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† Egitto, circa 450
E' una delle figure più importanti del monachesimo egiziano tardoantico e uno dei principali Padri del deserto. Nato probabilmente intorno al 340, entrò nella vita monastica insieme ad alcuni fratelli e si stabilì nel deserto di Scete, uno dei grandi centri dell'eremitismo egiziano. La distruzione di Scete provocata dalle incursioni dei Mazici, intorno al 407, costrinse Poemen e altri monaci a disperdersi. Il gruppo trovò rifugio a Terenuthis, presso il Nilo, dove l'esperienza della comunità di Scete continuò in una nuova situazione. Poemen non è ricordato soprattutto per imprese straordinarie o per opere scritte, ma per la capacità di discernimento e per la sapienza con cui accompagnava altri monaci. Le sue parole furono conservate nella grande tradizione degli Apophthegmata Patrum, i Detti dei Padri del deserto. Nella sola raccolta alfabetica gli sono attribuiti 187 apoftegmi, ai quali se ne aggiungono numerosi altri trasmessi in raccolte differenti. Per questo il suo insegnamento costituisce una parte eccezionalmente ampia della memoria spirituale del monachesimo egiziano. La sua originalità sta nel modo concreto con cui affronta i problemi della vita interiore: il silenzio, il giudizio sugli altri, la penitenza, il digiuno, la preghiera, il controllo delle passioni e soprattutto il discernimento. Il nome stesso, 'Pastore', sembra quasi riassumere la sua funzione di guida spirituale.
Etimologia: Poemen deriva dal greco ποιμήν e significa 'pastore'.
Emblema: Abito monastico, lunga barba, atteggiamento da anacoreta.
Martirologio Romano: Nella Tebaide in Egitto, san Pemeno, abate, del quale, ammirato anacoreta, si tramandano molti detti pervasi di saggezza.
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Le notizie sulla vita di Poemen (Poimen, Pimen, Pœmen, Pemeno, Poemon, Poimone) sono frammentarie. Non possediamo una biografia contemporanea che permetta di ricostruirne con precisione l'esistenza. La sua figura emerge soprattutto dagli Apophthegmata Patrum, raccolte di detti e brevi racconti relativi ai monaci del deserto egiziano. Gli studiosi moderni considerano tuttavia Poemen un personaggio storico, pur riconoscendo che il materiale attribuito al suo nome è il risultato di una lunga trasmissione orale e letteraria. William Harmless ha dedicato a Poemen uno studio specifico, sottolineando proprio il rapporto tra la sua memoria personale e la formazione della tradizione dei Padri del deserto. La tradizione lo colloca nel deserto di Scete, nell'area dell'attuale Wadi al-Natrun, a occidente del Nilo. Scete era uno dei grandi luoghi dell'esperienza anacoretica egiziana. Qui, a partire dal IV secolo, numerosi monaci vivevano in celle separate, mantenendo tuttavia rapporti di fraternità e ricorrendo ai più anziani per ricevere consiglio. Poemen entrò nella vita monastica insieme ai fratelli. Una tradizione conservata nelle fonti orientali ricorda in particolare Anubis e Paisio tra i suoi fratelli. La severità della loro scelta ascetica è esemplificata dal racconto della madre che si recò al monastero per incontrarli. I fratelli avrebbero rifiutato di mostrarsi a lei, preferendo custodire la loro scelta di separazione dal mondo. Il racconto appartiene al patrimonio agiografico dei Padri del deserto e non può essere utilizzato come una cronaca biografica nel senso stretto del termine.
La distruzione di Scete Un avvenimento storicamente significativo nella vicenda di Poemen fu la distruzione della comunità di Scete a opera dei Mazici, popolazioni provenienti dalle regioni desertiche occidentali. La data generalmente indicata dagli studi moderni è il 407. L'episodio provocò la dispersione di una delle più importanti comunità monastiche egiziane e segnò una svolta nella trasmissione della tradizione spirituale di Scete. Poemen e il suo gruppo si rifugiarono a Terenuthis, località situata sul Nilo. Secondo la tradizione, i monaci trovarono riparo nelle rovine di un antico tempio pagano. La vicenda è particolarmente interessante perché mostra come la crisi di Scete non significò la scomparsa della sua tradizione, ma piuttosto la sua diffusione in altri ambienti dell'Egitto. A Terenuthis Poemen e i suoi compagni continuarono una vita austera. Le fonti descrivono una giornata rigorosamente organizzata tra lavoro manuale, lettura, raccolta delle necessità materiali, preghiera e riposo. Questi dettagli, tuttavia, provengono dalla tradizione ascetica successivamente raccolta negli apoftegmi e devono essere letti nel quadro più ampio della disciplina monastica egiziana.
