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Beata Vittoria Diez y Bustos de Molina Vergine e martire

12 agosto

Siviglia, Spagna, 11 novembre 1903 – Hornachuelos, Spagna, 12 agosto 1936

La Beata Victoria Díez, membro dell’Istituzione Teresiana, esercitò l’Ufficio di maestra in piccoli Paesi dell’Andalusia, in Spagna. Nella persecuzione scoppiata contro la Chiesa, fu uccisa ai 33 anni, il 12 agosto 1936 per confessare la sua fede, mentre gridava: Viva Cristo Re, e viva la Sua Madre. Per arrivare al posto del martirio, ricorrendo a piede il cammino tra molti uomini fucilati davanti a lei, incoraggiava loro dicendo: “Coraggio, vedo il cielo aperto”. Giovanni Paolo II la beatificò il 10 ottobre 1993, insieme al Fondatore dell’Istituzione Teresiana, San Pedro Poveda, anche lui ucciso per la fede qualche giorno prima.

Martirologio Romano: Nella cittadina di Hornachuelos vicino a Córdova in Spagna, beata Vittoria Díez y Bustos de Molina, vergine e martire, che, insegnante nell’Istituto Teresiano, allo scoppio delle ostilità contro la Chiesa, confessò la sua fede cristiana e subì il martirio, mentre esortava gli altri a fare altrettanto.


E’ figlia unica e, forse, un po’ soffocata dall’affetto di mamma e papà. E lei, nata a Siviglia l’11 novembre 1903, cresce con questi genitori iperprotettivi, preoccupati sempre per la gracilità della sua costituzione, interiormente divisa tra il senso del dovere verso la sua famiglia e un desiderio missionario che di anno in anno si fa più insistente. A prezzo di non pochi sacrifici i genitori, di condizione piuttosto modesta, riescono a farla studiare e lei si diploma maestra nel 1923. Quasi contemporaneamente conosce la spiritualità di Santa Teresa d’Avila e ne resta affascinata; viene in contatto con l’Istituzione Teresiana e ne resta conquistata. Si tratta di un’associazione di laici, uomini e donne, che secondo le loro specifiche vocazioni, realizzano nei diversi campi educativi, culturali e professionali, la vocazione cristiana dei laici nel mondo “secondo lo stile dei primi cristiani”. A fondarla è stato un sacerdote infiammato d’amore per le anime, don Pedro Poveda Castroverde (ora anch’egli elevato alla gloria degli altari). Lei, la maestrina che sta cercando una sede e sta facendo concorsi per poter insegnare, sente che l’ Istituzione Teresiana può rappresentare la realizzazione della sua vocazione missionaria perché le permette, pur restando nel mondo, di vivere il suo ruolo di insegnante e di donna impegnata con spirito evangelizzatore, aiutando gli altri a fare lo stesso. Nel 1927 vince il suo primo concorso di insegnante e ottiene la prima sospirata nomina, ma deve trasferirsi a Cheles, un paesino dell’Estremadura, quasi al confine con il Portogallo, dove resta per un anno, in compagnia della mamma. L’anno successivo ottiene l’avvicinamento di sede e si trasferisce a Hornachuelos, a metà strada tra Cordova e Siviglia. Il 1928 è anche l’anno della sua consacrazione al Signore nell’Istituzione Teresiana e questo avvenimento sembra mettere le ali al suo apostolato. Perché nel paese in cui ha ottenuto il trasferimento non c’è che da rimboccarsi le maniche e tuffarsi nel lavoro, senza cercare l’impossibile ma anche senza accontentarsi del poco che già esiste. Così organizza e dà nuovo impulso all’Azione Cattolica, programma corsi serali per le donne lavoratrici, trova un nuovo locale per la sua scuola, instaura nuovi rapporti con le famiglie delle sue alunne e riesce a mettere in piedi una rete di sostegno e di aiuto concreto per quelle più bisognose, organizza il catechismo per i ragazzi della parrocchia, addirittura diventa presidente del Consiglio Comunale. A livello personale sostiene il suo apostolato con una robusta vita di fede e con atti di squisita carità verso le alunne più bisognose, per le quali si priva addirittura del cibo che la mamma le procura. Così facendo è inevitabile che in paese rivesta un ruolo di primo piano e che, allo scoppio della guerra civile spagnola e della persecuzione religiosa contro la Chiesa Cattolica, finisca subito nell’occhio del ciclone. La propaganda antireligiosa ingiunge la soppressione dalle aule scolastiche del crocifisso, che lei si porta a casa, e fa distribuire libri e opuscoli, che lei meticolosamente distrugge per evitare che influiscano negativamente sulla formazione morale e religiosa delle sue alunne. Il 20 luglio 1936 viene assaltata la chiesa parrocchiale e arrestato il parroco; l’11 agosto tocca a lei essere imprigionata insieme ad altri in una casa adattata a carcere. All’alba del giorno dopo, legati a due a due, sono diciotto i condannati a morte che sfilano per il paese, scortati dai miliziani, in direzione della miniera ed è lei, unica donna del gruppo, a incitare e incoraggiare gli uomini, soprattutto quelli che tremano al pensiero della morte imminente. Giunti alla miniera, dopo un processo-farsa, ciascun condannato è posizionato accanto alla bocca del pozzo e fucilato, in modo che il corpo vi cada direttamente dentro. L’ultima ad essere chiamata è lei, alla quale promettono l’immediata libertà se grida “Viva il comunismo”. Basterebbe davvero poco per aver salva la vita, ma sarebbe un rinnegare la sua fede e insieme a questa, rinnegare tutta la sua vita e l’impegno apostolico fino ad allora profuso. Allora risponde nel solo modo che sa: “Dico quello che penso: Viva Cristo Re e viva la Madre mia” e le sue parole sono coperte dagli spari che la fanno scomparire insieme agli altri nel pozzo della miniera. Di lì la tireranno fuori a novembre per seppellirla nel cimitero del paese e trent’anni dopo la trasferiscono nella cripta dell’Istituzione Teresiana di Cordoba. La Chiesa riconosce in Vittoria Diez y Bustos de Molina una testimone della fede, la cui morte è avvenuta in “odium fidei” e Giovanni Paolo II° la proclama beata il 10 ottobre 1993.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto il 2007-01-11

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