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Beato Daniele de Ungrispach Martire camaldolese

31 marzo

San Mattia di Murano, 31 marzo 1411

Il beato Daniele de Ungrispach, sposo e padre integerrimo, abbandonata leggitimamente la famiglia naturale, si aggregò alla monastica, emulando in qualità di domestico le virtù degli eremiti. Tolto ai vivi da mano sicaria presso San Mattia di Murano il 31 marzo 1411, è venerato qual martire ed il suo corpo si conserva incorrotto. Nell’anniversario della morte è commemorato dal Menologio Camaldolese. Mai la Chiesa ha confermato il culto di tale “beato”, ma secondo le indicazioni contenute nell’ultima edizione del Martyrologium Romanum egli gode comunque legittimamente di tale titolo in quanto presente nel calendario della famiglia religiosa.

 



Daniele nacque nel castello di Cormons,intorno all’anno 1344, figlio primogenito di Nicolaussio d’Ungrispache di Maddalena Savio di Gemona. La sua era una nobile famiglia di stirpe germanica,“facoltosissima”, Signori di Cormons, Medea e Foiana, vassalla dei conti di Gorizia, che ebbe tra i suoi membri un vescovo di Concordia e uno di Trieste.  Ancora oggi lo stemma del Comune di Cormons si ispira al loro blasone. Daniele coi genitori vissea Udine dal 1346, a sedici anni si trasferirono a Pordenone, dove, a circa vent’anni il rampollo sposò Ursina Ricchieri appartenente alla più potente famiglia cittadina. Ebbero una figlia, Lucia, andata poi sposa nel 1384 al nobile Giacomo Spelladi di Treviso. Forse a seguito di eventi bellici, Daniele fu prigioniero a Verona di Cansignorio della Scala,tra il 1365 e il 1368. Sopportòla prova senza covare rancore, anzi si sarebbe in seguito adoperato a favore di un familiare dello scaligero. Nonostante la giovane età, eragià così ben voluto dai suoi concittadini che essi intervennero per ottenerne la liberazione.
Daniele fu marito e padre integerrimo, viveva le sue giornate da buon cristiano.Le cronache lo descrivono: “osservatore segnalato della legge di Dio, d’ogni pratica religiosa, di singolare compassione verso dei poveretti ed amantissimo dei Luoghi Pii”. Intraprese con successo il commercio di panni di seta e di lana e pelli di vaio. Sua piazza d’affari fu soprattutto la Serenissima, importante per gli scambi con l’Oriente. Nel percorso che lo portava a Venezia, navigando lungo il fiume Noncello, ebbe modo di conoscere i Camaldolesi dell’abbazia di San Martino Rotto (Pasiano di Pordenone). Il giovane fu attratto dalla spiritualità monastica ed eremitica, tipica dell’Ordine fondato da S. Romualdo. La posizione altolocata della famiglia, ma certo pure il desiderio di contribuire all’amministrazione pubblica in favore dei suoi concittadini, lo portò anche all’impegno politico e così, nel 1384,fu nominato “podestà” dal duca d’Austria da cui dipendeva Pordenone. La carica era annuale e prevedeva larappresentava della comunità, sia in ambito civile, sia religioso. Svolse l’incarico con benevolenza, il Palazzo Comunale (l’antica Loggia) sorgeva, tra l’altro, in Contrada Maggiore, a poca distanza dalla sua dimora, Palazzo Ricchieri (oggi sede del Museo Civico).
Durante i suoi viaggi a Venezia Daniele conobbe l’importante monastero camaldolese di San Mattia nell’isola di Murano dove, sempre più attratto dalla vita monastica, divenne un ospite familiare.
Per diciannove anni, pur mantenendo gli impegni familiari, sociali e di lavoro, frequentò costantemente quel luogo in cui respirava appieno la presenza di Dio. Amava leggere la Bibbia e gli scritti dei Padri della Chiesa, in particolare Sant’Agostino. Poi, avendo a disposizione somme di denaro anche consistenti, rispondeva generosamente alle necessità dei poveri, come pure del monastero. Poteva condurre una vita confacente al suo stato sociale, preferì invece, giorno per giorno, rispondere al desiderio di avvicinarsi a Dio, alternando giornate scandite dagli impegni sociali, a giornate di preghiera, spese a fianco dei suoi amici monaci. La sua vita fu una mirabile sintesi “dell’Ora et labora”: sposo, padre, imprenditore e pure politico, con lo sguardo però sempre rivolto al Datore di ogni bene. Nel 1380 intraprese il percorso per divenire oblato della Congregazione Camaldolese, che si compì pienamente il 31 marzo 1392. Da quel giorno ebbe una cella tutta sua. Fu generoso, come detto, con il suo monastero, ma pure con altre entità religiose, specie veneziane tanto che nel 1398 fu nominato procuratore della Chiesa di San Marco.
