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Giovanni Botton Missionario saveriano

Testimoni

Carmignano, Vicenza, 9 maggio 1908 Hsuchang, Cina, 30 aprile 1944


E arrivata la posta
Era una mattina d'estate del 1934. Il postino busso' alla porta d'un casolare di campagna dicendo ad alta voce: "Posta!" Si affaccio' una donna anziana, saluto', ricevette la lettera e rientro'.
In casa c'era lei, settantenne, con il marito di poco piu' vecchio. Era la casa dei Botton. I figli avevano tutti sciamato, disperdendosi per varie parti d'Italia. La donna si chiamava Margherita e suo marito Pio.
"Pio, disse Margherita andando verso di lui, una lettera da Gino". Pio sedeva su una poltrona a braccioli, prese la lettera, inforco' gli occhiali e lesse a voce alta. Il figlio Gino era missionario a Parma, nell'Istituto fondato dal Beato Guido Conforti, ed era prete da qualche anno. La lettera cominciava con delle scuse, perche' i vecchi genitori avevano saputo da altri che lui, padre Gino, era in partenza per la Cina: "Che volete? - spiegava - L'ho saputo con certezza solo questa mattina e poi... non avevo proprio fretta di dirvelo. Non c'era nessun vantaggio a farvelo sapere presto. Vi dico soltanto che la partenza non sara' prima di settembre". La lettera era datata al 22 di giugno.
Proseguiva: "E' inutile che vi dica di essere contenti: siete stati voi che mi avete insegnato che non siamo nati per questa terra, ma per il paradiso; e per il paradiso merita bene che si faccia qualche sacrificio. E da voi ho anche imparato come ci si deve sacrificare: e qualche scena della vostra vita non potro' mai dimenticarla. Mi sarete un modello cosi' alto, che io, apostolo, non so se potro' raggiungerlo".
Possiamo pensare che, a questo punto, Margherita si sia asciugata una lagrima col grembiule: "Il nostro Gino... - commento' - Che sentimenti cristiani! Ma partira' davvero?". Pio continuo' a leggere: "Anche questa mia partenza sara' un nuovo sacrificio per voi; ma voi gia' mi avete dato tutto al Signore: non vi sara' strano e intollerabile che il Signore mi voglia ora portare lontano da voi...".
Anche Pio era commosso: "Si', ma cosi' lontano e tra tanti pericoli... E noi siamo vecchi...". Tacquero tutti e due per qualche istante e poi Pio continuo' la lettura: "Sappiamo del resto che i nostri cuori saranno sempre vicini, molto vicini". I due vecchi assentirono col capo e mandarono giu' la saliva. "Io non ho bisogno di niente - continuava Gino nella sua lettera - solo voglio che siate contenti". Essere contenti, proprio non era possibile. Rassegnati si', perche' questa era la volonta' di Dio. Pio e Margherita si erano incontrati molti anni prima in circostanze particolari. Margherita era figlia di un "Carbonaro" milanese dei tempi in cui i patrioti si univano in societa' segrete per l'indipendenza dell'Italia, allora sotto il dominio dell'Austria: appunto la Carboneria.
Si chiamava Mattia Gabardo ed era stato amico di Silvio Pellico. Ricercato dalla Polizia si era rifugiato nel Veneto, in un paese della Valsugana. Qui si era sposato ed era nata una bimba, Margherita. La famiglia versava in condizioni difficili e Margherita, ancora giovinetta, era stata costretta ad "andare a servizio". Fu cosi' che arrivo' a Carmignano, un grosso paese sul Brenta, a non molti chilometri da Vicenza. Serviva in un'osteria, l'osteria del Moretto, portando vino ai clienti e riscuotendo i conti. In quell'osteria si recava anche il giovane Pio Botton a bere un bicchiere con gli amici, alla domenica, e forse a giocare una partita a carte.
Fu cosi' che incontro' Margherita Gabardo e se ne innamoro'. Si sposarono ed ebbero dieci figli: l'ultimo fu il nostro Giovanni, che in casa chiamavano Gino. Nacque il 9 maggio 1908, quando mamma Margherita aveva gia' 44 anni.
Ora, in quello scorcio dell'anno 1934, la famiglia contava tre figli dati al Signore: Luigi, il fratello maggiore si era fatto religioso filippino, in tempi gia' lontani, e si trovava a Roma, dove San Filippo Neri, nel 1500, aveva fondato la Congregazione dell'Oratorio; la sorella Maria, quando Gino aveva circa dodici anni, era entrata dalle Suore Dorotee di Vicenza, e il nostro Gino era missionario a Parma. Gli altri fratelli e le sorelle Elisa e Gilda, si erano sposati. I vecchi genitori erano rimasti soli nella vecchia casa di campagna, divenuta troppo grande dopo tanti esodi.
Quando arrivo' il giorno segnato per la partenza, padre Gino era a casa da qualche settimana a salutare parenti e amici. La nave era il "Conte Verde" e sarebbe partita proprio da Venezia. Ma nessuno dei genitori pote' accompagnare Gino fino al porto: Pio era a letto con la febbre e mamma Margherita doveva attendere a lui o, forse, non si sentiva di veder partire il figlio.
Il mattino del 7 settembre, Gino saluto' i genitori, sforzandosi di mostrarsi allegro, e si avvio' al porto accompagnato da fratelli e sorelle. Margherita lo accompagno' fin sulla soglia, gli diede un bacio e scoppio' in singhiozzi. Quasi vergognosa del suo pianto chiuse l'uscio e si avvio' verso il vecchio Pio, febbricitante in poltrona. Pio commento' con un sospiro: "Mora mia, non lo vedremo piu'...".

