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San Leonzio di Tripoli Martire

18 giugno

Il legionario San Leonzio, sottoposto in carcere ad atroci supplizi, portò infine a compimento il suo martirio presso Tripoli in Fenicia. La tradizione lo vuole ucciso insieme ad altri due compagni, non citati però dal nuovo Martyrologium Romanum.

Martirologio Romano: A Tripoli in Fenicia, ora in Libano, san Leonzio soldato, che, sottoposto in carcere ad atroci torture, ottenne la corona dei martiri.


Santi LEONZIO di Tripoli, PUBLIO, IPAZIO (IPATO)e TEODULO, martiri.

La notorietà di questi santi poggia su fattori diversi: i monumenti di culto per Leonzio, la testimonianza letteraria per gli altri; di sicura autorità i primi, di dubbio valore la seconda.
Leonzio di Tripoli è il più celebre martire della Fenicia, uno dei più famosi della Siria e di tutto l'Oriente. Al suo Martyrion accorrevano le folle attirate dai miracoli che vi avvenivano (su antichi testi con racconto di miracoli, cf. Anal. Boll., XV [1896], p. 90; LV [1937], p. 382; testo copto: LXXXII [1964], pp. 336-39), e tra i pellegrini troviamo anche nomi illustri, come quello di s. Melania la giovane nel 417 (BHG, II, p. 109, n. 1241, Vita della santa; il cap. 52 è in Anal. Boll., XXII [1903], pp. 35-36), di s. Pietro Ibero, morto nel 484 (BHO, p. 209, n. 955; Vita del santo, ed. in R. Raabe, Petrus der lberer, Lipsia 1895, pp. 103-104), del « Pellegrino » di Piacenza, tra il 560 ed il 570 (P. Geyer, Itinera Hierosolymitana, Vienna 1898, p. 159). Fu in questa basilica che ricevette il Battesimo, nel 488, Severo d'Antiochia (G. Bardy, in DThC, XIV, col. 1989, con indicazione di fonti), il quale, divenuto in seguito patriarca, dimostrò la sua devozione al santo taumaturgo di Tripoli recitando due omelie a lui dedicate, nel 513 e nel 514, e componendo un inno: il tutto ancora inedito.
Testimonianze posteriori ci informano che il santuario di Tripoli era situato presso il porto, nel suburbio di Kritiria, e che era stato costruito da un Mare o Mauro. Altri santuari dedicati a Leonzio troviamo anche altrove. Nel sobborgo di Dafne, ad Antiochia, nel 507 i cristiani occuparono e saccheggiarono la sinagoga e la sostituirono con una chiesa a lui dedicata (Malalas, Chronogr., XVI, ed. Dindorf, p. 396): sembra che di questo santuario antiocheno sia stata trovata traccia in un pavimento musivo scoperto recentemente (cf. Anal. Boll., LXXIII [1955], p. 237); in esso, comunque, assai probabilmente Severo recitò le sue omelie su Leonzio.
Per Costantinopoli i sinassari ci informano che la festa di Leonzio al 18 giug. veniva celebrata in due località: nel quartiere del Camaridio e nella chiesa di S. Leonzio posta presso la Porta della Fonte. A Gerusalemme di una chiesa di S. Leonzio, situata nella valle di Giosafat, parlano due documenti del sec. IX, e di una memoria del santo celebrata il 14 nov. nell'Aphthonio, presso il Getsemani, testimoniano il Calendario Palestino-georgiano del Sinaiticus 34 (Garitte, pp. 104, 384) ed un palinsesto georgiano pubblicato nel 1927 a Tiflis (cf. Anal. Boll., XLVI [1928], p. 385). Singolarmente numerose ed importanti le testimonianze di culto a Leonzio in Arabia, tanto nella Traconitide (dove a Sour un architrave datato al 563 porta un'invocazione al santo: cf. Anal. Boll., LXVII [1949], p. 104) quanto nello Hauran (dove una chiesa di S. Leonzio a Doroa è del 565, ed una seconda dei SS. Sergio, Bacco e Leonzio, a Bostra, è del 512-513: cf. ibid., pp. 104, 106. Per altre iscrizioni su lampade o altri oggetti con invocazioni al santo cf. ibid., LIX [1941], p. 307; LXX [1952], p. 444; LXXVI [1958], p. 236 [su una pittura a Meskla, nell'isola di Creta]; cf. ibid. anche XL [1922], p. 40 sul culto di Leonzio in Egitto).
