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Padre Silvio Serri Missionario Comboniano martire

Testimoni

Ussana, Cagliari, 3 settembre 1933 – Obongi, Uganda, 11 settembre 1979


San Daniele Comboni, fondatore dei Missionari del Cuore di Gesù (Comboniani) e delle Pie Madri della Nigrizia (Comboniane), nel settembre 1864, mentre pregava sulla tomba di san Pietro a Roma, ebbe una meravigliosa intuizione: “Se il clima micidiale non consentiva ai missionari europei una diretta penetrazione in Africa, era assolutamente necessario preparare gli stessi africani, in località dove l’africano vive e non si muta e l’europeo opera e non soccombe”; da ciò scaturì il programma missionario “Salvare l’Africa con l’Africa”.
Ci vollero anni per avviare la realizzazione di quest’ideale e nel frattempo altri missionari cadevano vittime del clima, dell’ostilità dei pagani, dei contrasti politici-rivoluzionari, che da un paio di secoli funestavano e funestano l’Africa e i suoi poveri abitanti; lo stesso Daniele Comboni perse la vita a 50 anni, il 10 ottobre 1881, per i disagi e la dura vita sopportata nel Sudan.
Ma tanti altri suoi figli e figlie, lo seguirono e lo seguono nelle terre di Missione e in particolare nel Continente Africano. E in Africa un posto privilegiato nell’opera apostolica e nella promozione umana e sociale, da parte dei Comboniani, l’ebbe l’Uganda, il grande Paese dell’Africa Centrale; i primi tre comboniani arrivarono nel 1910, padre Albino Colombaroli, mons. Francesco Saverio Geyer e fratel Augusto Cagol.
Bisogna comunque ricordare che furono i “Padri Bianchi” nel 1879, ad arrivare per primi in Uganda, accolti all’inizio benevolmente dal re Mwanga e poi subirono la feroce persecuzione contro i cristiani, fomentata dai musulmani; le vittime più note furono i 22 paggi cattolici, che furono bruciati vivi nel 1886 sul colle di Namugongo; essi furono proclamati santi nel 1964 da papa Paolo VI; i martiri accertati di quel tempo furono 45 fra cattolici e protestanti, tra i quali i suddetti 22 paggi.
Dopo i tre padri missionari, a cui si aggiunsero altri comboniani, nel dicembre 1918 giunsero in Uganda le prime cinque suore comboniane; nel 1990 metà della popolazione ugandese era cristiana, l’opera missionaria dei Comboniani e di altre Congregazioni religiose, ha fatto si che nell’ultimo decennio del XX secolo, ci fossero in Uganda ben 14 vescovi e 830 sacerdoti autoctoni e 300 dell’estero; i religiosi sempre ugandesi erano 2800, di cui 2500 suore e 300 fratelli; inoltre 5000 catechisti e nei seminari maggiori e minori 1850 studenti.
Una Chiesa quella ugandese, fondata sulla roccia, che le ha permesso di affrontare e superare le difficoltà e le tragedie, che dopo l’indipendenza del 1962, ha visto l’Uganda in preda a guerre con la vicina Tanzania, l’invasione del suo territorio e l’occupazione l’11 aprile 1979 di Kampala la capitale, con l’aiuto dei partigiani di Obote, avverso al presidente dell’Uganda Amin Dada.
In quel funesto 1979, si formò un governo provvisorio in vista di nuove elezioni, ma la situazione era incandescente con vendette e uccisioni, violenze e ruberie tutti i giorni; mancava ogni sicurezza, ma anche i generi di prima necessità e per molti, specie i più deboli, fu la fame e la disperazione.
La situazione politica in Uganda rimase ingarbugliata, con il suo strascico di guerre, rivoluzioni, controrivoluzioni, guerriglia e anarchia, con uccisioni e soprusi d’ogni genere per oltre 15 anni, durante i quali le missioni e le opere assistenziali sorte per la popolazione a cura dei missionari, subirono un duro colpo; dei missionari invitati a lasciare l’Uganda, nessuno lasciò il suo posto di lavoro apostolico; i comboniani diedero il loro tributo di sangue e parecchi fra sacerdoti e suore vi lasciarono la vita, consapevoli che “il sangue dei martiri, è seme di nuovi cristiani”.
In questa scheda si parla di padre Silvio Serri, ultimo dei quattro comboniani, che in quel tragico 1979 furono trucidati, pagando con la vita e con il sangue, l’attaccamento alla loro vocazione e l’amore agli africani, essi sono i sacerdoti: Giuseppe Santi († 14 aprile 1979), Silvio Dal Maso e Antonio Fiorante († 3 maggio 1979), Silvio Serri († 11 settembre 1979).

