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Anfo, Brescia, 22 agosto 1891 – Gekondi, Kenia, 31 ottobre 1910
Sr.Irene Stefani, al secolo Mercede Stefani, nasce il 22 agosto 1891 ad Anfo nella Val Sabbia (Brescia). Nel 1911 entra nell’”Istituto delle Missionarie della Consolata”, e il 12 gennaio 1912 veste l’abito religioso prendendo il nome di Irene. Il 29 gennaio 1914 emette la professione religiosa e alla fine dell’anno parte per le Missioni in Kenya, dove allora l’evangelizzazione era agli inizi e quasi inesistenti le scuole e i servizi sanitari. Dal 1914 al 1920, si dedica all’assistenza negli ospedali militari, che dell’ospedale avevano solo il nome, trattandosi di locali organizzati alla meglio per i portatori africani, denominati ‘carriers’, arruolati per trasportare materiale bellico al tempo della Prima Guerra Mondiale, che raggiunse anche l’Africa per il coinvolgimento delle colonie inglesi e tedesche.In questo ‘inferno’ sociale, suor Irene trascorreva le sue giornate di giovane missionaria, negli ospedali di Voi, Kilwa e Dar-es-Salaam in Tanzania; lavando, medicando, fasciando piaghe e ferite, distribuendo medicine e cibo, La seconda tappa della sua vita, dal 1920 al 1930, la trascorse nella missione di Gekondi, dedicandosi all’insegnamento scolastico. Istruiva le giovani consorelle giunte da lei per il tirocinio missionario, circondandole di affetto e attenzioni. Pur con le difficoltà di allora, continuò a seguire per corrispondenza, i suoi ‘figli’ africani che si spostavano più lontano, nelle città del Kenia, Mombasa, Nairobi, ecc., facendo anche da tramite con le famiglie. Curando un ammalato di peste, contrasse il micidiale morbo e morì il 31 ottobre 1910 a soli 39 anni, dei quali 18 trascorsi tutti in Kenya.
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«Gesù solo! Tutta con Gesù. Nulla da me. Tutta di Gesù. Nulla di me. Tutta per Gesù. Nulla per me». Sono le parole della serva di Dio Suor Irene Stefani che l’arcivescovo di Torino, il cardinale Severino Poletto, ha ricordato nel commemorare, nei giorni scorsi nella casa delle Missionarie della Consolata a Grugliasco, la missionaria morta 75 anni fa, il 31 ottobre 1930.
Suor Irene è stata fra le pioniere missionarie del Kenya. Il beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, quando la conobbe vide immediatamente che la stoffa era ottima. Era nata il 22 agosto 1891 ad Anfo, in provincia di Brescia; a 13 anni aveva detto ai genitori che desiderava consacrarsi a Cristo e che il suo sogno era diventare missionaria per essere tutta di tutti. A vent’anni lasciò il suo paese, la bella casa sul lago, il carissimo papà, le quattro sorelle… e partì alla volta di Torino il 19 giugno 1911 per incontrare il rettore della Consolata, nonché il «missionario» che per ragioni di salute non poté mai oltrepassare i mari, ma con il suo carisma seppe dare una spinta evangelica fortissima, grazie alla quale oggi il Kenya è un Paese ricco di gente con il Vangelo nel cuore.
A 23 anni (28 dicembre 1914) suor Irene partì per il Kenya che fu per lei teatro di eroismo e santità. Durante la prima guerra mondiale, dunque fra il 1915 e il 1918, negli ospedali militari in Kenya e in Tanzania, prestò il suo servizio come crocerossina. Ma lei non fu soltanto infermiera, fu molto di più: mamma e sorella coraggiosa e tenerissima, sempre solerte, sempre presente. Curava, imboccava, medicava, si inginocchiava vicino ai piagati, liberandoli pietosamente dai vermi che dalle cancrene aperte correvano sui loro poveri corpi e poi era sempre in cerca di acqua, là assai preziosa, per dissetare i febbricitanti, cedendo, quando era il caso, la sua razione.
La gente prese a chiamarla Nyaatha, cioè la «madre misericordiosa», colei che vedeva Gesù in ogni malato, in ogni povero, in ogni persona, e forte sentiva la necessità di battezzare. Ma i suoi battesimi non erano mai affrettati, richiedevano sempre un intenso tempo di preparazione.
Suor Irene, dopo il lavoro negli ospedali da campo, giunse a Ghekondi il 25 maggio 1920. Qui trovò un pugno di cristiani, appena 200, fu così che per dieci anni si fece pellegrina del Vangelo, instancabile camminatrice, su e giù per gli altipiani kikuyu. Camminava sgranando il rosario e nei piedi calzava duri e scomodi scarponi chiodati, oggi reliquie, e con l’emblematico titolo «Gli scarponi della gloria», la missionaria della Consolata suor Gian Paola Mina scrisse una straordinaria biografia su suor Irene Stefani ancor oggi letta e riletta.
La serva di Dio portava con sé anche un piccola borsa, la sua farmacia. Se c’era un malato da soccorrere la notte non differiva dal giorno e, senza paura di agguati di uomini o di belve, lei proseguiva nel cammino come il protagonista del salmo di Davide: «Anche se dovessi percorrere una selva oscura non temerò alcun male».
Mentre curava i corpi annunciava l’amore di Dio. Sorrideva sempre a tutti, anche nei momenti più tragici, anche quando le epidemie a Kilwa stroncavano circa cinquanta vite al giorno. Imparò davvero presto a non crollare di fronte a nulla perché Cristo viveva in lei.
