E’ nato nella terra gloriosa degli Ungari, magiaro egli stesso, con il medesimo nome del duca István cui papa Silvestro verso il 1000 conferě il titolo di re d’Ungheria, dopo che si fu convertito al cristianesimo. Figlio di un popolo fiero, che mai s’č piegato del tutto alle prepotenze degli invasori: né agli ottomani, né agli Asburgo, né ai nazisti e nemmeno ai comunisti di Josif Vissarionovich Dzugasvili, detto Stalin (che significa “uomo d’acciaio”). Ha sempre brigato o lottato apertamente per la propria indipendenza, contro tutto e contro tutti. Sandór aveva il sangue dei suoi avi: visse in anni difficili quando i rivolgimenti, gli attacchi improvvisi dei nemici, i voltafaccia dei governanti, le alleanze sbagliate, le guerre fredde e combattute, gli attentati, i capovolgimenti di fronte erano all’ordine del giorno. István nacque da un ferroviere e una casalinga di solidissimi principi morali, praticanti un cristianesimo non di facciata ma profondamente sentito e vissuto. Stefano (il padre) e Maria Fechete (la madre) allevarono tre figli: Stefano, Giovanni e Ladislao. La scuola, i giochi, lo studio fecero loro trascorrere una giovinezza serena e normalissima corroborata, per Stefano (István in ungherese), da un carattere felice e altruista che lo spingeva ad aiutare i compagni in difficoltŕ, a trattenerli con giochi, racconti, piccole recite, passeggiate, ecc. Un mčnage quotidiano che a coloro che hanno iniziato a raccoglierne le memorie richiamava quello di Giovannino Bosco. Fu chierichetto e paggetto del Sacro Cuore con i padri francescani di Szolnok, suo paese natale. Furono proprio loro, notando le sorprendenti attitudini del ragazzo, a consigliargli di entrare a far parte dei salesiani: la sua irresistibile voglia di dedicarsi ai giovani, di radunarli, di intrattenerli con recite canti e racconti, di farli giocare, insomma di educarli, convinse i bravi frati francescani a dirottare quella vocazione “sicura” verso i salesiani di Don Bosco. István li prese sul serio quei consigli perché era un giovane serio. E volle informarsi bene sulle persone che avrebbero potuto costituire la sua futura famiglia. Non trovň di meglio che il Bollettino Salesiano. Lo leggeva tutto, con interesse sempre maggiore. Da quella rivista apprese di Don Bosco e delle sue incredibili imprese, tanto quanto di quelle dei suoi figli; poté apprezzare il suo metodo, sorprendersi del suo impegno costante e totale per la salvezza dei giovani, meravigliarsi del suo donarsi con gioia sacrificata ai piů poveri e bisognosi. Capě che non era il suo ideale continuare a fare l’operaio delle ferrovie, come suo padre, ciň che da qualche tempo aveva iniziato a fare. Don Bosco era una calamita… lo attirava sempre di piů e sempre piů invincibilmente finché riuscě a strappare il permesso ai genitori, dando cosě una sterzata ad U alla sua vita: nel febbraio del 1936 entrava per il periodo di aspirantato nella scuola tipografica del municipio di Rácospalota, e i salesiani se ne entusiasmarono subito: era un giovane-capolavoro, tant’č che solo un mese dopo fu ammesso al noviziato. Ma… fecero i conti senza l’oste, come si dice. István fu ripetutamente chiamato sotto le armi fino al 1941. S’annunciavano tempi bui per la sua patria. Riuscě a fare il noviziato ma subito dopo dovette vestire la divisa del soldato, suo malgrado. Fu anche per qualche tempo prigioniero degli americani in Germania, i quali nel 1945 lo rimandarono a casa. L’esperienza militare non aveva scosso le sue convinzioni, queste se mai, erano riuscite rafforzate: Stefano aveva fatto il salesiano anche sotto le armi: amico sincero dei suoi commilitoni, pronto al servizio, disponibile al colloquio, soprattutto spirituale: da allora la trincea divenne il suo oratorio. Ebbe anche parecchie decorazioni al valore. Quando tornň a Rácospalota, divenne maestro di tipografia, capo del piccolo clero nel santuario del Sacro Cuore, e assistente all’oratorio fino alla forzata nazionalizzazione delle scuole. Quando lo Stato nel 1949, sotto Mátyás Rákosi, incamerň i beni ecclesiastici, Sandór cercň di salvare il salvabile, almeno qualche macchina tipografica e qualcosa dell’arredamento che tanti sacrifici era costato. Di colpo i religiosi si ritrovarono senza piů nulla, tutto era diventato dello Stato: l’occhio del Grande Fratello sorvegliava e dirigeva ogni cosa. Addio libertŕ. Lo stalinismo di Rákosi continuň ad accanirsi: i religiosi vennero dispersi. Senza piů casa, lavoro, comunitŕ, molti si ridussero allo stato di clandestini. Travestiti e trasformati, si adattarono a fare di tutto: spazzini, contadini, manovali, facchini, servitori… Anche István dovette “sparire”, lasciando la sua tipografia che era diventata famosa. Colto sul fatto (stava cercando di salvare delle macchine tipografiche), dovette fuggire in fretta e rimanere nascosto per alcuni mesi, poi, sotto altro nome, riuscě a farsi assumere in una fabbrica di detergenti della capitale, ma continuň impavido e clandestinamente il suo apostolato, pur sapendo che era attivitŕ rigorosamente proibita. Un brutto giorno di metŕ luglio la polizia politica lo prelevň nella fabbrica dove lavorava. Lo trasferirono in prigione, e nessuno lo vide piů. Esiste solo un documento ufficiale che parla di un processo e della sua condanna a morte. István venne impiccato la sera dell’8 giugno 1953. Solo dopo il 1990 hanno comunicato la sua esecuzione ma il luogo della sepoltura nessuno lo conosce.
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Aggiunto il 2006-10-18
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