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Venerabile Carlo (Giovanni Francesco) Bascapè Vescovo di Novara

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Melegnano, Milano, 25 ottobre 1550 – Novara, 6 ottobre 1615

Carlo Bascapè è la personalità melegnanese di più alto spicco in questo periodo. Nacque in Melegnano il 25 ottobre 1550 e morì vescovo di Novara il 6 ottobre 1615. Uscì da nobile famiglia ed al fonte battesimale fu chiamato Giovanni Francesco. Si laureò in legge a Pavia e si legò a San Carlo come aiuto validissimo. Si fece barnabita nel 1578 e percorse tutti i gradi della gerarchia della sua congregazione. Il papa Clemente VIII lo nominò vescovo di Novara nel 1593, e come tale si diede alla fervida applicazione dei decreti del Concilio di Trento ed alle riforme più urgenti, secondo lo spirito di San Carlo di cui prese il nome quando si fece religioso. Fu promotore della beatificazione di San Carlo ed ebbe la gioia di vederlo canonizzato nel 1610. Scrisse opere ascetiche, giuridiche e storiche. La Chiesa Cattolica lo ha proclamato "venerabile" il 19 dicembre 2005.


Gianfrancesco Bascapè, in latino a Basilica Vetri dal nome del paese di cui i suoi antenati erano signori feudali, nacque nel 1550 a Melegnano (Milano) da Angelo e Isabella Giussani. Iniziato agli studi classici sotto la guida di un dotto sacerdote, completò la sua formazione umanistica e, passato al­l'Università di Pavia, si laureò brillantemente nel 1574 in diritto civile ed ecclesiastico. Rinunciando agli studi, ad una promettente carriera mondana e all'affetto della tenera madre, il neo dottore si offri al santo arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, col proposito di «servire Dio sotto la sua obbedienza». Ricevuti infatti dal santo l'abito ecclesiastico, la tonsura e gli ordini minori, il giovane Bascapè fu ammesso nel gruppo ristretto dei familiari e nominato canonico del duomo. Il Borromeolo volle accanto a sé nella visita apostolica alle diocesi di Cremona e Bergamo, al concilio provinciale, nella ricognizione di reliquie e ne sfruttò l'intelligente abilità in altri affari di Curia.
Nel 1576 scoppiava virulenta la peste e il Bascapè, che era diacono, potè assistere all'eroica carità dell'arcive­scovo di Milano e descrivere poi, in pagine drammati­che, gli orrori del flagello. Ordinato sacerdote il 29 lug. 1576 si ritirò nella quiete e negli studi specializzan­dosi nella storia, nei riti e negli usi della Chiesa ambro­siana. Ma la sua anima inquieta, anelando a più alte mete di perfezione, decise di consacrarsi al Signore abbracciando la vita religiosa nell'Ordine dei barnabiti.
Il giorno della vestizione, in omaggio e a ricordo del suo arcivescovo, cambiò il nome di battesimo in quello di Carlo e l'8 magg. 1579, superato un periodo di crisi, professava i voti.
Malgrado gli impegni della vita regolare, il Bascapè continuò a servire il Borromeo: dietro sua istanza scrisse un regolamento di vita per il tredicenne cugino Federico, compose un trattato per la riforma dei diverti­menti, pubblicò l'edizione del IV concilio provinciale, inviò precetti circa la predicazione e compilò norme sui doveri del vescovo. In qualità di uomo di fiducia e di inviato straordinario di s. Carlo, svolse una missio­ne segreta presso Filippo II di Spagna e a Madrid strinse cordiale amicizia con p. Luigi da Granata.
Tornato a Milano riprese il ritmo della sua fervente attività di scrittore pubblicando una Storia della Chiesa, la traduzione dei decreti tridentini circa la disciplina delle monache, la ristampa del Rituale e del Breviario ambrosiano e di altre opere storiche. Nel 1584 ebbe la consolazione e il dolore di essere testimone della morte del Borromeo. Spinto dallo zelo e dalla ricono­scenza, raccolse un vasto materiale documentario sulle virtù e le imprese del suo impareggiabile maestro, pubblicando, nel 1592, quella vita del santo che fu giudicata dai contemporanei un capolavoro e «tenuta come un Vangelo». Promotore indefesso della causa di canonizzazione del Borromeo, ebbe la gioia di vederlo iscrivere nell'albo dei santi e di poter cantare nel duomo di Milano la Messa e i Vespri in onore del suo «santissi­mo padre e signore».
