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> Home > Sezione Servi di Dio > Servo di Dio Wlodzimierz Szembek Condividi su Facebook Twitter

Servo di Dio Wlodzimierz Szembek Sacerdote e martire

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Don Wlodzimierz è nato nel 1883 in Poreba Zegoty. È entrato nella Congregazione Salesiana nel 1929 a Czerwinsk, dove ha fatto la prima professione nel 1930. Ha studiato a Krakow, dove ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 1934. Ha lavorato tra altro a Krakow – prima nella casa ispettoriale e poi nello studentato teologico – e a Skawa. Là è stato arrestato il 9 luglio 1942 e trasportato prima a Zakopane, poi a Tarnow, e alla fine nel campo di Auschwitz. Morì il 22 settembre 1942 a causa delle violenze subite durante gli interrogatori.


Nella tenuta di famiglia a Por_ba-Zegoty, presso Cracovia, sbocciava alla vita il piccolo Wladimiro il 22 aprile 1883 dai genitori conti Sigismondo e Clementina dei conti Dzieduszycki. La fanciullezza trascorse serena e tranquilla nell'ambiente familiare. Ben presto Wladimiro si diede con passione agli studi, dapprima in privato, di poi nel ginnasio di Sobieski, e infine all'università Jagellonica, coronandoli felicemente con la laurea in ingegneria agraria nel 1907. Si serviva a perfezione della lingua tedesca, francese, russa, inglese, ceca, italiana, ebraica (dialetto), oltre quella polacca, latina e greca. Era pure ottimo intenditore di musica, suonava speditamente il pianoforte, e mostrava spiccatissime doti artistico teatrali.
Conseguiti i necessari titoli di studio, si crea un proprio ufficio tecnico e si dedica all'amministrazione degli estesi poderi della madre, che ammontavano a tre mila ettari di terreno. Furono vent'anni di intenso lavoro, che palesarono subito le sue doti eccellenti di uomo e di cristiano. Il parroco suo, interpellato da Mons. Nowak, Vescovo di Przemysl, rilasciò del conte Wladimiro questa significativa testimonianza: “Francesco Wladimiro Szembek visse per 20 anni in questa parrocchia. Apparve sempre molto generoso con gli altri e severo con se stesso; nessuno si allontanava da lui senza soccorso mentre lui conduceva un tenore di vita assai parco e modesto. Durante la guerra, quando le popolazioni pativano la fame, lui pure, per non distinguersi dai poveri, si cibava di pane nero e di poche verdure. Le Congregazioni religiose e gli orfanotrofi erano da lui aiutati con molta larghezza; i mendicanti sapevano che la sua porta era sempre aperta. Era insomma la stessa misericordia senza calcoli, senza misure. La sua vita privata era assai ritirata; privo in modo assoluto dello spirito di mondanità, rifuggiva da quella vita molle intessuta di divertimenti, ozi e leggerezze che non poche volte caratterizza l'alta società. Edificava tutti con la sua compitezza, pazienza e affabilità e particolarmente con la sua spiccata religiosità convinta e senza ostentazione. Fu circondato da tutti della più grande stima e reputato un santo”.
Il suo spirito però, aperto a tutto ciò che è spiritualmente alto, non poteva non aspirare ad una perfezione maggiore. Nel suo cuore era grande la stima verso la vocazione religiosa. “La vocazione ripeteva è una grande grazia. Un uomo del secolo, pur bramando il meglio, non è certo se facendo una data opera non ne abbia trascurata una migliore, come espressione della volorità di Dio”.
Un giorno manifestò ai suoi la volontà di farsi religioso. I parenti non ne rimasero sorpresi: tutta la sua vita era stata una vita da perfetto religioso. Data anche la tradizione religiosa famigliare non si opposero, auspicando solo che entrasse in uno dei grandi Ordini tradizionali della Chiesa. Egli invece si orientò verso la nostra umile Congregazione, di cui lui conosceva lo spirito e le opere, col desiderio di emulare nelle virtù il Beato Don Augusto Czartoryski, suo parente. Al suo Direttore spirituale manifesterà poi il motivo per cui s'indusse a farsi Salesiano: gli pareva che nella Congregazione salesiana egli potesse farsi santo con maggior rapidità; entrando in età avanzata in una Congregazione, temeva gli rimanesse ormai troppo poco tempo per raggiungere le vette della perfezione cristiana.
All'età di 42 anni, il 4 febbraio 1928 bussava alle porte del nostro aspirantato di Oswiecim. Al termine dell'anno fu ammesso a Czerwinsk nell'anno di noviziato, che coronò con somma gioia del suo cuore con la professione religiosa l'8 agosto 1929.
