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Servo di Dio Ettore Boschini Camilliano

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Belvedere di Roverbella, Mantova, 25 marzo 1928 Milano, 20 agosto 2004


Un po’ matto lo era: come tutti i santi, a cominciare dal fondatore del suo Ordine, Camillo de Lellis, entrato spesso in conflitto con le autorità religiose del tempo per il suo stile “scandaloso” di prendersi cura dei malati. Inevitabile, dunque, che anche fratel Ettore Boschini, quattro secoli dopo, abbia dovuto incontrare contrasti ed opposizioni nel suo originale tentativo di reinterpretare il carisma camilliano. Nasce nel 1928 a Belvedere di Roverbella, in provincia di Mantova, in una famiglia di contadini agiati, rovinati dalla carestia, per colpa della quale, ad appena 10 anni, è già garzone di stalla nelle cascine altrui. Con la guerra la situazione si fa ancor più tragica, costringendolo ad andare “a giornata” ovunque c’è bisogno di manodopera. Finisce per lasciarsi contagiare dai vizi dei compagni di lavoro e di svago e la sua adolescenza è ricca di ragazze e di bestemmie, tanto che gli amici inventano per lui un gioco nuovo: trenta bestemmie, trenta centesimi di premio. Si converte in modo improvviso durante un pellegrinaggio, a fine guerra, ad un santuario mariano e da quel momento la Madonna diventa l’unico amore della sua vita. Ha una salute fragile, un’ernia del disco che lo tormenta, una voglia incontenibile di consacrarsi a Dio: decide così di entrare nei Camilliani, perchè “curano i malati”. Per 25 anni è in corsia: prima all’”Alberoni” di Venezia, dove si curano le malattie ossee, poi a Predappio insieme ai malati psichici, infine a Dimaro, dove ha un crollo psico-fisico a seguito del quale deve prendere una pausa di riflessione, a testimonianza di quanto sia sfibrante vivere a contatto con la sofferenza altrui. I superiori lo assegnano quindi alla clinica San Camillo di Milano, senza sapere che così facendo gli fanno inaugurare una promettente e quantomai ricca “stagione milanese”. Comincia, nei ritagli di tempo, a portare pentoloni di minestra ai barboni che hanno come punto di riferimento la stazione Centrale di Milano, ma è nella notte di Natale 1977 che la sua vita cambia radicalmente. Va al dormitorio pubblico con un po’ di panettoni e qualche bottiglia di spumante, per una festa di natale improvvisata, ma che lascia il segno; fratel Ettore quella notte cede le sue calze e le sue scarpe ad un barbone dai piedi quasi congelati e dal giorno dopo i senzatetto di Milano diventano la sua vera famiglia. Per loro apre il primo dormitorio nei sotterranei della stazione milanese, nei locali ottenuti per gentile concessione del capostazione. Poi, a poco a poco, si organizza e si amplia: dormitori, mense, dispensari, pronta accoglienza a Milano, Seveso, Bucchianico, Grottaferrata e, quando l’Italia non gli basta più, anche a Bogotà, in Colombia, perché i “poveri più poveri” ci sono dappertutto. Anche gli ambiti d’intervento si ampliano, al ritmo delle nuove povertà: dai barboni ai malati di AIDS, alle prostitute dell’Est, agli stranieri, magari irregolari, che devono vivere nell’ombra. Fratel Ettore è testardo nelle sue idee, spregiudicato nelle scelte, discutibile sui metodi. Per fortuna la Provvidenza lo toglie d’impiccio ogni volta (e capita spesso) che fa il passo più lungo della gamba, con donazioni anche consistenti, perlopiù anonime, a volte superiori alle sue necessità. E in questi casi Ettore dà via il superfluo per le necessità del mondo, dai terremotati agli sfollati della Bosnia in guerra, in modo da restare, come prima, senza un soldo in tasca. E così ricominciare il mattino dopo a confidare nella Provvidenza, insegnando ai suoi poveri a prendersi cura dei “più poveri” e portandoli anche a lavorare dove c’è un’emergenza o una calamità. Il “folle di Dio”, come viene chiamato, ha un filo diretto con il buon Dio: basta vedere come prega e come parla di Lui, anche se qualche prete milanese arriccia il naso sul suo stile liturgico o sulle sue nozioni teologiche. Fa discutere anche il suo amore per la Madonna e a qualcuno non piace il suo passeggiare per Milano con la statua della Vergine tra le braccia o ancorata sulla capotte della sua sgangherata automobile, la sua contestazione nelle manifestazioni abortiste, quel suo intonar preghiere in piazza o agli angoli delle strade. Lo uccide una leucemia fulminante il 20 agosto 2004, senza lasciargli il tempo di far germogliare una congregazione religiosa per dar continuità alla sua Opera. Che comunque continua a camminare e in questi giorni ha dato il via ad una serie di iniziative per ricordare il decennale della morte, mentre in Diocesi dal 2013 si muovono i primi passi per la sua beatificazione.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Un samaritano dei nostri tempi, che nella scia di s. Camillo de’ Lellis, dedicò buona parte della sua vita a lenire le sofferenze dei bisognosi, soprattutto dei più diseredati e soli, andando perfino a cercarli per dare loro un punto di riferimento, in questa società indifferente.