La chiamata di Dio
"Gino era un ragazzo come gli altri" - dira' tanti anni dopo la sorella Suor Maria ripensando ai tempi in cui vivevano insieme, frequentando le scuole elementari. Come gli altri, ma era stato coccolato dalle sorelle quand'era piccino e poteva crescere capriccioso ed egoista; invece non fu cosi'. L'educazione materna e la vita in famiglia con tanti fratelli e sorelle con cui condividere tutto, lo aveva reso generoso e buono con tutti.
Una volta corse pericolo di morire, travolto dal carretto di suo padre: "Madonna, go copa' el pute'lo!" aveva esclamato con spavento il padre: Ho ucciso il piccolo! Invece, Gino era sgattaiolato fuori da sotto il carro senza nemmeno una graffiatura. Qualche Angelo l'aveva salvato.
Fece la prima comunione a sei anni. In quaresima gli piaceva appartarsi nei campi, sotto un grosso fico, a cantare i versi dello Stabat Mater che aveva udito alla Via Crucis. Sentiva nel cuore il desiderio di fare qualche cosa per il Signore: pensava di farsi prete, ma chi sa perche', non come il fratello filippino. Non gli piacevano neanche i frati francescani e nemmeno quelli di Monte Berico, i Serviti... Fu suo fratello a indirizzarlo all'Istituto dei Missionario saveriani di Vicenza, dopo di avere incontrato in treno - per caso - il padre Pietro Uccelli, Rettore di quella casa. Ma ci sara' veramente "il caso"?
Nell'autunno del 1920, condotto da suo padre con il biroccio, Gino entro' nell'Istituto di Vicenza. Pio torno' a casa entusiasta. Consolo' Margherita dicendo: "E' un bel collegio: Gino si trovera' bene". Si trovo' bene davvero. Studio, giochi e perfino passeggiate in barca, sul canale che passava davanti alla villa. Padre Uccelli parlava con entusiasmo delle missioni di Cina e i ragazzi non sognavano che di andare in quel misterioso paese, nel quale il loro Rettore aveva perfino sentito parlare il diavolo...
C'era poi la statuina di san Giuseppe davanti alla quale il Rettore poneva un pezzettino di pane o una minuscola bottiglietta d'olio per far sapere al suo celeste Patrono che in casa c'era bisogno di quelle cose... Ed era meraviglioso sentire che San Giuseppe aveva ascoltato la preghiera, che era arrivato un carro di legna, o un sacco di pane, o una damigiana d'olio. Erano 50 bocche da sfamare e la Provvidenza faceva pervenire ogni giorno quanto occorreva.
Una volta, il piccolo irrequieto Gino vide arrivare uno strano visitatore: era vestito da prete, ma non si capiva se fosse un prete o un seminarista; Gino cioe' non sapeva dire se era giovane o se era vecchio. Quello che gli era saltato agli occhi era la magrezza: una magrezza da far paura. Vide padre Uccelli accompagnarlo alla porta e salutarlo con un gran sorriso. Gino ebbe un sospetto: "Che quel brutto "coso" voglia entrare da noi?". Non pote' tenere in corpo la sua curiosita' e corse verso il Rettore e - sfacciato - gli chiese: "Padre, quel brutto uomo la', non vorra' mica venire da noi, noh? Ma anche se lo vuole, non lo accetti eh!". Padre Uccelli sorrise e non disse nulla. "E intanto Galvan, che non era ancora Padre - continua p. Botton da cui apprendiamo la storia - se ne tornava a casa felice perche' era stato accettato nell'Istituto e certo non pensava che una canaglia di un ragazzo gli aveva detto dietro quelle cose..." (Lett. 6.3.1936). Padre Andrea Galvan divenne poi quel santo missionario di cui tutti sanno.
Da Vicenza Gino passo' a Parma per il noviziato, ossia per il tempo di prova, nel settembre 1924. La grande casa di Parma era il "Quartiere generale" dell'Istituto di San Francesco Saverio per le Missioni Estere, fondato dal giovane Guido Maria Conforti nel 1895, quando era ancora un semplice prete. Poi il Fondatore divenne vescovo di Ravenna e, non molto dopo, di Parma, mentre il suo Istituto si sviluppava e i giovani aspiranti divenivano preti e partivano per la Cina.
Quando Gino arrivo' a Parma, il Beato Conforti era ancora vivo e, dall'episcopio, si recava all'Istituto almeno una volta alla settimana, per prendere contatto con i suoi figli prediletti, che aveva dovuto affidare alle mani premurose di qualche collaboratore. Gino lo incontro' piu' volte e fu spesso chiamato in camera per un colloquio.
Nel settembre del 1928, mentre Gino frequentava i corsi teologici, il Fondatore si reco' in visita in Cina e torno' entusiasta: "Ho visto proprio un campo fiorito! - disse ai suoi figli nel primo incontro. - Forse fra i popoli della terra quello cinese e' il piu' ben disposto... Oh, se vi fossero piu' missionari, piu' catechisti...". I voti del Padre si imprimevano profondamente nel cuore dei giovani aspiranti missionari che quasi mordevano il freno per non poter subito partire.
Nel settembre 1929 Gino dovette interrompere il corso di teologia per andare a Vicenza a fare da assistente ai piccoli ginnasiali. Cordiale, vivace, era l'anima delle ricreazioni; ma esigeva l'osservanza della disciplina e l'impegno nello studio: per divenire buoni missionari, oltre alla preghiera, bisognava essere allenati al sacrificio e preparati culturalmente.
Quando torno' a Parma, nel giugno dell'anno seguente, riprese gli studi interrotti e fu ordinato sacerdote dallo stesso Fondatore il 4 aprile 1931. Fu l'ultima ordinazione compiuta dal santo vescovo: nello stesso anno, il 5 di novembre, egli lasciava la terra per il Cielo. Padre Giovanni (egli si firmava con il nome di battesimo) partecipo' al dolore dell'intera famiglia saveriana e della diocesi, e fu testimone dell'omaggio che tutta Parma tributo' al suo vescovo, dicendo a voce sommessa o gridando forte: "E' morto un Santo!".
