La bellissima figura della principessa Elisabetta (1764-1794), sorella di Luigi XVI, donna di forte volontà e di grande spiritualità, avrebbe desiderato abbracciare lo stato monacale, ma non le fu concesso, perciò, conoscendo l’inclinazione della sorella per la solitudine e il raccoglimento e per evitare che ella non se li procurasse nel silenzio del chiostro, Luigi XVI le donò una piccola villa a Montreuil, alle porte di Versailles. Ogni giorno recitava tutto l’ufficio divino, inoltre leggeva libri religiosi, esercitava pratiche devote, componeva preghiere, scriveva considerazioni spirituali.
La corte di Portogallo iniziò le pratiche per chiedere Elisabetta come sposa di un principe reale; così fece anche Casa Savoia, mentre l’Imperatore di Germania, Giuseppe II (fratello della regina Maria Antonietta, 1755-1793, moglie di Luigi XVI) si recò due volte a Versailles per vedere la bella e buona principessa. Tuttavia nessuna trattativa matrimoniale andò in porto: Elisabetta aveva già scelto. Non potendo consacrarsi a Dio, decise di stare sempre accanto al fratello Luigi e, dunque, al proprio Paese: «Ho giurato di non abbandonare mai mio fratello e manterrò il mio giuramento. […]. Preferisco rimanere qui ai piedi del trono di mio fratello, piuttosto che salire io stessa su di un altro trono».
Già molti anni prima della Rivoluzione, Elisabetta percepì che la Francia sarebbe caduta nella tragedia. Compiangeva la nazione, il popolo, la sua famiglia. Si rese conto che la monarchia sarebbe stata distrutta e che la persecuzione si sarebbe abbattuta sulla religione cattolica, turbando le cosciente e gettando nel caos l’intero Paese. Suo rifugio era Dio, al quale si rivolgeva incessantemente, implorando il soccorso.
Elisabetta fece un apostolato molto intenso e indicava nel Sacro Cuore di Gesù la fonte delle misericordie divine. In ogni lettera richiamava sempre l’attenzione al Sacro Cuore di Gesù (la cui devozione era stata diffusa grazie a Giovanni Eudes, 1601-1680, e da santa Margherita Maria Alacoque, 1647- 1690), che considerava unico rifugio, il solo rimedio per le sofferenze del popolo e la salvezza della nazione. Compose vari atti di consacrazione della Francia al Divin Cuore e fu anche molto devota al Sacro Cuore di Maria Santissima. Persuasa che l’irreligione e l’immoralità attirassero sul Paese i castighi di Dio, raccomandava di condurre una vita onesta, di pregare, di rinunciare al lusso e di soccorrere il prossimo.
La famiglia reale di Francia venne catturata nella notte del 6 ottobre 1789, quando un’orda inferocita ed avvinazzata di 20 mila persone, armate di cannoni, fucili, sciabole, forche e bastoni da Parigi si diresse a Versailles, invadendo il castello. Mentre si verificavano scene orribili di violenza e crudeltà, con massacri, teste decapitate e portate sui picchetti come trofei, Luigi XVI e i suoi congiunti vennero trasportati a Parigi fra le urla, le minacce e le imprecazioni. Cosciente di dover esercitare la missione, per la quale si era votata, di «angelo tutelare» della famiglia reale di Francia, Elisabetta si comportò virilmente, senza alcun cedimento. Da quella notte la famiglia reale rimase prigioniera nel palazzo delle Tuileries. Mentre tutti i principi e le principesse cercarono di fuggire fuori dalla capitale e dalla Francia, Elisabetta rimase al proprio posto, vicino al fratello, alla cognata, al piccolo Delfino di Francia e alla nipotina Carlotta, assolvendo la propria missione di consolatrice.
Nella notte del 2 agosto la Regina Maria Antonietta fu condotta nella prigione della Conciergerie. Le due nobildonne furono separate. Dopo umiliazioni indicibili e sofferenze inaudite, Maria Antonietta venne decapitata il 16 ottobre. La sua ultima lettera fu proprio indirizzata ad Elisabetta: «È a voi, sorella mia, che scrivo per l’ultima volta; sono condannata non ad una morte infamante, perché tale è soltanto per i criminali, ma a raggiungere vostro fratello». E dopo averla pregata di essere la seconda madre dei suoi orfani, si accommiatò con queste parole: «Addio, mia buona e tenera sorella; speriamo che questa vi giunga! Pensate sempre a me; vi bacio con tutto il cuore, insieme con quei poveri e cari bambini!». La lettera non fu recapitata al destinatario.
