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Servo di Dio Giuseppe D’Antonio Sacerdote

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Resina (Ercolano, Napoli) 17 giugno 1856 – 27 dicembre 1925


Tempo fa era diffusa specie a Napoli e provincia, una tipica lavorazione, quella del basalto vesuviano; cioè la lava raffreddata che tratta dalle cave alle falde del Vesuvio, veniva ‘tagliata’ a pezzi e massi squadrati e in parte levigati, così da poter essere usata per lastricare le strade, i marciapiedi, i muri di sostegno, balaustre e ornamenti architettonici delle ville e palazzi, ecc.
Tutto ciò fino all’introduzione dell’asfalto e di altre pietre più malleabili. Questo lastricato di basalto, ancora esistente nei centri storici dei Comuni che circondano il vulcano, era soggetto con il tempo a diventare liscio, per il transito dei carretti di una volta e delle auto poi; per cui si rendeva necessario scalpellare la superficie di calpestio ogni tanti anni, al fine di renderla di nuovo rugosa (bucciardata), per non fare scivolare gli zoccoli dei cavalli, i pneumatici delle auto e biciclette, rallentare in parte lo scorrere veloce delle acque piovane.
A questo compito, sia per le strade di nuova costruzione, che per quelle da rigenerare, come pure per il lavoro nelle cave, provvedevano gli scalpellini; benemerita categoria di lavoratori, che assolvevano il loro duro lavoro, sotto il sole e spesso sotto la pioggia, praticamente seduti per terra o sul piccolo cassetto degli attrezzi, a scheggiare con martello e scalpello i massi di ‘basoli’, non era raro che in quella posizione scomoda, qualche scheggia tagliente finisse in faccia ferendoli o peggio si ficcasse in un occhio, senza contare le martellate finite sulle mani.
A loro che oggi non si vedono più in giro, il Comune di Ercolano ha dedicato un singolare monumento a ricordo del lavoro pesante, misconosciuto, ma utilissimo di tanti suoi figli scalpellini.
E a tale categoria di lavoratori, apparteneva la famiglia D’Antonio in cui nacque Giuseppe, quarto dei sedici figli di Geremia D’Antonio e Annunziata Jacomino, il 17 giugno 1856 a Resina, come si chiamava fino al 1969 l’odierna Ercolano in provincia di Napoli, notissima per i suoi scavi archeologici.
Il numero così elevato di figli, era una caratteristica delle famiglie dell’Ottocento, ma non tutti i nati sopravvivevano a causa delle grande mortalità infantile dell’epoca.
A causa delle disagiate condizioni familiari, fu costretto ad intraprendere, seguendo il padre, l’umile e pesante lavoro di scalpellino del basalto vesuviano, allora una delle poche risorse del popoloso Comune di Resina.
Nel contempo però, riuscì ad apprendere da pii sacerdoti di Ercolano con lezioni serali, le prime nozioni dell’istruzione elementare, associate ai solidi principi di vita cristiana.
Frequentò sempre la Chiesa di S. Agostino (fondata dagli Agostiniani nel 1613), il cui rettore dal 1866 al 1890, don Daniele Scognamiglio fu suo direttore spirituale; trascorreva il tempo libero in chiesa, dove imparò a suonare l’armonium, aiutando così don Daniele nel rendere le funzioni più solenni.
In cuor suo sbocciò la vocazione allo stato sacerdotale, desiderio che poté realizzare solo dopo la prolungata ferma militare di ben 31 mesi.
L’11 maggio 1883 vestì l’abito di chierico esterno del Seminario Arcivescovile di Napoli; per la sua età non più giovanissima, tutti i seminaristi lo chiamavano “il nonno”, ma egli, che conservava l’anima semplice di un fanciullo, non pensava che a crescere nell’amore di Dio ed a fare progresso nello studio.
Dopo un corso accelerato di studi specifici, durato quattro anni, fu ordinato sacerdote il 17 dicembre 1887 a 31 anni e mezzo. Fu quasi subito destinato come cappellano nella chiesa di S. Agostino o di S. Maria della Consolazione, dove svolse un intenso e ininterrotto apostolato per 37 anni; arricchì la chiesa di opere d’arte e nel 1913 di un magnifico organo polifonico a canne, facendola diventare una delle più belle della zona vesuviana.
Conquistò l’ammirazione e la stima del fedele e generoso popolo di Resina, che lo chiamava “’o santariello” (il piccolo santo, forse per la sua bassa statura).
Come molti altri zelanti parroci in tutta Italia, fondò in quel periodo di grandi rivoluzioni sociali a cavallo fra i secoli XIX e XX, varie Associazioni religiose e leghe operaie; diffuse le opere missionarie e fu apostolo della devozione al S. Cuore di Gesù e alla Beata Vergine.
Proveniente dal duro mondo del lavoro manuale, non dimenticò nella sua opera pastorale la cura per gli operai, aiutandone la formazione, come per gli addetti alla realizzazione degli stucchi lucidi, cioè di quegli stucchi che con particolare tecnica di esecuzione danno l’illusione del marmo, tanto utilizzati nelle chiese e nei palazzi dell’epoca.
Il sabato sera gli operai di Resina, venivano radunati nella chiesa di S. Agostino e nei locali attigui, per esercizi spirituali, funzioni, catechesi, convegni, confessioni, celebrazione della Messa e Comunione.
Visse poveramente per il suo profondo spirito di distacco dai beni terreni, non esitando a privarsi del suo per darlo a chi ne aveva bisogno.
Quando nel 1925 l’arcivescovo di Napoli, card. Alessio Assalesi, propose di erigere la sua chiesa di S. Maria della Consolazione a parrocchia, egli che ne era stato cappellano, vicario e rettore, rifiutò umilmente la carica di parroco, anche per l’età ormai avanzata, quasi 70 anni.
Morì ad Ercolano il 27 dicembre 1925, per una bronco-polmonite contratta nel periodo natalizio, alle cui funzioni non volle mancare, percorrendo a piedi la strada da casa sua alla chiesa di S. Agostino, sotto la pioggia e il freddo di quei giorni di fine dicembre. I funerali furono un’apoteosi e fu sepolto nel cimitero cittadino.
Dieci anni dopo, nel dicembre 1935, la sua salma fu traslata nella chiesa di S. Agostino, eretta a parrocchia nel novembre 1929, dove aveva svolto la sua fervida missione pastorale per tutta la vita.
Dopo il processo informativo diocesano, aperto il 12 dicembre 1934 e chiuso nell’ottobre 1955, la pratica per la sua beatificazione è presso la competente Congregazione Vaticana dall’11 luglio 1957.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2005-09-21

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