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Servo di Dio Jan Swierc Sacerdote e martire

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Królewska Huta, Alta Slesia, 29 aprile 1877 – Auschwitz, Polonia, 2 giugno 1941


Nato a Królewska Huta (Alta Slesia) il 29 aprile 1877 da Matteo e Francesca Rother, morì martirizzato nel campo concentramento di Oswiecim il 27 giugno 1941, a 64 anni d'età, 42 di professione e 38 sacerdozio.
Già da qualche anno in Alta Slesia giungevano notizie di Don Bosco e delle opere sue, specialmente dell'Istituto Salesiano di Valsalice che accettava giovani Polacchi desiderosi di diventare sacerdoti.
Nel 1894 egli viene a Valsalice. Fatti gli studi ginnasiali, compie il noviziato a Ivrea, la filosofia e teologia a Torino, mentre fa anche da segretario al Rettor Maggiore per le lettere polacche. A Torino il 6 giugno 1903 venne ordinato sacerdote dal Card. Richelmy.
Tonato in Polonia, incominciò il lavoro pedagogico salesiano con molta cura e diligenza, dando prova di ottima capacità e virtù religiosa.
Fu Direttore ad Oswiecim nei primi principi, subito dopo Don Manassero; poi a Cracovia dell'istituto Lubomirski; quindi a Przemysl, parrocchia e oratorio; poi di nuovo a Oswiecim; una seconda volta a Przemysl; quindi a Leopoli Nostra Signora Ostrobramska; infine a Cracovia Debniki. Fu sempre consigliere ispettoriale dal primo momento che si costituì il consiglio fino alla morte.
Fu sempre religioso e salesiano esemplare, amante della Congregazione e di Don Bosco, dando sempre prova di possederne tutto lo spirito. Di grandi capacità e prudenza, era sempre a lui che si affidavano gli affari più difficili e delicati.
Il 23 maggio 1941, essendo egli Direttore e parroco di Cracovia Debniki, venne arrestato con altri Confratellí dalla Gestapo e condotto nelle carceri di Cracovia, di dove alla fine di giugno veniva trasportato nel campo di concentramento di Oswiecim, dove l'aspettava una morte veramente atroce, che vorremmo dire martirio.
E qui chiedendone anticipatamente scusa ai confratelli ci permettiamo di trascrivere, tradotta in italiano, la deposizione di un testimonio oculare.
Don Swierc e gli altri confratelli “vennero condotti incatenati dalla prigione di Montelupi di Cracovia, con un trasporto di Israeliti, il 26 giugno 1941. Erano 12. Sulla piazza dell'appello furono loro sciolte le catene e dopo essere stati bastonati a sangue, vennero destinati insieme con gli Israeliti alla cosiddetta “compagnia di castigo" nel “blocco della morte" del campo di concentramento di Oswiecim.
Il comandante del blocco interroga ciascuno dei nuovi arrivati. Il primo ad essere interrogato è Don Swierc: “Che mestiere fai?” Alla risposta: “Sacerdote cattolico”, sbuffa di rabbia, con gli stivali gli dà due calci nel ventre e con la frusta lo fustiga in faccia, tanto da fargli correre il sangue. Intanto tutto infuriato bestemmia e grida: “Tu, pretaccio! Ladro! Mascalzone! Impostore!... Creperete come tutti, cani di maiali! Unica speranza per voi è il crematoio".
Il giorno seguente vanno tutti al lavoro, benché spossati, affamati, e quasi asfissiati dalle evaporazioni nauseanti del fumo dei cadaveri bruciati che esce dal camino del crematoio.
Le “compagnie di castigo" debbono lavorare nella fossa di ghiaia dietro la cucina. Preti e lsraeliti vengono separati e affidati alla speciale vigilanza di capi sadici.
Ad ognuno di loro viene data una carriola di ferro, un badile ed un piccone...
Bisognava col piccone spaccare le pietre, caricarle sulla carriola e trasportarle in una fossa profonda otto metri. Il trasporto doveva farsi di corsa. Su questo vigilavano i capi deI lavoro provvisti di robusti bastoni coi quali battevano senza pietà, ed in modo speciale si sfogavano contro i preti, le cui mani dopo breve tempo erano coperte di calli e di ferite e le gambe non li reggevano più.
Un primo inciampo, e Don Swierc cade. “Ah! Non hai voglia di lavorare ? grida il Capo ? ;ti aiuterò io subito”. E con un grosso bastone lo batte sulla testa e sulle spalle. Il povero Don Swierc si alza e col resto delle forze che aveva ancora spinge la carriola nella fossa. Intanto il “Capo” con calci lo costringe ad alzarsi. Questo brutale gioco durava circa un'ora. Don Swierc non ne può più. Tutto vacillante alza gli occhi al cielo esclamando ad ogni colpo di bastone: “Gesù mio! Gesù mio!”. Il capo diventa furibondo e grida: “Ti mostrerò io Gesù. Dio non c’è! Non ti strapperà dalle mie unghie!”. E vomitando oscene bestemmie improvvisamente gli scaglia un forte colpo sulla faccia che gli fa uscire un occhio dall'orbita e sangue dalla faccia. Con un secondo colpo gli rompe i denti e lacera tutta la gengiva destra. Faceva veramente compassione vedere il povero Don Giovanni così orribilmente massacrato, grondante sangue. Si sentivano solamente i suoi flebili gemiti: “Gesù mio! Gesù mio, misericordia!". Un'ultima volta alza la testa verso di noi e verso il caro collegio dominato dalla statua di bronzo dorato del Santo Redentore che si vedeva dal campo, e gli dà così l'ultimo saluto.
Infuriato il “Capo” decide di dare l'ultima colpo alla sua prima vittima sacerdotale di quel giorno: lo alza e con tutte le forze lo getta contro la carriola di grosse pietre. Il colpo fu così terribile che a Don Giovanni si ruppe la spina dorsale e la testa penzolò giù dalla carretta. Per finirlo il bestiale “Capo” con una grossa pietra gli schiaccia la testa. “Hai fatto un colpo da maestro”, risuonò fra urla e risate del gruppo dei soldati che non si saziavano di contemplare la macabra scena".
Don Giovanni Swierc era morto! Il suo corpo ancor caldo fu caricato sulla carriola e buttato nel crematoio, mentre la sua anima andava a ricevere la palma della vittoria dalle mani del Divin Salvatore.


Fonte:
www.sdb.org

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Aggiunto/modificato il 2005-10-31

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