Nel frattempo, chiamato dalla fiducia dei suoi con­fratelli, era eletto, a soli 36 anni di età, alla suprema carica dell'Ordine barnabitico. Il programma del suo governo si mosse su due direttrici: promuovere la disciplina interna ed estendere i confini della congrega­zione. Esigeva la più perfetta osservanza e una obbedienza assoluta dai sudditi, ma nei superiori amava soprattutto la delicatezza e la discrezione del giudizio. Era onnipresente con le sue lettere ad esortare e dirigere con uno zelo e una rettitudine che gli conquistarono l'ammirazione e l'amore dei religiosi. Nei nove anni del suo generalato consolidò le basi dell'istituto lascian­dovi l'impronta della sua personalità. Nella tradizione barnabitica Carlo è ricordato come uno dei maiores nostri e forse l'esponente più tipico della seconda gene­razione cinquecentesca.
Ma il suo nome è legato alla storia della Chiesa e della Controriforma per il lungo, operoso e santo epi­scopato novarese. Nel 1592 Clemente VIII lo designava infatti alla cattedra illustre di S. Gaudenzio. Miseria economica e scontento politico agitavano la popolazio­ne che versava in una condizione morale-religiosa allar­mante a causa delle assenze e del rapido succedersi dei vescovi. Emulando le gesta di s. Carlo, curò con vigile amore la formazione del clero eliminando abusi e favori­tismi; eresse nuovi seminari per i chierici di teologia; celebrò tre sinodi diocesani promulgando sagge disposi­zioni legislative; operò con fermezza perché gli ecclesia­stici fossero all'altezza dei loro doveri; istituì in diocesi gli Oblati di S. Gaudenzio. Si adoperò risolutamente a riformare i costumi del popolo con l'introduzione di pratiche di vita cristiana, con l'apertura di «scuole di dottrina» e con l'erezione di un considerevole numero di luoghi sacri. Visitò due volte le 260 parrocchie della sua diocesi raccomandando ovunque la frequenza ai sacramenti, le opere di pietà e di carità, la santificazione dei giorni festivi. Pastore infaticabile, organizzatore dinamico, padre dei poveri, predicatore ardente della parola di Dio, la sua azione pastorale non trascura alcun settore della vita cristiana: dall'eresia incombente della Svizzera alla bestemmia serpeggiante tra il popolo; dai balli licenziosi del carnevale alle prepotenze dei signorotti locali; dai Monti di Pietà alla cura per gli ospedali e gli orfanotrofi...
Con la maestà della persona, il fascino della dottri­na, l'amabilità del tratto riusciva a comporre discordie e a suscitare entusiasmi di fede, fervore di opere fra i fedeli che cominciarono a venerarlo come uomo di Dio. Non gli mancarono le lotte aperte e le accuse malevole di gente ignobile che non tollerava l'opera riformatrice del vescovo. Alcuni fanatici tentarono per­sino di avvelenarlo, di ucciderlo con un colpo di archi­bugio e di bruciargli il palazzo episcopale. Alla fine brillò di fulgida luce l'esimia santità del Bascapè che meritò di essere chiamato dal b. Innocenzo XI «un altro s. Carlo». Morì estenuato dalle fatiche il 6 ott. 1615, dopo 22 anni di episcopato a Novara. In questa città si è ultimato nel 1978 il processo storico informativo per la causa di beatificazione. La vastissima raccolta dei suoi scritti è stata approvata con decreto del 12 mar. 1982.
Scrittore inesauribile, lasciò un epistolario raccolto in 35 volumi in folio e oltre un centinaio di opere a stampa o manoscritte di argomento agiografico, asceti­co, giuridico, storico, liturgico, pastorale e scritturistico. Ci limitiamo a ricordare le più notevoli: De vita et rebus gestis S. Caroli... libri VII, Ingolstad 1592. Ne furono fatte varie edizioni e traduzioni in francese e italiano, fino all'edizione latina con a fronte una versio­ne italiana, Milano 1965, con prefazione di Paolo VI (ed. anastatica, Milano 1983); Scritti pubblicati da Mons. Carlo Bascapè..., Novara 1609 (contiene lettere pastorali, istruzioni, avvisi e riti sacri, editti e decreti, ordini e formule); Novaria sacra seu de Ecclesia Nova-riensi libri duo, Novara 1612; Historia Ecclesiae Medio-lanensis, Novara 1615; e inoltre le vite di s. Ambrogio, s. Arialdo, s. Bernardino da Siena, s. Chiara d'Assisi, s, Genesio, ss. Vitale e Valeria, ecc.


Autore:
Andrea M. Erba


Fonte:
Bibliotheca Sanctorum

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Aggiunto/modificato il 2008-12-13

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