Splendida la lettera di riconoscenza che la nipote Maria Teresa Carlotta (1778-1851), Madame Royale, scrisse sulla zia, colei che, in cuor suo, si era consacrata a Dio all’età di 15 anni e altrettanto importante, quanto celebre e toccante nella sua beltà e verità, è la preghiera che Elisabetta compose e che recitò quotidianamente, fino al giorno della sua cruenta dipartita: «Che mi accadrà oggi, o mio Dio? Lo ignoro; so soltanto che nulla mi accadrà che Voi non abbiate previsto, stabilito, voluto e ordinato sin dall’eternità. Questo mi basta, o mio Dio, per essere tranquilla. Adoro i vostri disegni eterni e impenetrabili, ai quali mi sottometto con tutto il cuore per amor vostro. Voglio tutto, accetto tutto. Vi faccio un sacrificio di tutto ed unisco questo sacrificio a quello del vostro diletto Figlio e mio Salvatore. Vi domando in nome del suo Caro Cuore e dei suoi meriti infiniti la pazienza nelle mie pene e la perfetta sottomissione a Voi dovuta per tutto quello che vorrete e permetterete. Così sia».
Era il 10 maggio 1794 quando vennero portati alla ghigliottina 24 condannati a morte, fra i quali c’era anche Elisabetta di Borbone-Francia, che fu costretta ad assistere a tutte le decapitazioni prima di subire anche lei il supplizio. Non soltanto non si coprì gli occhi di fronte allo scempio, ma rimase sorridente e orante fino alla fine. Ad alta voce chiamava, una ad una, le vittime, invitandole ad aver Fede in Dio e, se erano donne, le abbracciava oppure le salutava con un sorriso. Poi toccò a lei. E quando il biondo capo cadde, aggiungendo sangue a sangue, nessuno osò gridare «Viva la Repubblica!».
Autore: Cristina Siccardi
Elisabetta Filippina Maria Elena di Francia, comunemente chiamata Madame Elisabetta, nacque a Versailles il 3 maggio 1764 e morì a Parigi il 10 maggio 1794 sotto la cieca lama della ghigliottina rivoluzionaria. Vittima dei suoi natali (sorella minore di Re Luigi XVI; figlia di Luigi Delfino di Francia e Maria Giuseppina di Sassonia), fu accompagnata per tutta la vita da un’indole affettuosa e benevola, manifestata dalla profonda religiosità e dall’attaccamento ai familiari. Prova di questo legame il rifiuto di tutte le proposte di matrimonio pur di non separarsi dal fratello maggiore. Solo luttuosi eventi divisero Elisabetta dalla sua famiglia, famiglia che seguì fino alle fine dei suoi giorni pur potendo fuggire con l’altro fratello il Conte d’Artois quando la situazione per i reali si fece critica e pericolosa. Venne infatti rinchiusa assieme ai familiari nel Palazzo delle Tuileries, li accompagnò nella fuga mancata del 20 giugno 1791 ed assistette alla sospensione del Re da parte dell’Assemblea Legislativa. Con l’esecuzione di Luigi XVI del 21 gennaio 1793 rimase sola nel Tempio con la Regina Maria Antonietta e sua nipote Maria Teresa Carlotta; e proprio ad Elisabetta la Regina scrisse l’ultima sua lettera, datata 16 ottobre 1793, giorno della sua esecuzione. Lettera che Elisabetta non ricevette mai, dato che solo sul patibolo fu informata della morte della cognata. Che anche per l’amabile Principessa si profilasse la stessa sorte di rabbia e sangue fu chiaro quando, il 9 maggio 1794, venne trasferita alla Conciergerie (soprannominata esplicativamente “l’anticamera della ghigliottina” per la sommarietà dei processi “a sentenza unica” che erano ivi tenuti dal Tribunale Rivoluzionario). Ciò che suscitò ancor di più la compassione del popolo verso di lei fu il volerla oltraggiare con la falsa accusa (in aggiunta alle consuete imputazioni di fedeltà alla corona e resistenza contro la rivoluzione) di molestie al nipote il Delfino, accusa estorta al bambino dai ferri della tortura. Lo sdegno popolare per tale artificiosa falsità non mutò la sentenza già scritta, ed il giorno dopo, il 10 maggio, Elisabetta affrontò la ghigliottina non mancando nemmeno in quell’occasione di benedire le persone che le stavano accanto. Mentre si chinò per esporre il collo alla pesante lama sentì cadere lo scialle che le copriva le spalle, e la sua pudicizia le intimò di chiedere immediatamente al boia: "Per amor del Cielo, signore, mi copra!". Si narra che nell’istante in cui la sua testa cadde i presenti sentirono un delizioso profumo di rose e di gigli invadere la piazza.
Uccisa per l’appartenenza alla parte sociale in quel contesto storico considerata da sopprimere dalla volubile visione popolare, lascia dietro di sé una esemplare vita privata costellata da benevolenza, devozione familiare e fede cattolica.
L’ammirazione suscitata dalla sua condotta viene ricordata in varie pubblicazioni in lingua francese; Antonia Fraser le dedica un vasto approfondimento nella sua biografia su Maria Antonietta; così come Deborah Cadbury in quella su Luigi XVII.
"Accogli, Signore, la causa del giusto, sii attento al mio grido. Porgi l’orecchio alla mia preghiera: sulle mie labbra non c’è inganno. Venga da te la mia sentenza, i tuoi occhi vedano la giustizia. Saggia il mio cuore, scrutalo nella notte, provami al fuoco, non troverai malizia". [Salmo 17 (16) – Supplica del giusto falsamente accusato]
Autore: Emiliano Rolla
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Aggiunto il 2011-12-27
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