Alla soglia dei cinquant’anni, prevalse il desiderio della vita eremitica, e Daniele rinunciò a diritti, privilegi e beni di famiglia che gli spettavano dopo la morte del padre. Lasciò la moglie, di comune accordo, ottenendo di essere accolto nel monastero di San Mattia per condividere maggiormente la vita dei monaci, senza però l’obbligo di clausura.  Di tanto in tanto tornò a Pordenone e nel 1404-05 fu nuovamente consigliere del Comune e podestà, probabilmente supplente del titolare, segno della grande fiducia che tutti riponevano in lui. Continuò a svolgere la professione mercantile, ma ebbe pure alcuni incarichi diplomatici.Nel 1406 fu tra gli intermediari in un grave dissidio fra Pordenone e il Patriarca d’Aquileia: i suoi concittadini avevano incendiato il castello di Torre,causando la morte del feudatario e della famiglia, e l’ira del patriarca di Aquileia. Il podestà e i nobili della città, tra i quali Daniele, furono incaricati di mediare per ottenere l’assoluzione dei pordenonesi. 
Il 16 settembre 1411 Daniele, mentre era a Pordenone,fece testamento nominando erede universale la moglie. Dispose di essere sepolto in San Mattia, cui lasciò dei legati e preziosi libri: una Bibbia, un Legendario dei Santi, i Sermoni di Sant’Agostino. Qualche giorno dopo, rientrato dopo il lavoro dal mercato veneziano di Rialto, ignoti malviventi entrarono di notte nella sua cella e lo strangolarono a scopo di rapina. Erano certo a conoscenza delle sue abitudini e del denaro che aveva con sé. I Padri Camaldolesi, colpiti da una morte tanto ingiusta, gli diedero devota sepoltura nella tomba dei nobili Donà all’interno del monastero. Fu subito considerato un “martire della carità”.
A ventiquattro anni dalla morte, nel 1435, il corpo fu esumato e trovato incorrotto, “vivace di colore e da cui esala un odore soavissimo, a differenza degli altri rinvenutidisfatti e corrosi”. Venne posto sopra un altare e divenne subito meta di devoti pellegrinaggi. Tutti pensarono che il corpo incorrotto confermava la santità che Daniele aveva testimoniato in vita. Il vescovo di Torcello approvò il culto locale e dispose l’esposizione in chiesa di un’urna contenente le reliquie. Seguirono grazie e miracoli e la fama di Daniele attirò,nei secoli a venire,fedeli di tutta la laguna veneta, del Friuli e della Carinzia, oltre ai nobili membri della sua Casata.L’urna fu ricollocata in chiesa dopo la ricostruzione del 1566, poi, nel 1657, fuposta su un altare proprio, in una nuova cassa di legno, quella attuale.
Nel 1810 il monastero di San Mattia di Murano fu soppresso e la chiesa in seguito distrutta. Il corpo del Beato Daniele subì diversi trasferimenti, per un periodo venne conservato nella sacrestia della Basilica della Salute a Venezia. Nel 1857 le spoglie tornano a Murano, l’urna fusistemata nella cappella esterna dell’Istituto “Dalmistro” delle Suore Maestre di Santa Dorotea che nell’isola avevano aperto una scuola. Le religiose tennero un registro delle grazie ottenute dal Beato,alcune ancora nel 1903. Il corpo è oggi presso la Basilica di S. Donato, ancora incorrotto, ricoperto da una veste dorata, regalo per grazia ricevuta nel 1745. 
A Venezia gli è intitolata una calle, la sua Pordenone qualche decennio fa gli ha dedicato una Via cittadina e in chiesa un quadro eseguito dal pittore sacerdote Giuseppe Pellarin.L’amministrazione comunale ha collocato sulla facciatadi Palazzo Ricchieriuna lapide per ricordare l’esempio cristiano del suo antico podestà. Pure Cormons gli ha dedicato, in chiesa, un dipinto, mentre una statua,dall’inizio del XVIII secolo, lo ricorda nella facciata della Chiesa dell’Immacolata di Gorizia.Tutte testimonianze di un culto che non è mai venuto meno. Dedito alla famiglia, impegnato nella vita pubblica, attivo nella professione mercantile, Daniele ebbe sempre come bussola la Parola di Dio e come compagna la preghiera. Il suo esempio può essere attuale ancora oggi.
La memoria locale è fissata al 31 marzo, mentre ilMenologio Camaldoleselo ricorda il 20 marzo. Sarebbe auspicabile il riconoscimento “ab immemorabili” del culto e il titolo ufficiale di Beato.

PREGHIERA
O Beato Daniele, siamo lieti di onorartinella natia Cormons comenella città di Pordenoneda te scelta quale luogo di residenzae fatta oggetto di molte premure in ambienti religiosi e civili.
Ammiriamo le tue rinunce,al fine di aiutare i poveri e le comunità religiosecon l’attività di commercio.
Ci sorprende la concordata rinunciaalle gioie della convivenza con la tua sposa dilettaper vivere negli ultimi anni più unito a Dionel monastero camaldolese di Murano.
Ottieni anche a noi di compiere con impegnoi doveri della nostra professioneper il bene della famiglia, della società e della Chiesa,con una particolare attenzione ai poveri.
Fa’ che noi pure dedichiamo ogni giornospazio alla preghierae troviamo tempo per la formazione cristianain gruppi e luoghi spirituali.
Te lo chiediamoper Gesù Cristo nostro Signore.


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto/modificato il 2020-04-02

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