Il monaco e la guida spirituale È soprattutto come maestro di discernimento che Poemen emerge dalle fonti. Non era interessato a costruire una dottrina sistematica. Rispondeva alle domande dei monaci con parole brevi, spesso costruite intorno a un'immagine concreta. Uno dei tratti più caratteristici del suo insegnamento è la diffidenza verso il giudizio degli altri. A un monaco che gli chiedeva come comportarsi davanti alla colpa di un fratello, Poemen rispondeva richiamando la sproporzione tra il proprio peccato e quello altrui, utilizzando l'immagine evangelica della trave e della pagliuzza. La sua pedagogia non era però permissiva. La misericordia doveva accompagnarsi alla conversione. In un altro apoftegma, un monaco che aveva commesso una grave colpa domandò quanto dovesse durare la penitenza. Poemen insiste sulla necessità di un pentimento autentico e della decisione di non tornare al peccato. Il punto centrale non è quindi il semplice calcolo della durata della penitenza, ma la trasformazione interiore. Questa attenzione alla persona distingue molti dei detti attribuiti a Poemen. Il monaco non viene trattato come un caso astratto, ma come una persona impegnata in una lotta concreta.
Il digiuno e il discernimento Poemen praticava un'ascesi rigorosa. Le fonti gli attribuiscono anche periodi molto prolungati di digiuno. Ma proprio qui emerge una delle caratteristiche più interessanti della sua spiritualità: egli non trasformava la propria pratica personale in una regola universale. A chi lo interrogava sul digiuno raccomandava moderazione. Un monaco poteva anche riuscire a non mangiare per molti giorni, ma se nel frattempo non riusciva a dominare l'ira, la sua austerità perdeva il significato spirituale. Il principio è importante per comprendere l'intero insegnamento di Poemen. L'ascesi non è un fine in se stessa. Il digiuno, il silenzio, la solitudine e il lavoro devono concorrere alla trasformazione del cuore. La tradizione scientifica moderna ha inoltre osservato come gli apoftegmi attribuiti a Poemen mostrino una particolare attenzione al tema della misura. Il suo insegnamento comprende il digiuno, il controllo dei desideri e la lotta contro le passioni, ma sempre all'interno di una più ampia pedagogia del discernimento.
Il silenzio e la parola Poemen è uno dei maestri del deserto che più frequentemente riflette sul rapporto tra silenzio e parola. Per lui il silenzio esteriore non coincide necessariamente con il silenzio interiore. Un uomo può tacere con la bocca e continuare a parlare incessantemente nel proprio cuore attraverso il giudizio e la condanna degli altri. Al contrario, chi parla per una ragione buona può conservare il vero silenzio interiore. Questa distinzione è centrale nella sua spiritualità. L'obiettivo dell'asceta non è semplicemente smettere di parlare, ma liberarsi dalla dispersione interiore. Lo stesso principio appare nella sua attenzione alla discrezione. Non ogni parola è utile e non ogni silenzio è una virtù. Il discernimento consiste nel comprendere quando parlare e quando tacere.
La preghiera e la lotta interiore Gli apoftegmi mostrano Poemen particolarmente interessato alla lotta contro i pensieri e le passioni. In una delle immagini più caratteristiche della sua tradizione, la tentazione viene paragonata al fuoco, mentre la preghiera è come l'acqua capace di spegnerlo. Il suo insegnamento non propone quindi una fuga dalla realtà psicologica dell'uomo. Al contrario, affronta direttamente ira, giudizio, desiderio, tristezza, scoraggiamento e pensieri ossessivi. Il linguaggio è semplice, ma presuppone una profonda esperienza della vita interiore. Per questo gli studiosi hanno visto nella tradizione poemeniana una delle espressioni più mature della direzione spirituale del monachesimo egiziano.
