corso di esercizi spirituali, nel corso dei quali matura la decisione di offrire la sua «povera inutile vita» per il vescovo e per le missioni. Con fatica riesce ad ottenere il consenso della superiora il successivo 17 ottobre, proprio mentre a Gekondi infuria una terribile pestilenza.
È assistendo con squisita carità e tenerezza quel maestro che aveva fomentato la rivolta delle giovani contro di lei, che anche suor Irene viene contagiata dalla peste. Il 26 ottobre è costretta a mettersi a letto con i brividi e muore il 31 ottobre con i nomi di Gesù, Giuseppe e Maria sulle labbra.
A portarla sugli altari un miracolo unico nel suo genere: l’acqua del fonte battesimale di una chiesa, in cui un gruppo di rifugiati mozambicani si era asserragliato, non si è esaurita ed ha continuato a sgorgare e dissetare per diversi giorni in modo miracoloso un centinaio di persone, fino a che tutti sono potuti tornare sani e salvi alle loro case.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2018-05-13

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