I calendari bizantini ed orientali celebrano Leonzio al 18 giug. (Synax. Constantinop., coll. 755-56); così pure il Sinassario italo-greco del sec. XIII (Anal. Boll., XXI [1902], p. 25); il Martirologio di Rabbàn Slìbà (ibid., XXVII [1908], p. 182); il Calendario Palestino-georgiano (Garitte, pp. 73, 254-55); il Calendario Greco-slavico (Martinov, cit. in bibl., pp. 154-55), e altri testi.
Teodoreto di Ciro (m. 458) non esita a qualificare la festa di s. Leonzio tra quelle più solenni del calendario cristiano, una di quelle che sostituiscono vittoriosamente le antiche feste pagane (Graecarum affectionum curatio, VIII, 69, in PG, LXXXIII, col. 1033). Ne tace però il Geronimiano, salvo che non vi alluda in oscure note del 19 marzo, del 22 nov. e del 24 dic. (Comm. Martyr. Hieron., pp. 153, 614, 664). Per altri calendari e menei cf. il prologo dell'Henskens negli Acta SS.
Per le testimonianze letterarie, più antica ed autorevole è quella del citato Severo di Antiochia. « Quel santo — cosi egli dice — non fu trascinato a viva forza davanti al tribunale del giudice, ma vi andò da sé, come di propria volontà. Infatti quando vide condotto a morte il martire Publio che abitava appunto nelle sue vicinanze, gli si fece vicino, l'accompagnò, gli parlò senza timore alcuno non preoccupandosi che di udire il di lui insegnamento, e cosi poco dopo compì il suo certame insieme con lui » (F. Nau, in Anal. Boll., XIX [1900], pp. 11-12). Tutto questo Severo dice d'averlo appreso (nel 488) da un vecchio che era sempre vissuto a Tripoli: il che significa che quella tradizione vi si tramandava già dal principio del sec. V, ai tempi di Melania la giovane.
Questa prima tradizione è poi sviluppata ed arricchita di particolari e di precisazioni da una seconda, che chiameremo orientale, perché rappresentata da una passio siriaca (BHO, p. 126, n. 563) e da una georgiana (ed. nel 1946 dal Kekelidze, Monumenta, II, pp. 62-63). Leonzio è un soldato greco dell'epoca di Diocleziano che presta servizio a Tripoli. Qui è convertito dal monaco Publio, dona ai poveri il suo stipendio militare, dimostra il suo disprezzo per il paganesimo sputando sugli idoli. I sacerdoti denunziano lui e Publio al tribuno Filocrinio e, mentre Leonzio viene semplicemente redarguito, Publio è flagellato ed esiliato ad Emesa, in Siria Apamene. Ma non si rassegna a restare in quella terra di pagani e ritorna al suo monastero; Leonzio, avendo appreso che il suo maestro è ritornato a Tripoli, va a trovarlo e si intrattiene con lui. Di nuovo i sacerdoti pagani li denunziano al giudice Firmiliano: Publio, flagellato e torturato, muore per via mentre è inviato al governatore di Tiro, Eumene, e poco dopo Leonzio, seviziato e bastonato, muore il 18 giug. nella zona detta Kritiria, presso il porto di Tripoli. Una Giovanna lo seppellisce nel suo giardino, ed il marito di lei, Mare o Mauro, che si trovava allora in carcere a Roma, vede in sogno il martire che gli preannunzia la liberazione: per cui, tornato a Tripoli, cura in seguito l'erezione del Martyrion.
Il Nau ritiene questa passio una traduzione di un testo greco (oggi scomparso), sostanzialmente autentico (anche se alquanto approssimativo nell'indicare la data della morte, che sarebbe avvenuta sotto gli imperatori Diocleziano, Massimino e Licinio, i quali in realtà non regnarono insieme): per nostro conto siamo più propensi a considerarla una semplice composizione letteraria di scarso valore, all'infuori che per il particolare del nome del costruttore della basilica; composizione letteraria nata probabilmente in ambiente monastico. Severo, infatti, nell'omelia citata, ci dice che numerosi studenti di diritto a Beyruth, e lui stesso, dopo aver pregato Leonzio si sentirono attratti dal santo a farsi monaci; difatti vicino al santuario di Tripoli vi era un grande monastero (cf. Nau, op. cit., p. 11). È comunque a questa tradizione che si riallaccia l'elogio del Calendario Palestino-georgiano al 18 giug. « Leonzio martire e Publio monaco e martire » (Garitte, p. 73).