Un maestro della memoria L'importanza storica di Poemen dipende anche dal suo rapporto con la memoria dei Padri precedenti. L'ampia presenza del suo nome negli Apophthegmata Patrum non significa necessariamente che ogni detto attribuito a lui sia stato pronunciato personalmente da lui. La formazione delle raccolte fu un processo complesso: i detti circolarono oralmente, furono trasmessi, adattati, raccolti e successivamente organizzati in diverse collezioni. La ricerca di William Harmless ha mostrato proprio quanto sia importante considerare Poemen anche come una figura attraverso la quale la comunità monastica ricordava e trasmetteva la sapienza delle generazioni precedenti. Nella raccolta alfabetica gli sono attribuiti 187 apoftegmi. Altri testi compaiono nella raccolta sistematica e in altre tradizioni manoscritte. Uno studio recente di carattere accademico sintetizza la tradizione complessiva arrivando a circa 249 detti attribuiti a Poemen nelle diverse raccolte e versioni. Questa quantità è eccezionale. Poemen è infatti la figura che occupa lo spazio più ampio nella memoria degli Apophthegmata Patrum.
Il rapporto con gli altri Padri del deserto Nei detti di Poemen compaiono numerosi altri monaci della tradizione egiziana. Sono ricordati, tra gli altri, Antonio, Macario l'Egiziano, Giovanni il Nano, Mosè l'Etiope, Sisoes, Pambo e molti altri. L'elenco mostra quanto la memoria di Poemen sia strettamente collegata a quella dell'intero ambiente monastico di Scete. Poemen non appare dunque come un maestro isolato. È piuttosto uno degli anelli attraverso i quali la tradizione dei primi eremiti viene trasmessa alle generazioni successive. Il suo insegnamento è caratterizzato da una particolare attenzione alla misericordia e alla discrezione. In questo senso rappresenta uno sviluppo significativo dell'ideale ascetico: la santità non consiste semplicemente nella durezza verso se stessi, ma nella capacità di comprendere la fragilità dell'altro.
Gli ultimi anni e la morte La data della morte di Poemen non può essere stabilita con assoluta precisione. La tradizione orientale la colloca intorno al 450 e gli attribuisce un'età eccezionale, circa 110 anni. Questa cifra appartiene alla tradizione agiografica e non può essere considerata un dato biografico certo. Alcune fonti storiche più antiche hanno proposto una morte intorno al 460, mentre altre tradizioni arrivano a date successive. Gli studi moderni tendono generalmente a collocare la sua morte nella metà del V secolo. La sua memoria, tuttavia, sopravvisse molto più a lungo della sua comunità. Le parole attribuitegli continuarono a essere copiate, tradotte e riorganizzate in greco, latino, siriaco, copto, etiopico e in altre lingue della tradizione cristiana orientale.
La misericordia prima del giudizio Uno dei motivi più ricorrenti negli insegnamenti di Poemen è il rifiuto di giudicare il prossimo. Per lui la vita ascetica non autorizza il monaco a diventare giudice dei fratelli. Questo atteggiamento non nasce da indifferenza nei confronti del peccato. Nasce piuttosto dalla consapevolezza che il primo campo della lotta spirituale è il proprio cuore.
L'ascesi come misura Poemen non svaluta il digiuno e le privazioni. Egli stesso praticò un'ascesi severa. Ma insegna che l'austerità deve essere subordinata al discernimento. La tradizione che lo riguarda mette così in evidenza una tensione fondamentale del monachesimo: la necessità di combattere le passioni senza trasformare l'ascesi in una ricerca della prestazione personale.
Il silenzio come libertà interiore Il silenzio di Poemen non è semplicemente isolamento acustico. È soprattutto liberazione dalla dispersione, dalla curiosità, dal giudizio e dalle parole inutili. Da qui deriva la sua attenzione alla hesychia, la quiete interiore ricercata dagli eremiti egiziani. La cella e il deserto sono strumenti, non il fine ultimo.
Il valore della tradizione La figura di Poemen è particolarmente importante anche perché mostra come il monachesimo antico trasmettesse la propria esperienza. I Padri non elaborarono principalmente trattati sistematici. Molta della loro sapienza passò attraverso brevi dialoghi, risposte, episodi e sentenze. La formula tradizionale della domanda 'Dammi una parola, abba' esprime bene questa forma di trasmissione. Poemen è probabilmente il massimo rappresentante di questo modello. La sua autorità non deriva da un ufficio ecclesiastico, da una produzione letteraria sistematica o da una posizione istituzionale. Deriva dalla capacità di offrire una parola concreta a chi cerca orientamento.
