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Venerabile Ruggero Maria Caputo Sacerdote

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Barletta, 1 maggio 1907 - 15 giugno 1980

Ruggero Caputo nasce in una famiglia di contadini di saldi principi morali e religiosi e lavora nei campi fino a 19 anni. A 14 anni si iscrive all'Azione Cattolica e partecipa al terz'Ordine francescano. Maturata la chiamata al sacerdozio entra nel Seminario di Bisceglie e comincia gli studi. Nel 1927 deve lasciare momentaneamente il seminario per il servizio militare a Chieti. Torna a Bisceglie nel 1928, mentre nel 1930 passa al Pontificio Seminario Regionale di Molfetta per gli studi liceali e teologici. Il 25 luglio 1937, diventa sacerdote, si impegna in diverse parrocchie della città e della diocesi. È un ottimo direttore spirituale soprattutto tra i giovani, cui trasmette il suo amore per l'Eucaristia. In tutte le parrocchie organizza incontri formativi e passa molte ore al confessionale. Molte vocazioni religiose e sacerdotali sono il frutto di questa sua attività apostolica. Questo gli procura anche varie sofferenze morali, con spostamenti continui da una parrocchia all'altra. Gli ultimi mesi della sua vita sono consumati da una dolorosa malattia. Muore il 15 giugno 1980. Il 21 gennaio 2021 papa Francesco ha autorizzato il decreto con cui don Ruggero veniva dichiarato Venerabile.