Padre Silvio Serri nacque il 3 settembre 1933 insieme al fratello gemello Gino, ad Ussana (Cagliari); i due bimbi si aggiunsero agli altri tre figli, Efisio, Dina, Savina, dei coniugi Battista e Rita Serri, agricoltori.
Dopo qualche giorno dalla nascita, la famiglia si trasferì a Monserrato, alla periferia di Cagliari, per coltivare un fertile terreno; la vita della famiglia trascorreva con dignità e onestà, mettendo in pratica i sani principi cristiani, tanto cari alle generazioni passate, con la recita serale del rosario attorno al tavolo, la Messa mattutina prima del lavoro e dello studio.
Gino crescendo, dichiarava che avrebbe fatto il “babbo”, mentre Silvio sempre più spesso, affermava che avrebbe fatto il “prete”; e con questa aspirazione nel cuore e nella mente, si impegnava nella lettura, perché “un prete deve sapere tante cose”.
Con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940, cominciarono i bombardamenti aerei, e la famiglia Serri dovette lasciare la periferia di Cagliari e tornare nel paese originario d’Ussana, più lontano di 20 km.
I gemelli avevano ormai sette anni e Silvio chiese al parroco di essere ammesso fra i chierichetti, mansione che svolgeva con serietà e impegno; dopo qualche anno fu lo stesso parroco a dire ai genitori che Silvio doveva entrare in Seminario, perché quella era la sua vocazione.
Pur dispiacendosi di dover dividere i due gemelli, che erano così affiatati, i genitori acconsentirono alla richiesta, convinti che ognuno doveva prendere prima o poi la sua strada.
Nell’ottobre 1944 a 11 anni, Silvio Serri accompagnato dal parroco, entrò nel Seminario di Dolianova a 10 km da Ussana; al termine della Guerra, l’anno successivo la famiglia ritornò a Monserrato, mentre Silvio proseguiva sulla strada intrapresa.
Durante il lungo corso di studi per diventare sacerdote, in Silvio prese a maturare l’ideale missionario, i libri sull’argomento lo affascinavano, finché ne parlò con il suo direttore spirituale che gli consigliò di essere cauto e di parlarne con il vescovo; intanto dopo il ginnasio fatto a Cagliari, aveva frequentato il liceo a Cuglieri (Nuoro).
Quando confidò al suo vescovo di Cagliari, il desiderio che lo rendeva incerto sulla via da intraprendere, questi gli oppose un rifiuto piuttosto seccato, dicendo che dopo il disastro della II Guerra Mondiale, occorrevano nella diocesi buoni sacerdoti per farla rifiorire nella religiosità, nella morale, nella vita sociale.
Ma il giovane seminarista insisté pacatamente con parole appropriate con il vescovo, che alla fine dopo un breve periodo di riflessione, gli accordò il permesso, dandogli una lettera di presentazione per il superiore dei missionari comboniani.
L’opposizione dei genitori fu più dura, essi avevano già perso all’età di 18 anni la figlia Dina a causa di un tifo e adesso, alla stessa età, sembrava loro di perdere anche Silvio, al quale avevano acconsentito di farsi prete restando comunque vicino a loro, ma non missionario in paesi lontanissimi e con incombenti pericoli.
Ma alla fine essi si arresero piangendo: “I figli prima di tutto appartengono a Dio, in una maniera o nell’altra Egli se li prende. Non bisogna opporsi”.
Così a 19 anni Silvio Serri entrò nel Noviziato dei Comboniani, dove il 9 settembre 1955, emise i voti religiosi; tre anni dopo il 31 maggio 1958, fu consacrato sacerdote nel Duomo di Milano dal cardinale arcivescovo Montini, futuro papa Paolo VI.
Per quattro anni espletò l’incarico di educatore dei giovani seminaristi comboniani di Carraia e di Barolo, andando anche per un anno in Inghilterra per imparare l’inglese, lingua usata in prevalenza in Uganda, dove seppe di essere stato destinato.
E nel dicembre 1962 arrivò in Africa, prima ad Arua, poi a Marcia, Uleppi, Olovu, Otumbari, principali tappe della sua attività missionaria, esplicata nell’organizzazione della vita parrocchiale, nell’istruzione dei catecumeni, nella costruzione di chiese e scuole.
Si rilassava a sera, ascoltando un po’ di musica classica o leggendo un buon libro, consigliando questa soluzione ai confratelli, troppo spesso nervosi e sotto stress.
Dopo sei lunghi e intensi anni trascorsi in Uganda, padre Silvio ritornò in Italia nel 1968, per un po’ di vacanza; che diventò purtroppo triste, perché mamma Rita si ammalò e in breve si spense, assistita dal figlio sacerdote; dopo qualche mese ritornò in Uganda a riprendere la sua fruttuosa attività.
Ritornò in Italia nel 1975, giusto in tempo per amministrare l’Unzione degli Infermi al papà gravemente ammalato, che fortunatamente si riprese vivendo altri tre anni.
Terminata la vacanza ad Ussana nel 1976, ritornò in Uganda in preda alla guerra civile, all’invasione da parte dei tanzaniani, alla resistenza del dittatore Amin, la cui sconfitta nell’aprile 1979, sembrava ormai scontata e i suoi soldati fuggivano sbandati, affamati, disperati, mal vestiti, ma purtroppo armati di tutto punto, facendo agguati, rapine, vendette.