Il vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, richiesto del discorso funebre, comincio' dicendo stupito: "E' un funerale questo o e' un trionfo?". Dopo la sua ordinazione sacerdotale p. Giovanni fu mandato vice rettore nella casa di ginnasio superiore a Grumone, in provincia di Cremona, e dopo un anno ritorno' a Parma addetto all'animazione missionaria. Finalmente, dopo circa tre anni di attesa, gli fu data via libera per la Cina.

In Cina
Partirono in sette con la nave italiana "Conte Verde": sei Padri e un Fratello. A salutare i partenti c'era, tra gli altri, anche il p. Uccelli, rettore della casa di Vicenza da oltre trent'anni: colui che l'aveva accolto studente e l'aveva preparato alla vita missionaria raccomandandogli soprattutto l'amore di Dio e la preghiera. Forse, quando stava per salire in nave, gli avra' detto: "Salutami i cristiani di Xuchang..., quelli di Xiang-xian, di Zhengzhou e specialmente quelli di Pezhoan, la mia prima missione". Padre Uccelli era stato in Cina dal 1906 al 1919.
Arrivarono a Shanghai la sera del 3 dicembre, festa di San Francesco Saverio, apostolo dell'Oriente e patrono dell'Istituto. Non dovettero cambiare vestiti e mettersi alla cinese con una treccia di capelli posticcia, come avevano fatto ai tempi dell'impero i primi saveriani. Da Shanghai si recarono nel Henan, a Zhengzhou, dove c'era la Casa Religiosa saveriana. Qui si misero di buona lena a studiare la lingua sotto la guida di alcuni maestri cinesi. Dovevano imparare a leggere e scrivere i segni ideografici con cui fin dagli antichi tempi i cinesi trasmettevano il loro pensiero.
I caratteri erano moltissimi e avevano pronunce a volte simili, ma con significati diversi secondo la tonalita'; che se la pronuncia non era esatta, poteva succedere - come era realmente capitato - che si chiedesse da bere e gli venisse portata, ad esempio, una manciata di... fieno! A lui capitera' di raccomandare ai suoi cristiani di portarsi a casa il catino e leggerlo ogni giorno, mentre voleva dire di portarsi a casa il catechismo... Aveva usato siliempeul invece di tsienkimpeul. I cristiani ascoltavano con tutta serieta', domandandosi forse come si potesse leggere il catino (E. Zulian, Ho amato i Cinesi, p. 56). La missione affidata ai saveriani si trovava nella provincia del Henan e comprendeva la zona occidentale, in gran parte montuosa. Si estendeva per 32.000 chilometri quadrati e aveva una popolazione calcolata sui sette/otto milioni di abitanti. I primi missionari vi si erano recati nel 1904 e vi avevano trovato non piu' di 600 cristiani.
Dopo trent'anni i cristiani avevano superato i 20.000 e la missione era stata divisa in due Vicariati apostolici: Zhengzhou e Luoyang. Di Zhengzhou era vescovo mons. Luigi Calza, uno dei primi quattro arrivati in Cina, a Luoyang era vescovo mons. Assuero Bassi. P. Botton era stato destinato a Zhengzhou.
Il cristianesimo era entrato in Cina fin dal secolo VII per mezzo di un gruppo di monaci provenienti dalla Persia e appartenenti alla comunita' nestoriana. Com'e' noto, tale comunita' era sorta dopo il Concilio di Nicea (325) per diversa interpretazione sulla persona di Cristo. In Cina la comunita', dopo qualche secolo, si era estinta per mancanza di contatti con le cristianita' dell'Occidente e per avvenute persecuzioni. Nel secolo XIII era giunto in Cina il frate francescano Giovanni da Montecorvino, divenuto vescovo di Kambalik, la capitale del tempo, e seguito da alcuni altri frati; ma anche questa missione non ebbe effetti duraturi. Alla fine del 1500 entrarono in Cina alcuni gesuiti, guidati da p. Matteo Ricci, e fu iniziato uno scambio culturale tra Oriente e Occidente. Cambio di dinastie, guerre e persecuzioni resero difficile la permanenza dei missionari in Cina, finche' i governi europei, nella seconda meta' dell'800, non imposero alla Cina la cessione di alcuni porti al libero commercio e l'autorizzazione ai missionari di predicare il Vangelo in tutto l'impero. Da allora si ebbero molte conversioni tra il popolo della campagna, mentre il ceto colto era rimasto piuttosto ostile, anche per la commistione della politica con la religione.
Una reazione violenta contro la penetrazione europea in Cina, avvenne nel 1900 con l'insurrezione dei boxer, soffocata nel sangue dalle nazioni alleate, andate in soccorso agli europei assediati nelle Legazioni e minacciati di sterminio. Molti cristiani cinesi pagarono con la vita il fatto di aver abbracciato la fede degli stranieri e un certo numero di missionari cattolici e protestanti furono uccisi in odio alla fede o per semplice xenofobia. Dal 1900 molti missionari entrarono in Cina e le conversioni si moltiplicarono, tanto che negli anni '30 i cattolici cinesi erano circa tre milioni e i protestanti quasi un milione. Inoltre, il movimento di conversioni era in continua crescita, anche per le opere benefiche che avevano accompagnato l'evangelizzazione: scuole, ospedali, orfanotrofi, ricoveri per anziani ecc.
