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Beata Sara Salkahazi Vergine e martire

27 dicembre

Kassa-Kosice, Repubblica Slovacca, 11 maggio 1899 - Budapest, Ungheria, 27 dicembre 1944

Sara Salkahazi, religiosa professa dell’Istituto delle Suore dell’Assistenza, nacque l’11 maggio 1899 a Kassa-Kosice, in terra allora ungherese ed oggi in territorio slovacco, e fu uccisa in odio alla sua opera di difesa degli ebrei il 27 dicembre 1944 a Budapest (Ungheria). La rapidissima causa di canonizzazione sul suo conto, avviata con il nulla osta della Santa Sede in data 14 dicembre 1996, ha portato in soli dieci anni al riconoscimento del suo martirio “in odium fidei” il 28 aprile 2006, passo necessario per la sua beatificazione senza la necessità di un miracolo avvenuto per sua intercessione. La cerimonia di beatificazione è stata celebrata a Budapest il 17 settembre 2006.


I vari regimi totalitari del XX secolo hanno mietuto nel continente europeo una schiera innumerevole di vittime, tra le quali molti cristiani che di fronte a tante atrocità non esitarono comunque a testimoniare la loro fede.
Tra i pochi ungheresi morti in tali circostanze e già innalzati agli onori degli altari troviamo Sara Salkahazi, nata l’11 maggio 1899 presso la città di Kassa, oggi conosciuta come Kosice in territorio slovacco. In giovane età fu impegnata in diverse attività: rilegatore, giornalista e redattore di un giornale. Nel 1930 prese i voti nell’Istituto delle Suore dell’Assistenza. Il motto della sua vita religiosa fu: “Alleluia! Ecce ego, mitte me!”, cioè “Alleluia! Eccomi, manda me!”
Durante i mesi finali della seconda guerra mondiale si prodigò nell’aiuto agli ebrei perseguitati, offrendo loro rifugio in un edificio di proprietà dell’istituto religioso. Fu però prontamente segnalata alle autorità da alcune spie ed i membri del partito ungherese filonazista non esitarono a procedere ad un rastrellamento, fucilando a Budapest sul fiume Danubio Sara ed altre donne ebree sue protette. Pochi istanti prima Sara fece il segno della croce, testimoniando così la sua fede cristiana che l’aveva spinta alla caritatevole accoglienza dei perseguitati di un altra religione. La religiosa condivise così la medesima sorte che secoli prima era toccata a San Gerardo, primo vescovo ed apostolo dell’Ungheria. Il suo corpo non fu mai rinvenuto, forse trasportato più a valle dalle acque del grande fiume.
Suor Sára Salkaházi testimoniò sino all’estremo sacrificio “il modo in cui un vero cristiano deve comportarsi in situazioni così tragiche”, sostiene il Cardinale Péter Erdo, Arcivescovo di Esztergom-Budapest e Primate d’Ungheria, che il 17 settembre 2006 ha proceduto alla beatificazione della religiosa dinnanzi alla cattedrale di Santo Stefano nella capitale ungherese. La rapidissima causa di canonizzazione sul suo conto, avviata con il nulla osta della Santa Sede in data 14 dicembre 1996, ha portato infatti in soli dieci anni al riconoscimento del suo martirio “in odium fidei” il 28 aprile 2006, passo necessario per la sua beatificazione senza la necessità di un miracolo avvenuto per sua intercessione.
Veramente commoventi e degni di nota sono alcuni passi dell’intervista rilasciata dal primate ungherese al portale cattolico Zenit, ricchi di testimonianza sulla vita della novella beata. Se ne riportano i passi più salienti:
“Prima di tutto, Suor Sára è stata una donna molto moderna: giornalista nella città di Kosice che appartenne all’Ungheria quando ella è nata e che poi entrò a far parte della Cecoslovacchia; ha scritto per diversi giornali poi ha scritto anche diversi pezzi di teatro e i suoi scritti sono pieni di sensibilità umana ma anche pieni del pensiero cristiano. Attraverso questa sua attività intellettuale si è aperta verso la vocazione ed ha deciso di dedicare tutta la sua vita al servizio dei prossimi. E’ per questo che è entrata nella società delle Suore Sociali che era una congregazione nuova in quel tempo e che si occupava sopratutto del servizio dei poveri e dei malati.
Per quanto riguarda i poveri Suor Sára ha scoperto l’estrema necessità delle donne nella società di allora, delle donne che erano costrette a lavorare, pur avendo la famiglia da accudire, e che molto spesso vivevano in piena dipendenza e miseria. Ha organizzato anche diverse case per donne in situazione di crisi. Quindi un femminismo cristiano che caratterizzava il pensiero di questa suora e anche la casa a Budapest dove è stata Superiora alla fine della sua vita è stata una casa originalmente per le donne operaie e in questa casa hanno poi nascosto tante donne di origine ebraica. Questa non è stata un’azione isolata della Suor Sára ma anche organizzata centralmente di tutta la sua congregazione. Era un’azione molto ben organizzata e molto rischiosa e per questo Suor Sára in una dedicazione solenne, fatta nella cappella della congregazione qui a Budapest, si è offerta come sacrificio della società per salvare tutti gli altri. Infatti, dopo la sua morte nessun’altra suora è rimasta massacrata, né dai nazisti e né dai comunisti che venivano successivamente. E’ stata una storia veramente commovente già in quell’epoca, ma una storia sulla quale sotto il comunismo si parlava relativamente poco. Inoltre la causa di beatificazione è potuta cominciare soltanto dopo il cambiamento del sistema. La sua vita era inserita armonicamente nella sua congregazione quindi era un servizio sociale della persona umana perché oggi i grandi sistemi di previsione sociale anche di sanità, se funzionano, non riescono a funzionare come una volta anche nel mondo occidentale. Un’altra questione è che le prestazioni che danno questi sistemi sono generalmente prestazioni materiali e non direttamente personali, quindi i sistemi sono spersonalizzati, mentre l’aiuto che cercavano di dare queste suore era sempre un aiuto personalissimo che non calcolava soltanto la quantità degli alimenti distribuiti ma che cercava di mettersi in contatto personale con i bisognosi. Anche questo, secondo me, è un aspetto attualissimo della spiritualità cristiana. Io conosco personalmente ancora delle signore che sono state salvate da Suor Sára oppure dalle altre suore della sua congregazione. Per me la sua figura era sempre una figura dei racconti degli anziani, se vogliamo una leggenda molto realistica, una prova del fatto che i santi non sono delle persone lontane da noi, dalla vita quotidiana, dalle nostre possibilità, ma che sono persone come noi che semplicemente nelle circostanze persino banali della vita quotidiana riescono a seguire con coerenza la volontà di Dio. E questa prontezza della persona riceve poi la benedizione di Dio e in seguito alle nostre azioni semplici accadono dei miracoli, avvenimenti che poi scuotono un’intera generazione e che lasciano il loro ricordo per lunghissimo tempo, anche nella coscienza di una intera città o di un intero popolo”.


Autore:
Fabio Arduino

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Aggiunto il 2006-09-19

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