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Servo di Dio Vendel Endredy Abate di Zirc

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Fertoendréd, Ungheria, 19 gennaio 1895 - Pannonhalma, Ungheria, 29 dicembre 1981


L'abate di Zirc, in Ungheria, fu un vero confessore della fede.
Nato nel 1895, era il quartogenito di una famiglia di agricoltori composta da dieci figli. Entrò a ventidue anni nell'abbazia di Zirc, dopo gli studi di teologia all'università di Budapest. Divenuto sacerdote nel 1919, insegnò fisica e matematica per diciannove anni nel liceo dell'Ordine e nel 1939 fu eletto abate del suo monastero.
Quando Mindszenty nel 1943 diventò vescovo di Veszprèm, diocesi in cui si trova l'abbazia di Zirc, fra lui e l'abate Vendel nacque una bella amicizia. Durante la guerra e negli anni successivi l'abbazia subì gravi perdite materiali: nel 1948 le scuole vennero statalizzate. Alla fine di novembre dello stesso anno l'abate Vendel fece un viaggio officiale a Roma, ma ricevette il suo passaporto con grande difficoltà. A Roma venne a sapere da fonti fidate che Mosca aveva ordinato di arrestare il Cardinale Mindswenty e cinque altre personalità della Chiesa Cattolica, fra i quali era lui stesso. Avendo dato la sua parola a due amici che avevano garantito per lui, tornò in patria nel tempo previsto. Si recò immediatamente dal Cardinale Mindszenty che era già stato messo agli arresti domiciliari, portandogli il messaggio del Papa. Data però la forte reazione a livello internazionale per l'arresto del Cardinale, gli altri arresti furono ritardati. Fu nel 1950 che i monaci furono espulsi dal monastero di Zirc. Dopo soli quattro giorni dall'espulsione, Vendel fu arrestato, il 29 ottobre 1950.
Dapprima gli vennero dette cose oscene e offensive sul conto di religiosi, religiose e personalità della Chiesa, specialmente riguardo al loro comportamento sessuale. Confessò più tardi: "Non volevano fare di me un martire, al contrario, volevano distruggere la mia personalità e trasformarmi in una non-persona demoralizzata e umiliata". Poi seguirono gli interrogatori durante i quali fu bastonato, preso a calci, torturato con vari strumenti, narcotizzato, bruciacchiato con la corrente elettrica, sottoposto ad elettrochoc; in cella non poteva dormire a causa della luce sempre accesa, del freddo e dei continui controlli.
Le umiliazioni di ogni genere e le torture continuarono a lungo, tanto da fargli perdere a volte la conoscenza: l'unica sua richiesta al Signore era che lo chiamasse a sé, per evitargli di tradire qualcuno con delle confessioni estorte. Nonostante le ferite ormai tutte infette, il deperimento e la mancanza di sonno, l'abate Vendel doveva raccogliere tutte le sue forze per poter rispondere in fretta e bene alle domande insidiose che gli venivano poste: se taceva o esitava, questo equivaleva a una confessione.
In attesa della sentenza, faceva conti matematici scritti col carbone sulle unghie, per poter conservare le facoltà mentali; pensava alle cose positive della sua vita passata, rivivendole di nuovo nella memoria. Fu condannato a quattordici anni di carcere. Trascorse sei anni in varie prigioni e benché le condizioni della vita di detenzione fossero durissime (il freddo gli fece congelare un orecchio e alcune dita), trovò anche carcerieri e medici umani. Visse quasi sempre in una cella solitaria, ma quando aveva dei compagni, la prova più dura era la necessità di una vicendevole diffidenza. Per anni nessuno seppe dove era segregato e se era vivo o morto.
Nel 1956 il comunismo fu momentaneamente rovesciato ed egli riacquistò la libertà, ma il fallimento della rivolta gli valse un nuovo arresto il 1° marzo 1957. Rilasciato in agosto a causa delle sue condizioni cardiache (non si voleva che morisse in prigione), durante ventitré anni fu confinato nella casa sociale dei monaci anziani di Pannonhalma. Don Vendel, ricordando le pene sofferte, affermava: "Non cambierei con nessun tesoro al mondo i miei anni di prigionia: essi hanno arricchito la mia vita di un valore al di là di ogni mia immaginazione. Non nutro rancore per nessuno dei miei torturatori".
La sua sentenza non fu mai messa per iscritto ed egli non ottenne mai una riabilitazione. Nel 1980 fu colpito da trombosi che gli paralizzò le gambe e gli rese difficile la parola. Affetto anche da altre infermità, diceva: "Prima della mia morte vorrei ancora soffrire". Si spense il 29 dicembre 1981 e il suo corpo fu esposto nel monastero benedettino di Pannonhalma, da dove fu portato nella chiesa abbaziale di Zirc. Ora riposa sotto l'altare di S. Bernardo.


Fonte:
Santa Sede

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Aggiunto/modificato il 2005-05-22

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