Suor Irene, nell’ottobre del 1930, chiese ai suoi superiori di offrire la sua vita per le missioni di Nyeri e per la «salvezza di tutte le Anime», quelle Anime che nei suoi diari troviamo sempre con la A maiuscola. Due settimane dopo, a Ghekondi, nell’assistere un malato di peste, contrasse il male e morì all’età di 39 anni ripetendo, in kikuyu, il messaggio di Salvezza di Cristo Signore.
Papa Benedetto XVI l’ha dichiarata “venerabile” il 2 aprile 2011.
Autore: Cristina Siccardi
I suoi africani la definirono “Nyaatha”, ‘donna tutta compassione, misericordia, bontà’; per loro era la “madre misericordiosa” e non ne avevano mai trovato un’altra uguale.
La missionaria Irene Stefani, quinta dei dodici figli di Giovanni Stefani e Annunziata Massari, nacque ad Anfo nella Val Sabbia (Brescia) il 22 agosto 1891 e al battesimo fu chiamata Mercede.
Crebbe nell’ambiente impregnato di viva fede della sua forte e coraggiosa famiglia; ragazza vivace e bella,, dimostrò sin da bambina una spiccata sensibilità per l’apostolato tra i suoi coetanei e familiari, inoltre una tendenza alla carità che sarebbe stata la forte caratterizzazione della sua esistenza.
Instancabile, correva dai malati, aiutava gli anziani, pensava ai poveri, riservandosi sempre i lavori più pesanti; desiderosa di amare sempre di più Dio nel prossimo, già a tredici anni Mercede disse ai genitori: “Mi farò missionaria”.
Ma il destino fu avverso perché l’immatura morte della mamma, fece ricadere su di lei il compito di educatrice e catechista dei fratelli più piccoli, pertanto la famiglia divenne il suo primo campo di apostolato insieme alla parrocchia.
Finalmente a 20 anni, nel 1911, Mercede Stefani poté entrare nell’”Istituto delle Missionarie della Consolata”, ramo femminile fondato nel 1910 dal beato Giuseppe Allamano (1851-1926) a Torino, il quale già nel gennaio 1901 aveva fondato il ramo maschile con la denominazione: “Istituto della Consolata per le Missioni Estere”.
Praticamente fu una delle suore dei primi tempi dell’Istituto, il 12 gennaio 1912 vestì l’abito religioso prendendo il nome di Irene, emise la professione religiosa il 29 gennaio 1914 e alla fine dell’anno partì per le Missioni in Kenia, dove allora l’evangelizzazione era agli inizi e quasi inesistenti le scuole e i servizi sanitari.
La sua esperienza missionaria, che l’impegnò tutta la vita, si può dividere in due fondamentali tappe, in cui maggiormente si manifestò la sua personalità umana e religiosa.
La prima, durata sei anni dal 1914 al 1920, fu quella passata nei cosiddetti ospedali militari, che dell’ospedale avevano solo il nome, locali organizzati alla meglio per i portatori africani, denominati ‘carriers’, arruolati per trasportare materiale bellico al tempo della Prima Guerra Mondiale, che raggiunse anche l’Africa per il coinvolgimento delle colonie inglesi e tedesche.
Gli ammalati erano ammassati senza alcun criterio in grandi capannoni, abbandonati a se stessi; in un tanfo insopportabile, giacevano ammalati di ogni genere, anche con mali indefinibili e complicati, in un vociare di tante lingue e dialetti.
In questo ‘inferno’ sociale, suor Irene trascorreva le sue giornate di giovane missionaria, negli ospedali di Voi, Kilwa e Dar-es-Salaam in Tanzania; lavando, medicando, fasciando piaghe e ferite, distribuendo medicine e cibo, imboccando il più gravi e deboli con una sconcertante delicatezza.
La sua personale carità fu capace di addolcire gli animi di medici senza scrupoli, sorveglianti crudeli, increduli musulmani.
Imparando le varie lingue riusciva a parlare loro di Gesù, a incoraggiarli e consolarli; fu definita un “angelo di suora”; li preparò al Battesimo e alla fine poté contare circa tremila battesimi amministrati in pericolo di morte.
La seconda tappa della sua vita, dal 1920 al 1930, la trascorse nella missione di Gekondi, dedita all’insegnamento scolastico in un ambiente non proprio entusiasta; con la sua vivacità, correva ‘volando’ su e giù per le colline della regione, incontrando gente, invitando alla scuola e al catechismo, curando i malati, assistendo le partorienti, salvando i bambini abbandonati nella brughiera.
Istruiva le giovani consorelle giunte da lei per il tirocinio missionario, circondandole di affetto e attenzioni. Pur con le difficoltà di allora, continuò a seguire per corrispondenza, i suoi ‘figli’ africani che si spostavano più lontano, nelle città del Kenia, Mombasa, Nairobi, ecc., facendo anche da tramite con le famiglie.
Bruciante dal desiderio di far conoscere Gesù Cristo e il Vangelo, accorreva ovunque incurante della fatica, a volte delle offese e così per anni, finché curando un ammalato di peste, contrasse il micidiale morbo e morì il 31 ottobre 1910 a soli 39 anni, dei quali 18 trascorsi tutti in Kenia.
E unanime fu il dolore dei suoi africani nel piangerla, essi dicevano che non era stata la malattia a farla morire, ma il grande amore che nutriva per loro.
Suor Irene Stefani non è stata dimenticata e tutti hanno esultato per l’avvio nel 1985 della causa di beatificazione, che attualmente è in avanzata fase presso la competente Congregazione Vaticana.
I suoi resti mortali sono tumulati nella cappella della Parrocchia di Mathari, Nieri (Kenia), affidata ai Missionari della Consolata.
E' stata proclamata Venerabile il 2 aprile 2011.
Autore: Antonio Borrelli
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Aggiunto il 2011-12-31
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