Anche la missione di Zhengzhou era organizzata in tale modo: i missionari italiani erano 23, i sacerdoti cinesi 11, le suore erano 93, di cui 18 straniere e 75 cinesi. Erano state costruite 14 chiese grandi e numerose cappelle, un ospedale, 2 orfanotrofi, 2 ricoveri per anziani e 3 scuole primarie. Dopo un anno di studio p. Giovanni Botton fu mandato a Juzhou, in aiuto al p. Giovanni Tonetto. Juzhou era il distretto piu' dislocato del Vicariato. Si trovava infatti verso i monti dell'ovest, distante da Xiang-xian, la piu' vicina cristianita', ben 90 chilometri. Ora ha cambiato nome: si chiama Linru; ha cambiato nome anche il fiume che le scorre accanto: Ju-ho, ora Beiru-he.
La citta' si trovava nel mezzo di una fertile campagna, mentre a pochi chilometri si elevavano i monti che la lasciavano come in una conca. Juzhou era capitale del distretto (prefettura di secondo grado) e aveva sotto di se' quattro sottoprefetture: Lushan, Xian, Paofong e Y-yang. Le cristianita' erano una ventina e si trovavano tutte in montagna. Si potevano raggiungere con gravi difficolta' per mancanza di strade; spesso sentieri da capre congiungevano le une con le altre: le lunghe distanze dovevano essere coperte camminando a piedi per strade o viottoli di montagna, o a dorso d'asino. Solo una parte poteva essere percorsa in bicicletta.
Tuttavia il distretto di Juzhou godeva buona fama tra i missionari. C'erano 1330 cristiani, montanari forti e decisi, e molti catecumeni. Ben 180 famiglie erano completamente cristiane e 232 lo erano in parte. La pratica della vita cristiana era generalmente buona, tanto che i missionari definivano quei fedeli "i cristianissimi". Cio' malgrado la zona fosse famosa per covi di briganti. La cristianita' fu fondata dal saveriano p. Antonio Sartori nel 1906, per interessamento del solo cristiano che vi si trovava per ragioni di commercio.
La presenza del missionario fu molto contrastata agli inizi, ma poi le ostilita' vennero meno e la Chiesa fu guardata con rispetto. Il direttore del distretto, p. Tonetto, era in Cina da nove anni e si poteva definire un veterano; il suo aiutante, p. Amadio Calligaro, per la sua malferma salute trovava difficolta' a visitare frequentemente cristianita' cosi' dislocate ed era stato trasferito. Al suo posto era stato nominato il nostro p. Giovanni che aveva una costituzione robusta e molto entusiasmo. Tre giorni dopo l'arrivo trovarono un bambino abbandonato nei pressi della residenza: era appena nato e stava per morire. Tocco' a p. Giovanni versare l'acqua del battesimo su quell'esserino morente e farne un angelo.
Di solito si abbandonavano le bambine, in tempo di carestia, e non i bambini: forse questo era stato abbandonato perche' giudicato troppo gracile per poter sopravvivere. Poi p. Tonetto condusse il suo aiutante a fare il primo giro di missione. Arrivarono a Zhetakie, sui monti, e si fermarono due giorni. Qualche settimana dopo p. Botton era gia' in giro da solo. Le cronache della missione segnalano ogni mese le puntate di p. Giovanni a quattro o cinque cristianita'. Si puo' dire che meta' mese o piu' lo passava fuori residenza, con quali disagi lo possiamo immaginare: anzi, no, non lo possiamo immaginare.
Ecco quanto scrive in una sua lettera (13. 9. 1935). E' indirizzata a un confratello che non siamo riusciti a identificare perche' comincia con un "Caro te": certo un confratello intimo di Botton. Gli scrive: "C'e' davvero da ridere. Voi in Italia potete pensare fin che volete, ma non arriverete a immaginare, nemmeno press'a poco, che cosa sia questa Cina. Il mio principale (titolo ufficiale: Rettore) mi dice che e' una grazia, una provvidenza, altrimenti ben pochi verrebbero. Quando non si e' qui, la si sospira la Cina, anche perche' ignota; quando si e' qui, ci si sta bene per l'abbondante grazia di stato, e poi ci si mette anche il cuore. Alla casa religiosa qualcuno mi ha detto: Ti verrei a trovare, ma... siete in capo al mondo! Ed e' vero".
Si sente umiliato perche', prima, trovava che tutti i cibi erano buoni, mentre ora non c'e' roba che riesca a mandar giu': "Tutto e' fatto con olio di sesamo che per i cinesi piu' e' puzzolente piu' e' shian, profumato, e quindi buono. Quando sono libero di farmi da mangiare, come in questi giorni, mi vendico col miglio cotto in acqua pura, senza nemmeno il sale; vi aggiungo un po' di farina di frumento mescolata e cotta nell'acqua: colla. Dirai che non e' un cibo squisito, ma... almeno passa! Oggi ho dato ordine al cuoco di comperarmi una o due pollastrelle (costano 30 o 40 centesimi di lira), ma e' un lusso e bisognera' che non ne abusi. C'e' da tribolare, sai! Che viaggi, che letti, che cibi, che sporcizia!... Pero' credi che il Signore ci da' anche tanta gioia. Non puoi immaginare, per esempio, quanto fossi contento giorni fa quando dormivo sopra la porta della mia camera (svelta dai cardini e collocata per terra), senza materasso s'intende, e bagnato perche' per respirare mi ero messo fuori casa e mi aveva sorpreso un acquazzone. Zanzare, pulci, ecc. facevano da contorno. Ma quanta gioia a pensare alle anime buone di quei miei poveri straccioni puzzolenti. Oh, le puzze della Cina! Ma in paradiso avremo i profumi...".