Fratel Ettore Boschini nacque il 25 marzo 1928 nella frazione di Belvedere del Comune di Roverbella (Mantova), in una famiglia di benestanti agricoltori.
Ma già da quando aveva quattro anni, le condizioni economiche familiari cambiarono; a causa di una grave carestia, il padre fu obbligato a lasciare la tenuta agricola di Belvedere, per trasferire la famiglia nella contrada Malavicina, dove tentò di ricominciare tutto daccapo.
La fanciullezza di Ettore trascorse così in ristrettezze economiche familiari e giunto all’adolescenza dovette lasciare la scuola, per andare a lavorare nei campi e nelle stalle, alle dipendenze di piccoli proprietari terrieri.
Il lavoro era talmente duro per la sua giovane età, che gli procurò i violenti mal di schiena, che praticamente lo tormentarono per tutta la vita.
Giunto ai 24 anni, la vocazione allo stato religioso che avvertiva in sé, si fece più insistente, per cui scelse di entrare nell’Ordine dei Camilliani, venendo accolto il 6 gennaio 1952 e pronunciando i voti temporanei come Fratello, il 2 ottobre del 1953.
L’Ordine dei Ministri degli Infermi, conosciuti popolarmente come Camilliani o Camillini, fu fondato nel 1582 da s. Camillo de’ Lellis (Bucchianico, Chieti, 1550 – Roma, 1614); i membri, sia maschili che femminili (ramo fondato nel XIX secolo), sono dediti all’assistenza e cura degli ammalati, dei feriti in guerra, soprattutto negli ospedali, che grazie a loro, dal XVI secolo furono completamente rinnovati e quindi ogni ammalato poté ricevere le cure necessarie.
Fratel Ettore ebbe come destinazione la Casa camilliana degli Alberoni al Lido di Venezia, dove rimase come fratello operoso e benvoluto, per una ventina di anni.
Nei primi anni Settanta fu destinato a Milano, alla clinica camilliana “San Pio X”, dove mentre lavorava, riuscì a conseguire la licenza media e il diploma d’infermiere professionale.
Nel capoluogo lombardo, scoprì le miserie che si nascondono nella vita metropolitana delle grandi città e iniziò ad aiutare i più bisognosi, appoggiandosi dapprima alla clinica “San Camillo”, e poi dal 1979, con il permesso dei suoi Superiori, accogliendoli e dando loro un punto di riferimento in Via Sammartini.
Desideroso di stare vicino ai più diseredati, barboni, extracomunitari, senza tetto, persone sole senza affetti, prese ad istituire dei “Rifugi”, luoghi ospitali organizzati per soccorrerli al meglio, prima da solo, poi con l’aiuto di volontari, anime sensibili attratte dal suo carisma camilliano.
Il primo “Rifugio” fu appunto quello di Via Sammartini a Milano, un androne sotto i ponti della Stazione Centrale, un luogo molto particolare, con il soffitto che tremava con il passare dei treni e con lo sferragliare dei vagoni che assordava gli ospiti; erano dei disperati che comunque poterono a migliaia trovare negli anni un calore umano, accolti con amore infinito da fratel Ettore Boschini, che li considerava come suoi fratelli con dignità pari a quella di qualsiasi uomo e donna.
L’incontro di tante persone, di estrazione sociale differenti, di poco studio, abbruttite dalle necessità, di età diverse, bisognose di tutto, dal cibo ai servizi igienici, dal letto alla pulizia personale, dal vestiario e biancheria pulita alla necessità di parlare con qualcuno; generava una condizione effervescente e promiscua, che spesso sfociava in discussioni e intolleranze reciproche; in ciò interveniva paziente e umile fratel Ettore a riportare la calma e serenità, giungendo a fare recitare “senza imposizioni”, le preghiere di ringraziamento.
