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Beato Vincenzo Vilar David Padre di famiglia, martire

14 febbraio

Manises, Spagna, 28 giugno 1889 – Valencia, Spagna, 14 febbraio 1937

Il beato spagnolo Vincenzo Vilar David, laico, durante la persecuzione religiosa ospitò nella sua casa sacerdoti e religiose, e preferì morire piuttosto che rinnegare la fede di Cristo. Giovanni Paolo II lo beatificò il 1° ottobre 1995.

Martirologio Romano: A Valencia in Spagna, beato Vincenzo Vilar David, martire, che durante la persecuzione contro la religione accolse in casa sua sacerdoti e religiose e preferì morire piuttosto che rinnegare la fede.


Anche gli impresari vanno in paradiso. Soprattutto se nella conduzione della loro azienda e nel rapporto con gli operai riescono ad incarnare la dottrina sociale della Chiesa e sanno mettere al primo posto la solidarietà, la giustizia e la collaborazione. Un imprenditore salito alla gloria degli altari il 1° ottobre 1995 è Vincenzo Vilar David.
Nasce il 28 giugno 1889 in Spagna, nella provincia di Valenza, ultimo degli otto figli di una famiglia profondamente cristiana, proprietaria di una fabbrica di ceramiche che ha ormai acquistato fama internazionale. Allegro, estroverso, con una fede robusta che si traduce in concrete opere di carità, Vincenzo si laurea in Ingegneria industriale e dopo la morte prematura dei genitori, insieme a tre dei suoi fratelli si tuffa nella conduzione dell’azienda di famiglia e subito si distingue per il modo originale con cui la dirige. Nella sua fabbrica i rapporti sono guidati da un senso di giustizia e di solidarietà che permettono di superare contrasti e divisioni. Tratta i suoi dipendenti come veri amici, aiutandoli quando può, andandoli a trovare quando sono malati.
In fondo, Vincenzo altro non fa che seminare amore in ambito lavorativo come da sempre sta facendo nel gruppo dei suoi amici e tra i poveri della parrocchia. Che stia andando controcorrente lo dimostrano le contestazioni e le difficoltà incontrare sul suo cammino, che tuttavia non riescono a farlo indietreggiare di un millimetro dalle sue convinzioni e dal suo impegno: fermo e sereno, nonostante tutto, nelle misure da adottare a favore dei suoi operai, nel suo impegno per la catechesi parrocchiale dei giovani, nei vari circoli ed associazioni cui aderisce o che dirige. Non si tira indietro neanche davanti agli impegni amministrativi che gli sono proposti, e per sette anni è vicepresidente della Corporazione Municipale della sua città, lasciando l’esempio di persona integerrima che cerca il vero bene della sua gente.
A 33 anni si sposa con Isabella Rodes Reig, una ragazza che condivide i suoi ideali e il suo impegno e che da quel momento diventa la più valida collaboratrice della sua attività in parrocchia e delle sue opere di carità. Sul piano culturale è impegnato nella fondazione del “Patronato Parrocchiale di Azione Sociale” per l’educazione cattolica dei ragazzi: è il suo modo per contestare e contrastare l’azione antireligiosa che dall’inizio degli anni Trenta il governo spagnolo sta attuando. Allo scoppio della rivoluzione antireligiosa del 1936 Vincenzo è dunque una persona troppo in vista e troppo impegnata per passare inosservato. Ed è anche troppo coraggioso.
Diventa l’ombra del suo parroco, per aiutarlo e difenderlo fino a quando questi verrà assassinato; accoglie nella sua casa sacerdoti e religiosi cercando di salvare loro la vita; continua imperterrito nelle sue azioni di sempre, nonostante le minacce ed i più o meno espliciti “avvertimenti”. Inevitabile, dunque, l’arresto di un cristiano così impegnato e scomodo. Davanti al Tribunale, dove avrebbe la possibilità di rinnegare le sue convinzioni religiose per aver salva la vita, si dimostra tutto d’un pezzo, contento e sereno per come finora è vissuto e per cosa ha operato. Perdona i suoi persecutori proprio pochi istanti prima che questi lo finiscano a fucilate, il 14 febbraio 1937.
I suoi dipendenti chiudono la fabbrica per tre giorni in segno di lutto e resistono a tutte le pressioni delle autorità che ne vorrebbero l’immediata riapertura, perché, dicono, Vincenzo non era solo un impresario, ma un padre per ciascuno di loro. La sua beatificazione ha esaltato un “impresario santo”, che probabilmente avrebbe meritato la gloria degli altari anche senza il martirio, che tuttavia diventa il coronamento di una vita tutta impregnata di giustizia, di carità e di fede coraggiosamente vissuta.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto il 2006-12-29

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