Il giorno di San Giovanni Battista (29 giugno) p. Giovanni battezzo' 12 adulti, bene preparati dai catechisti: ecco le consolazioni. Altrove lamenta la grande pazienza che gli fanno portare quei suoi cristiani che non hanno il senso del tempo: li attende per le confessioni ed essi se ne stanno beatamente a conversare sul sagrato. E lui ha fretta! Ma che cos'e' mai la fretta per un cinese? "Per noi, - scrive -questa lentezza e questa imperturbabilita' piu' o meno coscienti, sono terribilmente irritanti; per i cinesi, assolutamente naturali. Essi raramente perdono la calma... A me, per tenerla stretta la pazienza, ci vuole piu' fatica che non per tutti i miei viaggi e piu' sforzo che per adattarmi alle esigenze di questo bel mondo cinese. Pazienza!" (aprile 1937).

La fame
Ai familiari bisogna scrivere lettere rassicuranti: "La mia abitazione e' magnifica. Noi due preti abbiamo due stanze per ciascuno: lo studio e la camera da letto; senza contare le stanze di uso comune e per gli ospiti. I muri sono di fango, ma con l'intonaco di calce e ben imbiancati. Pavimento di mattoni e finestre con vetri e imposte: tutto bene. Abbiamo poi, dentro lo stesso recinto, stanze per uomini e per donne, quando vengono da lontano per le feste e devono fermarsi, o quando sono qui per un certo periodo a studiare il catechismo. Sono stanzoni per piu' di 400 persone. Ci sono poi cortili, cortiletti, "ortese'li", giardinetti, "vise'le" e alberi per far ombra. Due pozzi con acqua fresca e buona; una chiesa e una grotta per tener freschi i viveri. Che cosa volete di piu'? Questo in citta'. Sparse per le campagne abbiamo poi una decina di altre case piu' piccole. La citta' e' in pianura. A sette-otto chilometri ci sono i monti, non molto alti, e un fiume piu' grande del nostro Brenta. Non ci sono boschi: dove c'e' un po' di terra, e' tutta coperta di frumento o di miglio, e dove son tutti sassi, non ci crescono nemmeno le piante" (2.6.1936). Ma Juzhou e' anche il paese dei briganti. Padre Gino ne accenna quando venne a sapere che la sorella Suor Maria era stata mandata a Gerusalemme, "il paese di Gesu'", mentre lui - lo scavezzacollo - era in Cina "nel paese dei briganti". "Sui monti - scrive - quella brava gente e' gia' in movimento. Giorni fa un gruppo di 500 si sono fermati a passare la notte fuori di una porta della citta', tranquilli e indisturbati. In citta' non c'e' pericolo: siamo sicuri; e fuori, quando si esce, con un po' di attenzione si puo' essere tranquilli, perche' si sa dove sono se sono molti; e se sono pochi non hanno il coraggio di affrontare un europeo, per quanto grande possa essere la voglia"(18. 8. 1936). Ma il problema piu' grave e' la fame. Ha cominciato a farsi sentire negli ultimi mesi del 1936 e si e' poi aggravata tanto che il governo ha sentito il bisogno, nell'anno seguente, di inviare 40.000 dollari (cinesi) per soccorrere la popolazione. La gestione fu affidata a due uomini del governo e alla Chiesa cattolica, cioe' a p. Botton. Non era possibile fare tutto. Botton chiese al Vescovo di mandargli in aiuto un Padre cinese, che fu il p. Wang; ma p. Giovanni si logorava egualmente il cuore a veder soffrire tanta gente e a veder partire intere famiglie per mete lontane, in cerca di un tozzo di pane che forse non troveranno: "Molti, anche cristiani, partono con tutta la famiglia. Un po' di roba e i bambini su una carriola spinta dal babbo, mentre la mamma lo segue saltellando sui suoi piedini aiutati da un bastone. Vanno, non sanno dove; vanno lontano. Qui morirebbero di fame; altrove puo' darsi che trovino da vivere. Vanno lontano dalla loro casetta, misera e cadente, ma che pure amano. Lontano dal briciolo di terra , piccolo e ingeneroso, ma che e' cosa loro e nel quale stanno sepolti i loro cari; lontano dai loro parenti, ai quali, anche se non molto amati, potrebbero aspettarsi nella necessita' qualche piccolo aiuto". (novembre 1936, Missioni Illustrate, 3.3.1937).
"Dovranno fare centinaia di chilometri a piedi, domandare in carita' un po' di miglio o di pane, dormiranno all'aperto, soffriranno la fame... Mi pare di rivederli fra un mese: dimagriti, sparuti, laceri, affamati; le spose sfinite, i bimbi piangenti, e sento anche a me le lacrime che vogliono uscire, ma le trattengo e cerco di dire una parola di conforto e di speranza" (Almanacco 1938, p. 69).