Il giovedì santo 1979, alcuni soldati si presentarono alla missione di Obongi, zona isolata infestata da zanzare, circondata da paludi, irraggiungibile durante la stagione delle piogge e puntando il fucile al petto di padre Serri, chiesero la macchina per fuggire e del cibo per sfamarsi.
L’auto era essenziale per la missione, nonostante ciò, padre Silvio diede loro le chiavi e il cibo richiesto, dicendo ai confratelli che loro erano lì per aiutare i bisognosi e quindi il perdere l’auto, rientrava nelle conseguenze da subire nella loro opera missionaria.
L’auto era tutto, senza di essa non arrivava il cibo, non si poteva andare a prendere l’acqua, non si poteva trasportare gli ammalati all’ospedale, ne spostarsi in altre missioni; e i cristiani di Obongi si misero alla ricerca dell’auto, ritrovandola appena dopo il confine in Sudan Meridionale, era stata abbandonata dai soldati fuggiaschi, forse per evitare i blocchi delle truppe tanzaniane.
L’episodio fu un campanello d’allarme per la missione di Obongi, che non allarmò eccessivamente padre Serri, mentre lo fu per fratel Maran suo compagno e per i missionari delle comunità vicine.
Alla fine fu convinto da padre Piffer, di trasferirsi alla missione di Otumbari, più centrale e sicura, con un buon numero di cattolici armati per la difesa dalle bande di sbandati.
Tormentato dal rimorso per aver dovuto lasciare soli i fedeli della sua poco vivibile missione, che dal 1976 erano affidati alle sue cure spirituali e sociali e dove l’aiuto anche della Croce Rossa Internazionale aveva attrezzato un’efficiente dispensario, padre Silvio Serri percorreva con la Land-Rover ogni settimana i 40 km di distanza da Otumbari, per celebrare la Messa, distribuire le medicine e visitare gli ammalati e i vecchi, rassicurando tutti sul suo ritorno appena possibile.
Un tentativo fatto il 5 giugno 1979 dal Padre Provinciale, di trasferirlo definitivamente da quel luogo insalubre e malsano, ma dove la sua opera apostolica aveva portato al cattolicesimo ben 6.000 indigeni, fu inutile, perché fra le lacrime padre Silvio lo pregò di lasciarlo fra quella gente che amava e dalla quale era rispettato, anche dai musulmani locali.
Verso agosto, prese la decisione di lasciare la sicura missione di padre Italo Piffer ad Otumbari e ritornò nella sua Obongi, con la rassicurazione, risultata vana, di un rastrellamento nella zona delle bande dei soldati di Amin, da parte del comando delle truppe tanzaniane di stanza a Moyo.
L’11 settembre 1979, come tutte le sere, padre Silvio si recò al fiume Nilo con l’auto a cui era agganciata una piccola cisterna di ferro su ruote, per rifornire di acqua la missione per il giorno dopo.
Fatto il carico, verso le 19,30 all’imbrunire, tornò alla missione, ma all’ingresso del cortile, un uomo scamiciato ed armato di fucile lo bloccò, fra lo spavento dei ragazzi presenti; padre Silvio comprese subito che si trattava di un soldato del dittatore Amin in fuga.
Alle sue richieste perentorie, consegnò senza opporsi le chiavi dell’auto, staccò la cisterna dell’acqua, l’aiutò a caricare un bidone di benzina; ma un ragazzo, visto che stavano perdendo l’auto, bene essenziale per la comunità, si staccò dal gruppo e corse a suonare la campana.
Fratel Maran, che stava pregando in chiesa, uscì sull’uscio e mentre sgridava il ragazzo di non suonare la campana, fu sfiorato da due pallottole; rientrato precipitosamente in chiesa, fratel Maran che non aveva visto padre Serri nascosto dall’auto, prese a gridare chiamandolo, per avvisarlo del pericolo.
Intanto il soldato vistosi scoperto, puntò il fucile verso il vicinissimo missionario e a bruciapelo fece partire un colpo mortale, che trapassando il braccio destro e il ventre, uscì dal fianco sinistro dopo aver trapassato il cuore; dopo il delitto, l’assassino saltò sulla macchina e partì a tutta velocità, investendo una piccola catasta di travi e perdendo il bidone della benzina.
Solo allora fratel Maran si accorse del corpo accasciato a terra del missionario; lo soccorse e con l’aiuto di alcuni ragazzi, lo trasportò in casa, dove appena giunto, dato un ultimo sguardo al suo fedele collaboratore, don Silvio Serri concluse a soli 46 anni, la sua luminosa ed eroica esistenza.
I suoi funerali svoltasi il 13 settembre nella missione di Ombaci, dove era stato trasportato, furono seguiti da una marea di fedeli piangenti, e lì fu tumulato fra la sua gente ugandese, a cui aveva promesso: “Starò con voi qualunque cosa accada”.

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Aggiunto/modificato il 2006-10-09

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