Del tutto diversa è una terza tradizione, quella dei testi greci (BHG, II, pp. 55-56, nn. 986-987d, cui bisognerà aggiungere che i testi 986 e 987d sono ora pubblicati in And. Boll, LXXXII [1964], pp. 322-39, e che del n. 986 esiste anche un compendio nel cod. Vat. 821, del sec. XI), ed alla quale si rifanno i sinassari. Secondo questa tradizione, che non sembra anteriore al sec. IX, ricca degli elementi romanzeschi e fantasiosi propri della letteratura agiografica di quest'età (lunghi interrogatori, miracoli ed apparizioni di angeli a iosa, atrocità di tormenti, ecc.), l'epoca del martirio di Leonzio è quella di Vespasiano, ed i suoi soci sono tutti soldati. Per quanto riguarda Ipazio (o Ipato, secondo i sinassari) e Teodulo, gli elementi romanzeschi sono tanti e tali che qualche studioso, giudicando la tradizione greca in sé e per sé, giunse ad esporre dubbi sull'esistenza stessa di L. (F. Gorres, in Zeitschrift fur wissenschaftliche Theologie, XXI [1878], p. 529): eccone comunque il sunto. Anche qui Leonzio è un soldato greco di stanza a Tripoli: cristiano fervente cerca con ogni mezzo di convertire i pagani. Il senatore Adriano incarica il tribuno Ipazio di arrestarlo, ma costui è assalito da una febbre violenta. Una voce celeste lo ammonisce che guarirà solo se invocherà il Dio di Leonzio, il che infatti avviene. Egli allora racconta ai suoi soldati il fatto, ed uno di questi, Teodulo, ne resta colpito. Cosi entrambi si convertono e sono miracolosamente battezzati in una nube di pioggia apparsa alle preghiere di Leonzio. Sono tutti arrestati: Ipazio e Teodulo vengono processati sommariamente e decapitati, per Leonzio invece si moltiplicano interrogatori, tormenti e prigionia (durante la quale lo conforta un angelo), sino a che viene condannato ad essere percosso a morte.
Notiamo che di questa tradizione greca la redazione della BHG, n. 986 si autodefinisce opera dello stesso carceriere di Leonzio, un certo Ciro, mentre la redazione n. 986a termina con lo stesso racconto di Giovanna e di Mare, il che ci assicura che questo Leonzio è lo stesso di cui tratta la tradizione orientale; la redazione n. 987a si conclude con una preghiera per l'imperatore: e questo ci fa sospettare (insieme col particolare dei tre soldati) che il racconto sia stato composto per un ambiente militare, o per dare altri protettori soldati all'esercito bizantino. Ma di dove siano venuti fuori i nomi dei due soci, non è possibile precisare con certezza.
Infine di una terza metamorfosi di Leonzio, per cui da greco sarebbe divenuto arabo, e precisamente quel s. Leonzio l'Arabo di cui parlano fonti egiziane e copte, hanno sospettato il Crum ed il Peeters (cf. Anal. Boll., XXIX [1910], p. 159; LVII [19391, p. 104): ed in verità i monumenti arabi di culto che abbiamo segnalato, potrebbero confermare l'ipotesi. Ma di questo v. alla voce Leonzio l'Arabo nel gruppo Teodoro l'Orientale, Leonzio l'Arabo e Panegyris il persiano (BHO, p. 257. n. 1174).


Autore:
Giovanni Lucchesi


Fonte:
Bibliotheca Sanctorum

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Aggiunto/modificato il 2008-11-21

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