Gli Apophthegmata Patrum Gli Apophthegmata Patrum costituiscono la principale fonte per conoscere l'insegnamento attribuito a Poemen. La raccolta è giunta principalmente in due grandi forme: quella alfabetica e quella sistematica. La prima organizza i detti secondo il nome degli anziani; la seconda li dispone secondo temi spirituali. La raccolta alfabetica contiene circa mille detti e brevi racconti relativi a numerosi monaci. Poemen occupa una posizione assolutamente eccezionale: 187 apoftegmi sono posti sotto il suo nome, mentre altri sono trasmessi in sezioni diverse. La ricerca moderna invita però a non leggere questi testi come se fossero la trascrizione stenografica delle conversazioni avvenute nel deserto. Essi sono il prodotto di una lunga memoria comunitaria. Ciò non diminuisce il valore storico della figura. Al contrario, permette di comprendere meglio perché Poemen sia diventato il simbolo di una particolare forma di saggezza monastica: una sapienza fatta di ascolto, discernimento, memoria e attenzione concreta alla persona.
Culto e memoria liturgica Poemen è venerato nelle Chiese d'Oriente e compare anche nel calendario romano. La memoria liturgica cattolica ricorre il 27 agosto. Il Martirologio Romano lo ricorda come abate e anacoreta della Tebaide egiziana, sottolineando soprattutto i numerosi detti di saggezza trasmessi dalla tradizione. Anche la tradizione ortodossa celebra Poemen il 27 agosto. La Chiesa ortodossa in America lo commemora come Poemen il Grande e conserva un'ampia raccolta di episodi e insegnamenti a lui attribuiti. Non risulta invece una particolare devozione occidentale legata a patronati, miracoli specifici o a un importante santuario di reliquie. La sua fama è rimasta soprattutto legata alla letteratura monastica e alla trasmissione della sapienza dei Padri del deserto.
Iconografia Poemen è generalmente rappresentato secondo il modello iconografico dei grandi anacoreti egiziani: anziano monaco, barba lunga, abito ascetico e atteggiamento raccolto. Non esiste un attributo iconografico occidentale specifico e universalmente riconosciuto che lo distingua nettamente dagli altri Padri del deserto. Nella tradizione orientale la sua identificazione dipende soprattutto dalla presenza del nome o dalla collocazione dell'immagine all'interno di cicli dedicati ai Padri del deserto. La sua figura compare nella tradizione pittorica bizantina e postbizantina tra i grandi asceti egiziani. Autore: Giampietro Cattini
Poemen fu un celebre padre del deserto. Ritiratosi nel deserto egiziano di Scete con un fratello più giovane ed uno più anziano, nel 408 i tre furono obbligati dalle incursioni dei Berberi ad abbandonare il loro primo insediamento ed a cercare rifugio fra le rovine di un tempio presso Terenuthis. Anubis, il fratello maggiore, e Poemen si alternavano alla guida della minuscola comunità. Durante il giorno lavoravano sino a mezzodì, leggevano sino alle tre del pomeriggio, dopodichè si dedicavano alla raccolta di legna, cibo ed ogni altra eventuale necessità. Delle dodici ore notturne solo quattro erano destinate al riposo, mentre le rimanenti erano divise tra il lavoro ed il canto dell’Ufficio. Spesso e volentieri Poemen trascorreva giorni o perfino settimane intere senza mangiare nulla. Ai suoi compagni raccomandava però di digiunare con moderazione e di nutrirsi a sufficienza quotidianamente. I monaci non potevano bere vino, né compiere alcun atto che avesse potuto gratificare in qualsiasi modo i sensi. Poemen temeva fortemente le possibili interruzioni alla sua vita solitaria ed una volta rifiutò persino di vedere sua madre, affermando di rinunciare al piacere dell’incontro sulla terra per provare più gioia quando si sarebbero poi rivisti nell’aldilà. Il santo viene ricordato principalmente per la sua pietà e per i detti proverbiali che contraddistinsero il suo insegnamento, come per esempio: “Il silenzio non è una virtù quando la carità necessita la parola”. Incoraggiava gli altri monaci a ricevere frequentemente la comunione eucaristica. Quando Anubis morì, Poemen perdette il controllo della comunità e dovette fare ritorno a Scete. Qui però nuove incursioni lo obbligarono a fuggire. La liturgia bizantina definisce San Poemen “la lampada dell’universo e modello per i monaci”, mentre il Martyrologium Romanum lo commemora in data odierna 27 agosto.
Autore: Fabio Arduino
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