Il suo timore e' che, costretto dalla fame, anche qualche suo cristiano si dia ai monti e si unisca alle bande dei briganti. Intanto attorno alla chiesa si raccoglievano bambine abbandonate... A settembre, sette; a ottobre altre sette. "In questo mese (novembre) altre 14 boccucce rosee son venute ad aprirsi alla nostra porta. Qualcuna ha fatto sentire un gemito, ma nessuna ha accampato diritti, nessuna ha cercato argomenti convincenti o espressioni toccanti per commuoverci; eppure tutte, raccolte nude e affamate, hanno trovato il vestitino imbottito e il latte caldo. Ieri mi vedo comparire in camera il cuoco che porta tra le mani, in alto, una nuova padroncina, trovata proprio allora. Non sembrava accorgersi del freddo quell'esserino nudo nudo, ne' sembrava aver aria di estranea nella casa del missionario. Guardava tutti e tutto come fosse roba sua, e protesto' quando il cuoco la poso' per terra: non voleva i mattoni freddi, ma qualche cosa di meno freddo e di meno duro... Se continuano ad arrivare - come e' inevitabile e a ritmo sempre crescente - non so dove andremo a finire". Non si creda che venissero abbandonate per crudelta': era solo la fame. Riportiamo una pagina del p. Mario Frassineti per far capire come a volte fosse straziante l'abbandono. "Sul mezzogiorno sono per caso in portineria. Vedo entrare una donna con in braccio una bambina di circa due anni. Mi guarda senza fiatare. Si stacca la piccola dal seno e l'adagia per terra, per benino, come se fosse per un momento, per abbottonarsi, penso, il giubbone sul petto. Si volta in fretta, senza riguardarmi e scompare radendo la porta. Aspetto un momento, mi affaccio sulla strada: non c'e' piu'. Sono rimasto solo con quella pupa che piange e sbatte le gambine per aria. E' finito tutto in un momento. Il trapasso di proprieta' e' avvenuto cosi', tacitamente: la mamma non la reclamera' piu'. Questa cosetta di carne e' nostra, e' della Chiesa. Penso a quella donna che l'ha lasciata qui. E' partita che gia' la piccola abbandonata piangeva e quel pianto le sara' rimasto nelle orecchie e nel cuore: ultimo ricordo della sua creatura. ... Mi ha fatto una grande pena quel suo sguardo vuoto, senza pianto. I grandi infelici non sanno piangere. La fame, la fame vera, abbrutisce. Il seno non da' piu' latte e il cuore non da' piu' lacrime" (Missioni Illustrate, marzo 1937, p. 98).

La guerraa
Ad aggravare la miseria si aggiunse la guerra. Una guerra illogica, disumana, cattiva. Un paese straniero voleva impossessarsi di un altro paese, senza alcun diritto, se non quello del piu' forte. Il Giappone gia' dal 1931 aveva dimostrato le sue mire imperialiste: aveva occupato la Manciuria, regione della Cina nord-orientale, e vi aveva posto un governo fantoccio per dare un'apparenza di legalita' a quello che legale non era. Dalla Manciuria attacchi sporadici si erano riversati su una o su un'altra zona della Cina del nord.
Le intenzioni aggressive del Giappone militarista si erano fatte piu' evidenti verso la fine del 1936. I prodromi di una guerra erano gia' stati notati a Juzhou da p. Botton: in previsione di una guerra, il governo cinese aveva cominciato a reclutare soldati: "Vogliono portarmi via anche il cuoco - scriveva p. Botton - . Prima andavano soldati i volontari: i delinquenti o gli affamati... Ora che vogliono far baruffa con i giapponesi, obbligano ogni paese a dare un certo numero di soldati..." (1.3.1936).
Di fatto, Chang Kaishek aveva dislocato 450.000 uomini nella zona di Pechino per resistere a un eventuale attacco. I Giapponesi avevano sul luogo circa 200.000 soldati bene armati e disponevano di molti carri armati e di aerei. Il 7 luglio 1937, in seguito a una sparatoria fra truppe di confine, i giapponesi presero pretesto per muovere i propri eserciti verso Pechino e l'intera Cina.
E' "l'incidente di Lukuchao" che segna l'inizio della terza Guerra mondiale. Noi occidentali segnamo l'inizio della guerra che travolse il mondo, nel settembre 1939, con l'invasione della Polonia da parte della Germania; ma in realta' l'apocalisse era gia' cominciata in Oriente con l'invasione della Cina, alla quale segui' la conquista dell'intero scacchiere del Pacifico. La guerra in Oriente si presento' con le medesime caratteristiche di quella che scoppiera' in occidente e cioe' una guerra nella quale le stragi non si fermeranno alle truppe combattenti, ma mireranno alle popolazioni civili, distruggendo citta' e villaggi con bombardamenti indiscriminati e con lo sterminio di innumerevoli persone inermi. Forse non si era piu' veduta una simile tattica di guerra dai tempi di Gengis Khan e di Tamerlano. Il Giappone, dunque, invase la piana di Pechino; l'8 agosto la citta' fu conquistata. Poi, con una tattica di guerra studiata nei minimi particolari e con strumenti bellici moderni di grande potenza, l'esercito giapponese avanzo' su tre colonne: una verso occidente fino a Datong nello Shanxi, una seconda diretta a sud verso Paoting e una terza, pure a sud verso Tsinan.
L'armata giapponese trovo' una accanita resistenza a Paoting e quando la citta' cadde fu abbandonata per sette giorni al saccheggio di 30.000 soldati esasperati e furibondi. Quello che accadde a Paoting si ripetera' in tutte le citta' conquistate: quando i giapponesi vi entravano, uccidevano, violentavano, incendiavano, distruggevano. Il terrore invase la Cina e getto' in fuga disperata le popolazioni delle citta'. Quasi contemporaneamente all'avanzata nel nord, il Giappone sbarco' 80.000 uomini sulle coste del Jianxu, col programma di conquistare Shanghai e di dirigersi su Nanchino. La battaglia per Shanghai duro' piu' di due mesi, poi la citta' fu abbandonata al saccheggio (13.10.1937).
Verso la fine dell'anno, i giapponesi da Datong erano scesi nello Shanxi fino a conquistare la capitale Taiyuan e raggiungere la riva sinistra del Fiume Giallo. Nel settore orientale il 10 dicembre era caduta Nanchino, dopo una difesa disperata delle armate cinesi. Il saccheggio di Nanchino si concluse con il massacro di 300.000 persone e con atti di crudelta' difficilmente immaginabili. Piu' a nord i giapponesi avevano iniziato l'invasione dello Shantung, ma gli eserciti cinesi, ritirandosi, fecero terra bruciata per togliere al nemico ogni mezzo di sussistenza.
