Diceva di lui, il rettore universitario e critico letterario, Carlo Bo: “Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto di cantarla tutti i giorni”; e lui per decenni attuò inconsciamente con il suo canto lirico, un motto della tradizione ebraica mistica, che invitava il fedele a “un canto ogni giorno, a un canto per ogni giorno”. Padre David Turoldo nacque a Coderno (Udine) il 22 novembre 1916; a 13 anni entrò nell’Ordine dei Servi di Maria (fondato nel 1233 a Firenze dai Santi Sette Fondatori), che si distingue per lo specifico e intenso culto per la Beata Vergine. Fu ordinato sacerdote nel 1940, conseguendo nel 1946 la laurea in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La sua vita di frate servita fu molto movimentata e la sua produzione poetica, unitamente ai numerosi interventi nel sociale, pongono padre David Turoldo, dopo fra’ Paolo Serpi (1552-1623) di Venezia, certamente come la figura più nota al di fuori dell’Ordine, in tutta la sua secolare storia. Durante l’occupazione nazista (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945) fece parte della Resistenza, fondando a Milano un foglio clandestino “L’Uomo” insieme ad altri compagni; con padre Camillo De Piaz, fondò la “Corsia dei Servi” (attività letteraria con specifica libreria). Uomo di grande sensibilità, combatté con sdegno le ingiustizie, rifiutando ogni compromesso con il potere; gli aggettivi che meglio lo qualificarono furono, ribelle (nel senso nobile del termine), impetuoso (nelle sue reazioni ed atteggiamenti), drammatico (per le sue vicissitudini), fedele (a Dio, alla sua vocazione, alla sua origine). In tutta la sua poderosa opera poetica, si riflettono la passione, l’entusiasmo, la spontaneità, le scelte della sua vita; come la partecipazione al sogno di don Zeno Saltini e della sua Nomadelfia; le sue prediche nel Duomo di Milano; la sua parola detta e scritta attraverso i vari canali della comunicazione, giornalistica, teatrale, televisiva e cinematografica. La sua fitta produzione poetica: Io non ho mani, 1948; Udii una voce, 1952; Gli occhi miei lo vedranno, 1955; Poesie, 1971; O sensi miei…(Rizzoli, Milano, 1990, che raccoglie la sua creazione poetica dal 1948 al 1988); I canti ultimi (Garzanti), Lungo i fiumi…(Ediz. Paoline, 1987); durata fino agli ultimi giorni, lo impose subito all’attenzione della critica e dei lettori come una delle voci più emblematiche della poesia italiana, soprattutto religiosa, contemporanea. Riportiamo qualche strofa delle sue intense poesie, tratte dal sopra citato volume “O sensi miei….”: Da ‘Mio atto di fede’: “Teologi e chiesasti, pulite (o complicate) quanto volete la fede, ma lasciatemi credere. / Cristo non è una cavia o un sistema; è l’evento dentro e oltre i fatti. / E, distrutto, sempre si ricompone dalla sua e nostra morte, per la sua e nostra risurrezione…”. Da ‘Ballata della speranza’, dove il poeta esprime l’impazienza per la seconda venuta del Signore, quando tutta la creazione sarà trasfigurata: “…Anche il grano attende / anche l’albero attende / attendono anche le pietre / tutta la creazione attende. VIENI VIENI VIENI, Signore / vieni da qualunque parte del cielo / o degli abissi della terra / o dalle profondità di noi stessi / (ciò non importa) ma vieni, / urlassimo solo: VIENI…”. Ma padre David Maria Turoldo fu soprattutto un cantore della Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse, dice di lui il notissimo mons. Gianfranco Ravasi, biblista insigne e sacerdote della diocesi di Milano, che lo ebbe come amico profondo e fecondo cooperatore, specie attraverso le ripresa poetica di tre libri biblici, dei quali padre Turoldo si era veramente innamorato, il Salterio, il Cantico dei Cantici e Qochelet; che scopo e ragione d’essere della sua poesia è stato quello di far cantare la Parola divina, esterna a lui, donata, di cui la sua possente voce, da cattedrale o da deserto, era solo “conchiglia ripiena”; “Servo e ministro sono della Parola” si era un giorno autodefinito. Come per tanti altri uomini di Chiesa, anche padre David Maria Turoldo, dovette subire l’incomprensione delle Autorità ecclesiastiche, nel 1954, anche per l’appoggio dato all’opera di don Zeno Saltini, allora non compresa, il Santo Uffizio chiese ai superiori dell’Ordine dei Servi di Maria, di allontanarlo dall’Italia; iniziò così in ubbidienza un lungo itinerario in varie Case servite di Austria, Baviera, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, che in pratica lo fece conoscere ed apprezzare ad un vasto mondo, al di fuori del suo Ordine. Rientrato in Italia dopo qualche anno, fu a Firenze dove lavorò accanto al noto sindaco il Servo di Dio Giorgio La Pira (1904-1977), una delle tante luminose amicizie, umili e grandi di quel suo tempo. Lasciata Firenze dopo alcuni anni, fu ad Udine e poi si mise alla ricerca di un posto, dove raccogliere le forze e muovere per nuove iniziative; lo trovò nell’antica abbazia di Sant’Egidio a Fontanella di Sotto il Monte (Bergamo) il paese d’origine di papa Giovanni XXIII, che fece restaurare con amore e culto della bellezza; dal 1964 l’abbazia divenne luogo di richiamo ecumenico e di accoglienza, per innumerevoli persone e gruppi, centro di spiritualità denominato “Casa di Emmaus”, qui visse molti anni. Afflitto da tumore al pancreas e dal progressivo disfacimento fisico, fu esemplare nel sopportarlo, la sua poesia degli ultimi anni denota il tormento interiore davanti al silenzio di Dio che si faceva più assordante, quanto più egli anelava la sua Voce: “Dio e il Nulla – se pur l’uno dall’altro si dissocia… / Tu non puoi non essere / Tu devi essere, / pure se il Nulla è il tuo oceano”. “All’incontro cercato nessuno giunge… Notte fonda, notte oscura ci fascia – nera sindone – se tu non accendi il tuo lume, Signore!”. Dopo un itinerario in vari luoghi di cura, morì nel Convento di San Carlo a Milano il 6 febbraio 1992; i suoi funerali videro la partecipazione di una folla incontenibile, fra cui la gente semplice e gli intellettuali si mescolavano per ore sfilando davanti alla sua bara. Presiedette le esequie il cardinale Carlo Maria Martini ,che qualche mese prima della morte, aveva consegnato a padre Turoldo il primo “Premio Lazzati”, chiedendogli così pubblicamente scusa a nome della Chiesa di tanti torti subiti. Un secondo rito funebre ebbe luogo nella sua Casa di S. Egidio di Fontanella, nel cui piccolo cimitero fu sepolto.
“Perché anima mia, sei così triste, perché sospiri e ti abbatti su me? Nel tuo Dio e Signore confida! Potrò ancora cantar le sue lodi, lui, del mio volto salvezza, mio Dio!”. (Padre Turoldo, dalla rielaborazione del Salmo 43)
Per ulteriori notizie: www.priorato-santegidio.it
Autore: Antonio Borrelli
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Aggiunto il 2005-12-09
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