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Servo di Dio Aleksander Sirdani Sacerdote e martire

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Boga, Albania, 1892 – Koplek, Scutari, 29 luglio 1948

Etimologia: Aleksander = Alessandro = protettore degli uomini, dal greco


Il 26 luglio 1948, padre Aleksander (Leke) Sirdani, pronunciò la sua ultima predica in occasione della festa di sant’Anna; un fedele presente in chiesa, ha riportato le parole che il parroco aveva pronunciato e che furono poi prese come pretesto dal regime, per eliminarlo: “Fratelli e sorelle, una nube nera ci ha coperti, ma non spaventatevi, perché questa passerà e una nube bianca verrà e noi risplenderemo come le pietre del fiume dopo la pioggia”.
Erano parole profetiche, si riferivano senz’altro alla situazione dell’Albania, finita nell’orbita del regime sovietico, con tutto lo strascico della persecuzione religiosa; non sapeva padre Aleksander, che quelle parole anticipavano la sua orribile fine, coperto non da una nube nera, ma bensì da una coltre di liquame fognario nero, insolito strumento del suo martirio.
Padre Aleksander Sirdani (Leke), nacque a Boga nel nord dell’Albania nel 1892; divenne orfano dei genitori quando era ancora un bambino, fu educato prima da una zia e poi da un pio musulmano albanese.
Aveva circa otto anni, quando fu accolto nel Collegio Saveriano di Scutari, retto dai Gesuiti, i quali gli diedero poi la possibilità di continuare gli studi in Austria, dove nel 1916 a 24 anni fu ordinato sacerdote; già suo fratello Marin si era consacrato a Dio, tra i Frati Minori Francescani.
Tornato in Albania, fu parroco in vari paesini sulle montagne di Scutari; nei momenti liberi dal ministero sacerdotale, prese a raccogliere dalla viva voce della sua gente, le tradizioni, le fiabe, i canti della sua terra, insegnandoli ai ragazzi della parrocchia e pubblicandoli in alcune raccolte (Il piccolo albanese, Racconti popolari, Parole d’oro, La leggenda del foglio del porro, Il giovane frate).
Inoltre scrisse anche “I Dieci Comandamenti” in poesia, per renderne più agevole l’apprendimento e “Il martire dell’Eucaristia” (S. Tarcisio).
Intanto in Albania, dopo le tristi vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale, che la vide coinvolta nelle politiche espansionistiche e militari dell’Italia, alleata dei nazisti e come base delle operazioni belliche, contro Grecia, Montenegro, Iugoslavia e altri Paesi balcanici; nel 1942 comparve sulla scena politica il capo dei partigiani comunisti Enver Hoxa (Argirocastro, 16-10-1908 – Tirana, 11-4-1985).
Personaggio carismatico, legato a filo doppio con la politica sovietica e con i principi marxisti; quando diventò poi Capo del Governo (1944-1954) mise in atto una politica antireligiosa, scatenando persecuzioni contro il clero e contro i fedeli, che non intendevano aderire al nuovo corso di un’Albania veramente atea.
Hoxa detenne il potere in Albania, praticamente per oltre 43 anni, sia al governo del Paese, sia come potente Segretario del Partito Comunista Albanese, totalitario nel Parlamento; rafforzò l’idea di uno Stato ateo, giungendo a proclamare il 5 febbraio 1967, l’Albania “Primo Stato ateo del mondo” e nella Costituzione del 1976, si afferma, che lo Stato conduce e favorisce la propaganda a favore dell’ateismo.
Detto ciò, ritorniamo a padre Sirdani, tralasciando tutti gli altri risvolti, politici, economici, internazionali, che furono imposti al piccolo Stato dei Balcani, durante la lunga presenza sulla scena politica, del praticamente dittatore, Enver Hoxa.
Nel 1945 padre Aleksander, a 56 anni, era parroco a Boga, suo paese natale, quando ormai si era scatenata la persecuzione contro i cattolici in particolare, con esecuzioni pubbliche in massa, deportazioni e torture, campi di concentramento, arresti con ogni scusa di sacerdoti e religiosi, eliminazione di ogni forma di culto pubblico e privato.
Considerando il clero e la Chiesa Cattolica, come “oppio del popolo”, ci fu una sistematica imposizione dell’ateismo di Stato, con la graduale distruzione di chiese e conventi; si giunse a mettere in atto il meschino espediente di nascondere delle armi nei conventi e chiese, per poi accusare i religiosi di cospirare contro il regime.
Ad un giovane della parrocchia, che gli esternava le sue preoccupazioni, il parroco don Aleksander Sirdani, rispose: “Tu abbi lunga vita, giovanotto, ma per me morire per Cristo significa rinascere”.
E il 27 luglio 1948, adducendo come pretesto la sua predica del giorno precedente, prima citata, fu arrestato in casa del cugino, malmenato con violenza tanto da rimanere con una sola scarpa ai piedi e senza il Breviario, sfuggiti entrambi mentre lo trascinavano via; per circa 30 km fu spintonato e bastonato, fino al carcere di Koplik, nei pressi di Scutari, dove a più riprese fu torturato in vari modi, ferro rovente, scariche elettriche e spellamento, tanto da renderlo irriconoscibile.
Nello stesso carcere erano rinchiusi altri sacerdoti, e due di loro furono testimoni del martirio; padre Simon Cubani e padre Anton Luli; dopo un paio di giorni di torture, il 29 luglio mattina non sentirono più le grida di dolore di padre Aleksander, per cui don Luli domandò alla guardia dove fosse e così seppe che era appena stato gettato nel pozzo nero dei bagni dei detenuti.
Don Luli pregò allora la guardia di lasciarlo andare al bagno, anche se non era l’orario consentito; essendo trascorse le otto del mattino, avrebbe dovuto aspettare la sera.
La guardia comprese il motivo reale e impietosito, lo accompagnò al pozzo; lì giunto era visibile il nero liquido che ancora gorgogliava, sconvolto padre Anton Luli si avvicinò come se dovesse fare dei bisogni e di nascosto, tracciò con la mano un rapido segno di croce su quel povero prete, che moriva soffocato in quel modo orribile e disumano.
Don Cubani aggiunse, che padre Leke Sirdani e con lui padre Pjeter Cuni, furono soffocati nella fossa nera del w.c. dopo aver pompato le loro budella con la pompa della macchina.
Quando ai due sacerdoti già immersi nel liquido, fu proposto di rinnegare la loro fede, in cambio della vita, essi rifiutarono decisamente, allora uno degli aguzzini (non è il caso di chiamarlo guardia), spinse con un forcone le loro teste sotto la melma, mentre un altro sparava all’impazzata nella fogna.
La chiesa della sua parrocchia a Boga, fu trasformata in un forno per il pane, ma i fedeli compaesani, lo hanno sempre venerato e pregato di nascosto, come un martire e santo.
Con la morte di Hoxa nel 1985, il lunghissimo regime comunista ateo in Albania, in breve tempo si smembrò e con esso lo Stato; dopo 54 anni dal suo martirio, nella chiesa ripristinata al culto, i fedeli di Boga hanno eretto una statua al loro parroco, che dal cielo continua a vegliare, proteggere e guidare la sua gente, impegnata nel difficile e lungo cammino di ripresa, come tutta la Nazione albanese.
Il suo nome fa parte del numeroso gruppo di martiri dell’Europa dell’Est, dei quali le varie diocesi e Congregazioni religiose, hanno aperto la causa di beatificazione, suddividendoli per nazionalità; il gruppo albanese è composto da 40 martiri.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2006-10-09

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