Edificava grandemente e commuoveva ad un tempo l'umile suo contegno; rifuggiva in modo assoluto da ogni particolarità, attenendosi in tutto alla vita comune, come il più umile chierichetto proveniente da ceti sociali molto inferiori al suo. Quanto edificava il vedere il già conte Wladimiro usare per legacci semplice spago annerito, lavarsi con un sapone formato da vari pezzi inutilizzabili abbandonati dai compagni, viaggiare senza valigia, con un semplice pacchetto legato da spago. Il santo suo parente il principe Augusto Czartoryski dal cielo avrà gioito nel vedere in Don Wladimiro un emulo delle sue virtù. Con questa ottima preparazione spirituale, unita a quella scientifico teologica avuta nel nostro Studentato di Cracovia, ricevette l'Ordinazione sacerdotale a Cracovia stessa l'8 giugno 1934.
L'ispettore Don Tommaso Kopa, ben conoscendo le virtù e le doti del neo-sacerdote, lo volle presso di sé quale segretario ispettoriale. Con la sua ottima perizia tecnica fu di valido aiuto a salvare non poche nostre Case, particolarmente nei pericoli di occupazione tedesca.
Si dedicava al lavoro con entusiasmo, trovando nell'obbedienza la manifestazione della volontà di Dio, anche se questa non sempre gli permetteva una più ampia attività di ministero strettamente sacerdotale. Chi però lo vedeva nella celebrazione della S. Messa, nell'amministrazione dei Sacramenti e lo sentiva nella predicazione non poteva non rimanere altamente edificato dalla pietà e dalla santità che da lui traspariva.
Fedele alle raccomandazioni di Don Bosco, si tenne sempre lontano dalle contestazioni di politica, anche quando, come nei momenti tristi passati dalla Polonia con l'invasione tedesca, era tutto un fermento politico.
Ciò nonostante egli pure venne travolto dalla bufera politico religiosa che si scatenò sulla nostra povera patria. Il 9 luglio 1942 veniva arrestato dalla Gestapo tedesca e inviato a Nowy Targ. Don Wladimiro rimase sereno, e rivolto al direttore Don Kozak, commentò solo con un sorriso radioso, pregustando forse il futuro martirio: “E' questa una vergogna che abbiamo atteso da tanto tempo”.
Il suo desiderio grande di sofferenze fu certo appagato dal calice amaro che dovette bere nei campi di prigionia. Ci è stato riferito da testi oculari che nella prigione di Zakopane, mentre legato ad una colonna subiva una straziante flagellazione fra burle e schemi degli aguzzini, il caro Don Wladimiro era raggiante di gioia. Un giorno mentre rientrava in cella dopo aver subito la terribile pena della sospensione, lo sentirono mormorare con un sorriso, tra gli spasimi del volto, una preghiera di ringraziamento al Signore per avergli concesso di gustare almeno un po' delle pene da Lui sofferte sulla Croce. La cella a lui destinata era così stretta che vi si poteva stare al massimo seduti, e come se ciò non bastasse era di continuo invasa dall'acqua. In tale cella era impossibile trovare un po' di riposo e di sollievo al corpo sfinito dalle torture e dagli interrogatori massacranti.
Da Zakopane venne poi trasferito a Tarnow e quindi nel campo di Oswiecim. Qui nuove sofferenze, nuove torture, particolarmente per opera delle S.S., che non si capacitavano che uno come lui, ricco, si fosse fatto prete in età già adulta.
Legato ad un grosso cilindro di pietra doveva spianare lo spazio che serviva per l'appello: Un compagno di prigionia testimonierà così di lui: “Il vostro venerando confratello Don Szembek godeva presso noi tutti stima di vero santo. A lui aprivamo completamente le nostre anime. In un solo punto molti di noi non si accordavano con lui: egli esigeva una rinuncia completa all'odio, un perdono cordiale verso i terribili carnefici nostri, come lui sapeva fare da vero seguace di Cristo”.
Stremato dalle sofferenze, che ridussero il suo povero corpo in uno stato davvero pietoso, moriva il 22 settembre 1942 nel campo di Oswiecim, con gli occhi fissi alla chiesa e all'istituto nostro, ove aveva iniziato quella via della perfezione religiosa che doveva poi percorrere a passi da gigante e che ora là in quel campo, fatto prigioniero per Cristo e per la patria, doveva concludere in una luce aureolata di martirio.


Fonte:
www.sdb.org

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Aggiunto/modificato il 2005-11-01

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