Malgrado la resistenza eroica delle armate cinesi, ben addestrate da anni di guerra interna e disciplinate, il 1938 vide l'avanzata giapponese progredire verso il sud, da Tsinan a Xuzhou (Suchou). Qui si svolse la piu' grande battaglia di tutta la guerra per numero di combattenti: i cinesi, infatti, vi avevano fatto affluire 21 divisioni. Xuzhou cadde il 10 maggio 1938. Xuzhou apriva il passo verso il Henan, lungo la ferrovia Lunghai che congiunge Xuzhou con Zhengzhou, Luoyang nel Henan, e Sian nello Shaanxi.
Percio' dall'inizio dell'anno cominciarono i bombardamenti delle maggiori citta' che l'avanzata avrebbe incontrato sul suo cammino. Il 14 febbraio ci fu un primo bombardamento a Zhengzhou, portando sconvolgimento nella citta'; il 9 marzo un secondo bombardamento piu' massiccio. Una bomba cadde nel recinto della missione: si ebbero due bambini morti sotto le macerie e 11 adulti feriti.
Il 13 maggio, sul fare dell'alba, nuova incursione, nuovo stormo di aerei si avvicina alla citta' a scaricarvi il proprio carico di morte. Nella cattedrale il vescovo e i missionari avevano appena terminato di celebrare l'eucaristia che suonarono le sirene; in fretta corsero ai rifugi. Appena in tempo: sulla cattedrale caddero sei o sette bombe che fecero crollare i muri e il tetto della Chiesa. Quando il vescovo e i missionari uscirono dai rifugi, la cattedrale era un mucchio di rovine: il lavoro di trent'anni distrutto in pochi minuti. Grazie a Dio nessuna vittima tra i Padri e tra il personale della missione.
La caduta delle bombe era il segno che gli eserciti corazzati stavano per arrivare. Lo sgombero di Zhengzhou, gia' cominciato al principio dell'anno, continuo' a ritmo accelerato: gli uffici statali, l'ospedale cittadino e le altre opere pubbliche vennero traslocate in localita' sui monti. In citta', per i soccorsi urgenti, rimase solo l'ospedale della missione. Si attendevano gli eserciti nemici di giorno in giorno, con paura sempre crescente; invece, nel mese di giugno, giunse nella zona di Zhengzhou una processione interminabile di profughi: affamati, stanchi, con il terrore negli occhi. Un disastro di dimensioni apocalittiche si era abbattuto sulla popolazione che abitava la campagna al sud del Fume Giallo: per arrestare l'avanzata dei giapponesi, Chang Kaishek aveva fatto rompere gli argini del Fiume Giallo - largo cinque o sei chilometri a Huayuankou (24 km. a nord di Zhengzhou) ed esso si era riversato, con la potenza di milioni di tonnellate d'acqua, sulla pianura circostante, allagando per centinaia di chilometri quadrati e sommergendo 300.000 persone (27. 6. 1938). I senza tetto furono circa 11 milioni e formarono un'immensa folla di infelici che cercavano scampo su terreno non allagato.
Fu cosi' che la nostra missione si riempi' di profughi. Il nostro ospedale rigurgitava di malati e di feriti. I Padri e il personale lavoravano giorno e notte, fino all'inverosimile. Una suora canossiana italiana, per il superlavoro e l'orrore, diede evidenti segni di pazzia. Il vescovo fece appello al Generale che presidiava la zona per l'autorizzazione a trasportarla d'urgenza a Shanghai attraversando il Fiume Giallo. La risposta fu negativa e fu giocoforza condurla per vie lunghe e interminabili fino nella zona dei grandi ospedali, ormai in mano agli invasori.

Il campo di concentramento
Durante il primo anno di guerra p. Botton aveva scritto piu' volte ai parenti per rassicurarli che la guerra era lontana e che non sarebbe mai giunta lassu'; ma agli inizi del 1938, quando cominciarono i bombardamenti di Zhengzhou, le suore di Juzhou cucirono una grande bandiera tricolore da stendere sul tetto della chiesa; dopo l'inondazione del Fiume Giallo ci fu un periodo di quiete dalle parti del Henan; ma nell'anno seguente ricominciarono a farsi vedere gli aerei. Un primo bombardamento avvenne a Juzhou agli inizi del 1939: in chiesa, rottura di vetri e calcinacci. Padre Botton usci' fuori, tutto impolverato, e si precipito' subito verso il centro della citta' a soccorrere i feriti (Chiarelli in Le Missioni Illustrate, 1944, p. 121). La guerra dei giapponesi proseguiva sulle coste orientali della Cina che vennero sistematicamente occupate per impedire l'afflusso di armi ai cinesi, mentre altri eserciti occupavano la Tailandia e la Birmania, per impedire aiuti dal sud. Anche Hongkong, malgrado fosse zona di dominio inglese, fu occupata dai giapponesi. Poiche' l'opera di soccorso dei profughi continuava senza posa, il vescovo mons. Luigi Calza nel settembre del 1940 chiamo' p. Botton a Zhengzhou e gli diede il compito di Procuratore della Missione. Egli dovette percio' abbandonare la sua Juzhou con grande rincrescimento. Scrive: "Addio, Juzhou! Il mio primo amore... ". A Zhengzhou grandi preoccupazioni. Dopo lunghi, noiosi preparativi presso le autorita' (lettere, raccomandazioni ecc.), finalmente p. Mario Frassineti, direttore dell'ospedale, ottiene il permesso di potersi recare in un giro di qualche mese; partito anche p. Capra, direttore dei lavori, lasciando alle cure di p. Botton sei squadre di muratori; e cosi' via... Il solo ospedale, scrive, con tutte le sue complicazioni, sarebbe piu' che abbastanza per stancarmi. Nella parte opposta della citta' stanno mettendo su una filanda, con telai per tessere: pensa cosi' di poter dare lavoro a 400 profughi.