Il “Rifugio” di Milano, fu da lui dedicato agli “Amici del Cuore Immacolato di Maria”; nel tempo seguirono il centro di accoglienza “Casa Betania” a Seveso (MI), il Villaggio delle Misericordie ad Affori - Milano, la Casa “Nostra Signora di Loreto” a Collespaccato di Bucchianico (Chieti), il Villaggio Grosio di Grottaferrata (Roma) e la Comunità di Nazareth a Bogotà in Colombia.
Tutti centri di accoglienza, realizzati con l’aiuto della Provvidenza e dei tanti benefattori e volontari, che affascinati dalla sua reale e singolare testimonianza del Vangelo, cercavano di sostenerlo ed aiutarlo, in questa sua missione così difficile di moderno samaritano; la sua opera comunque, oltre a creare ammirazione, suscitò anche purtroppo tante incomprensioni.
Con la sua sdrucita veste talare nera, con la grossa croce rossa sul petto, abito tipico del suo Ordine, percorreva in lungo e in largo Milano, alla ricerca dei bisognosi, specie quelli più vergognosi della loro misera condizione e con umiltà e tenerezza, porgeva la mano del suo aiuto concreto e spirituale, per sollevarli dall’isolamento; portava in tasca le corone del rosario di plastica bianca e ad ogni occasione le distribuiva, invitando ad elevare l’animo nella preghiera, recitando un Ave Maria alla Madonna, della quale era devotissimo.
Non era un religioso chiuso nel suo ambiente caritativo, anzi, con i suoi speciali amici, spesso lo si vedeva in manifestazioni di religiosità esterne, tanto da essere definite di tipo “folcloristico”, come girare per le strade cittadine su una vecchia ‘Uno’ bianca, con sul tetto ben fissata, una statua della Madonna di Fatima, alla ricerca di un fratello più sventurato; come le ore di preghiera trascorse in ginocchio in Piazza del Duomo a Milano, durante la prima Guerra del Golfo; la costruzione all’ingresso di Casa Betania a Seveso, di una cappella di cristallo, come quella costruita a Fatima per le apparizioni della Vergine, della quale diceva: “Senza il suo aiuto, non avrei saputo combinare niente”.
Ai suoi giovani volontari, insegnava il difficile Vangelo della strada, quello che si vive fra i derelitti; i figli più amati da Dio, come fratel Ettore li chiamava; perché egli era convinto che ogni uomo, anche se povero, sporco e malvestito, aveva una sua dignità e doveva essere rispettato; anche il più povero era una creatura del suo Dio e questo stesso Dio vuole mostrare a loro il suo amore per mezzo di noi.
Superò infinite difficoltà, incomprensioni, maltrattamenti e, con il tempo, divenne il simbolo di una vera e difficile solidarietà dei nostri tormentati, consumistici, indifferenti tempi.
Fratel Ettore Boschini, morì il 20 agosto 2004 a 76 anni, nella clinica camilliana “San Pio X” a Milano; in quel fine estate la città rimase scossa per la perdita di quel testimone ‘scomodo’ dell’amore di Dio; in effetti tutti lo conoscevano e qualcuno lo definiva un matto, ma la notizia arrecò ai milanesi un vuoto terribile; fratel Ettore era infatti un uomo, un religioso, difficile da capire in questi tempi di diffuso egoismo, ma necessario ed efficace a far risvegliare le coscienze di quanti lo conoscevano.
Durante i funerali, il Superiore Generale dei Camilliani, padre Frank Monks, disse: “Lui, come diceva san Camillo, aveva capito bene che i poveri non hanno bisogno di una predica sull’amore di Dio, ma piuttosto sperimentare questo amore per mezzo della nostra assistenza, fatta con “più cuore nelle mani”.
La sua salma riposa nella Cappella della “Casa Betania” a Seveso; nella stessa Cappella riposa anche uno dei suoi giovani volontari e collaboratori dei primi anni, prematuramente scomparso a 34 anni, il Servo di Dio Sabatino Jefuniello (Sarno, (Salerno), 19-12-1947 – Milano, 30-8-1982), la cui Causa di Beatificazione, introdotta nel 1996 a Milano per iniziativa dei Padri Camilliani, ha ricevuto il nulla osta della Santa Sede il 14 dicembre 2002.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2014-07-08

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