La città pugliese di Barletta nel secolo XX ha beneficiato della santità e dello zelo apostolico del sacerdote diocesano don Ruggero Maria Caputo, apostolo dell’Eucaristia e delle vocazioni sacerdotali e religiose, particolarmente femminili. Nacque a Barletta il 1° maggio 1907 da umile famiglia contadina di saldi principi morali e religiosi. Messosi sotto la guida saggia del Servo di Dio mons. Angelo Raffaele Dimiccoli (1887-1956), “padre e maestro di una moltitudine di figli e suscitatore di giovani alla sequela di Cristo”, maturò la chiamata al sacerdozio. Infatti, all’età di 19 anni, abbandonò il lavoro dei campi ed entrò nel Seminario di Bisceglie per consacrarsi al servizio della vigna del Signore affrontando la non lieve difficoltà di dare inizio agli studi ginnasiali (il suo curriculum scolastico era rimasto fermo alla terza elementare) e di ritrovarsi tra i banchi di scuola con studenti molto più piccoli di lui. Nel 1927 dovette lasciare momentaneamente l’abito talare per indossare la divisa Militare, per il servizio di leva a Chieti. Tornò a Bisceglie nel 1928, mentre nel 1930 passava al Pontificio Seminario Regionale di Molfetta per gli studi liceali e teologici.
Con l’ordinazione sacerdotale, avvenuta nella Cattedrale di Barletta il 25 luglio 1937, don Caputo diede inizio al suo fecondo ministero, nella perenne mansione di viceparroco svolto in diverse parrocchie della città. Il Servo di Dio nell’arco degli anni 1940-1974 per oltre venticinque anni, in due riprese, espletò l’umile missione di viceparroco nella chiesa prepositurale di San Giacomo Maggiore, che fu terra privilegiata del suo apostolato. Lì, infatti, scoprì la sua vocazione primaria di “coltivatore di gigli”. Lungo la sua esistenza terrena non ambì mai al raggiungimento di alte cariche; da uomo di Dio qual’era ebbe come unica aspirazione quella di spendersi per “l’avvento del Regno di Cristo fino agli estremi confini della terra”. Realizzò questa ardua prospettiva “missionaria” suscitando una decina di vocazioni sacerdotali e circa duecento vocazioni religiose femminili, viste come il prolungamento del suo apostolato, tutto orientato “alla conquista delle anime”.
Dove è risposto il segreto della sua riuscita apostolica? Nelle lunghe soste quotidiane dinanzi all’Eucaristia, dopo aver celebrato intensamente il Sacrificio dell’Altare. Testimone in mezzo ai fratelli della bellezza di Dio, si lasciò avvolgere da essa, attraendo a sua volta a questa bellezza e a questa luce divina chi si poneva sotto la sua guida. “Don Ruggero era un’anima innamorata del Santissimo Sacramento – afferma una sua figlia spirituale divenuta suora – Noi ragazze se avevamo bisogno del suo aiuto, andavamo in chiesa sicuri di trovarlo dietro la colonna in ginocchio, per terra, davanti a Gesù Sacramentato, assorto in profonde, silenziose e mistiche conversazioni eucaristiche. Qui si trovava la forza, l’energia che poi dava a noi… Ecco cosa ha messo nelle nostre vene: essere tutte di Gesù!”.
L’esca per attirare tanta gioventù al Signore fu l’esercizio costante del sacramento della Penitenza e il servizio reso nella direzione spirituale. Scriverà negli appunti dei primi anni di sacerdozio: “Mentre sento la voglia di fuggirmene lontano (dal confessionale), quel dolce patibolo mi dà tante attrattive per divenire predatore di anime… perché ho visto certi cambiamenti: …dove tutto era vanità e mondo è diventato santa modestia e disprezzo del mondo”.
Quest’opera silenziosa e assidua di cesello se da una parte portò frutti straordinari, dall’altra gli costò dure prove ed umiliazioni. Don Ruggero avanzava nel cammino di sequela, calcando le orme sanguinanti del Maestro, sperimentando, con dolore, sulla sua pelle, l’adagio evangelico del “nemo propheta in patria” (cfr. Lc 4, 24). Una testimone diretta ci parla di una delle tante peripezie capitate a don Caputo: “Eravamo in tante… don Ruggero era raggiante di gioia, sennonché improvvisamente si scatenò una grande tempesta che paralizzò ciò che con tanto sacrificio il Direttore (Spirituale) era arrivato a mettere su. Circolava all’interno della Parrocchia un po’ di gelosia. Le adunanze che ci teneva furono sciolte; il confessionale chiuso. Egli sembrava un agnello mite e docile agli ordini dei Superiori. Mai un lamento… la sofferenza l’aveva tutta per sé”. L’unico sfogo che a volte si lasciò sfuggire fu: “Le giovani non le lego alla mia persona, le metto ai piedi di Gesù!”.
Il 1° luglio 1951 don Caputo da San Giacomo viene trasferito come viceparroco nella parrocchia dello Spirito Santo, dando inizio a quello che sarà il suo continuo esodo di parrocchia in parrocchia, con la speranza da parte dei Superiori di ridimensionare il fenomeno che si era creato intorno alla sua persona. Ma più veniva ostacolato più aumentava la schiera delle giovani alla sua sequela, e più don Ruggero si andava confermando che il Signore lo chiamava ad essere “coltivatore di gigli”. Chiaramente non c’era nulla di sommerso, tutto era limpido, puro, solare: “Dotato di grande capacità affettiva – testimonia sr. M. Antonina Rizzitelli – appena lo avvicinavi ti accorgevi che voleva bene sul serio”. “Era semplice e umile come un bambino – afferma Antonia Distaso – perdonava e consolava più di un padre, niente era grave per lui; quando gli si mostrava qualche risentimento esortava al perdono; pure quando incontrava lui le contrarietà, in un primo momento si risentiva, ma poi scusava”.
Man mano che la sua esistenza si orientava verso il porto sicuro dell’eternità, il bisogno di stare ai piedi di Gesù crebbe maggiormente, tanto da divenire l’unico interesse. Così annotava nel luglio 1975: “In perpetua adorazione: mio Gesù Sacramentato, mia eredità che mi è toccata in sorte; Tu mia ricchezza, mia vita, sì, mia vita, perché senza di Te io languisco, io muoio, tutto crolla attorno a me, perché tutto non ha più senso senza di Te. Mio unico Amore, perché solo in Te si è poggiato il mio cuore; mio unico Bene perché senza di Te non ho nulla e sono un povero infelice, un vero disgraziato, come l’ho già sperimentato mille e mille volte. Gesù, Gesù, assorbimi tutto, prendimi tutto, non permettere mai più che io mi separi da Te”.
Gli ultimi mesi della sua vita furono consumati da una dolorosa malattia che lo uniformò totalmente alla Vittima Divina, della quale si era fatto apostolo. Ricoverato in ospedale ad una sua figlia spirituale che andò a visitarlo, disse: “Ora devo compiere la mia parte. Come dice San Paolo: ‘Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa’”.
Chiuse gli occhi nella tarda serata del 15 giugno 1980, per aprirli per sempre nella contemplazione svelata di Dio. Don Ruggero Caputo, prima di morire, aveva espresso questa volontà: “Mi seppellirete sotto terra, tra la gente, perché anche dopo morto voglio restare sacerdote del popolo”. Il 21 settembre 1990 fu effettuata la prima esumazione e i suoi resti mortali furono collocati presso la Cappella del Capitolo Cattedrale, presso il Cimitero di Barletta.
Crescendo sempre più la stima e la “venerazione” verso di lui, per desiderio unanime del clero locale e dei fedeli che hanno usufruito dei frutti del suo diuturno lavoro e della sua testimonianza di fede, nel 1999 furono inoltrate le pratiche per la tumulazione privilegiata delle sue spoglie e il 17 marzo 2003 si procedette in forma privata alla riesumazione e traslazione, in vista della ricognizione che si è tenuta ultimamente presso il Monastero delle Benedettine di San Ruggero. Il 25 luglio dello stesso anno la cassa sepolcrale di don Caputo fu portata devotamente a spalle dai sacerdoti, verso la Prepositura Curata di San Giacomo Maggiore, percorrendo le strade principali della città gremite di fedeli e di molte figlie spirituali religiose, venute appositamente per rendere omaggio al loro “vecchio papà spirituale”. I suoi resti mortali riposano presso l’antica Cappella del Santissimo, testimone silenziosa delle lunghe ore di adorazione trascorse dal nostro santo sacerdote, il quale alcuni giorni prima di morire, consegnò su un semplice foglio di carta il suo testamento spirituale: “Il Santissimo Sacramento è la mia eredità, la mia sorte, la mia fortuna, la mia ricchezza, tutta la vita mia”.
Il 25 luglio 2007, nel settantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, si è chiusa l’Inchiesta Diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità del Servo di Dio, introdotta il 1° maggio 2006. Il 22 maggio 2009 la Congregazione delle Cause dei Santi ha emanato il Decreto di validità giuridica della suddetta Inchiesta.
Il 21 gennaio 2021, ricevendo in udienza il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco autorizzò la promulgazione del decreto con cui don Caputo veniva dichiarato Venerabile.


Autore:
Sac. Sabino Amedeo Lattanzio, Postulatore Diocesano

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Aggiunto/modificato il 2021-01-29

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