Questa apparente calma e' turbata da oscure nubi che preannunciano la tempesta. L'Italia e' entrata in guerra con la Germania: l'una e l'altra sono amiche del Giappone, quindi nemiche della Cina. Sospetti e accuse circolano tra le alte sfere. I Padri dell'ospedale di Zhengzhou vengono persino sospettati di essere in comunicazione radio con il nemico. Con fatica si riesce a far capire quanto infondato fosse tale sospetto. Ma il clima delle autorita' cinesi, specialmente quelle militari, non e' piu' di benevolenza verso la missione come era in passato. I missionari sono sotto accusa per la loro nazionalita' e si aspettano da un momento all'altro un qualche grave provvedimento.
La sentenza arriva il 6 maggio 1942: entro un mese gli italiani dovranno recarsi in concentramento a Neixiang, nei pressi della citta' di Nanyang, nel Henan meridionale. Il 2 giugno partirono su carrette trainate da uomini, perche' non c'erano piu' animali, e scortati dalla polizia. Percorsero 400 km, con 40 gradi all'ombra. Le strade erano coperte di uno strato di polvere che si levava smosso dalle ruote o sollevato dal vento; altre volte le ruote affondavano nel fango e si doveva procedere lentamente. Mangiavano nelle locande che incontravano lungo la strada i soliti cibi cinesi.
Giunsero a Neixiang dopo 15 giorni di viaggio e furono alloggiati in una vecchia pagoda mancante di tutto. Mancavano perfino le finestre e le porte e vi erano alcuni buchi sul tetto che avrebbero lasciato passare la pioggia. Erano sfiniti dal viaggio, ma chi mostrava le maggiori sofferenze era il vescovo che era malandato in salute e piu' di tutti amareggiato per le sorti della missione. Il mandarino locale fece sapere che non si trattava di concentramento, ma di semplice allontanamento dal fronte per ragioni di sicurezza; percio' le autorita' non erano tenute a mantenerli. Qui porto' il suo contributo p. Botton, come Procuratore, adoperandosi per provvedere il necessario ai confratelli. Per procurare il cibo misero in pratica le nozioni di medicina e specialmente offrirono medicine e cure per le malattie degli occhi. Cosi', in qualche maniera, provvedevano al magro sostentamento.
Di quel periodo c'e' solo una lettera a suo padre, su un foglio stampato delle Croce Rossa, nel quale appare che egli era il n. 35 di matricola e che il Campo di concentramento era il terzo. Poche righe scritte a macchina sul ristretto spazio destinato alle notizie: "Sto sempre benissimo, in buona numerosa compagnia. Penso, prego per voi tutti. Mandatemi notizie. Con grande affetto. Vostro Giovanni". La data e' del 6 agosto 1943.
Sappiamo da altre fonti che il vescovo si ammalo' piuttosto seriamente e che si fecero pratiche perche' potesse ritornare nel suo ospedale di Zhengzhou a curarsi. I primi di ottobre 1942 arrivo' a Xuchang con p. Giovanni Castelli. Fu ricoverato all'ospedale di quella citta' dove il p. Ermanno Zulian aveva ottenuto di rimanere per dirigere l'ospedale. Il vescovo si riprese alquanto e la polizia, nel gennaio del 1943, voleva farlo ritornare a Neixiang.
Parti' invece il p. Zulian con le suore canossiane, anch'esse condannate al concentramento. Il vescovo rimase solo. Nel novembre 1943 furono rilasciati dal concentramento i padri Zulian e Botton. Verso la meta' di aprile 1944 mons. Calza decise di allontanarsi dalla citta' perche' i giapponesi stavano per arrivare. Il vescovo si ritiro' sui monti conducendo con se' alcune suore cinesi della congregazione religiosa da lui fondata. I padri Botton e Zulian rimasero in citta' per attendere all'ospedale.

Per salvare gli altri
Il seguito del racconto e' tolto dal diario di padre Ermanno Zulian: 29 aprile 1944 - I giapponesi avanzano. P. Botton mi fa coraggio. In residenza, nel cortile delle suore, abbiamo un sacco di gente, specialmente donne. Botton gira a rincuorare tutti, particolarmente suor Hung che ha gli occhi fuori dalle orbite per lo spavento. Verso mezzogiorno entra nel cortile un sergente che punta la pistola sui Padri, gridando: "Voi siete spie!" In quel momento arriva il colonnello Ly con tutto il suo seguito. Vede il sergente con la pistola spianata e si mette di mezzo. Dice: "Questo e' il dottor Zulian e questo e' il direttore dell'ospedale Botton. Sono buoni amici e ti raccomando di dire a tutti i sodati di rispettarli".
30 aprile 1944 - All'alba torno dall'ospedale dopo di aver celebrato per i cristiani del quartiere. Chiamo subito p. Botton che e' in chiesa e ha appena finito la Messa: "Padre, sparano. Venga fuori."
Subito arrivano gli aerei: pochi ma a bassa quota in un cielo limpido. Dal cielo fuoco di mitraglia, da terra l'antiaerea. Scendiamo nella cantina rifugio sotto la mia cameretta. Tutti: suore, donne, maestri e cristiani.
Giornata di fuoco: il nostro orto e' bersaglio dell'artiglieria e degli aerei giapponesi. I soldati cinesi resistono accanitamente.
Noi, dentro il rifugio con la corona in mano, preghiamo. Una bomba cade poco lontano da noi: volano vetri, mattoni e tegole. Le mitraglie giapponesi cantano sempre piu' vicine.
Piu' tardi, - potevano esser le 17.00 - si sente nel nostro cortile uno scalpitio di scarponi che si avvicinano: arrivano i giapponesi!
Botton dice: "Vengono! Io esco, se no ci gettano qualche bomba e si muore tutti".
Sale svelto la scaletta di legno, con un fazzoletto bianco in mano. Sulla porta ci sono due giapponesi con la baionetta innestata. Botton grida: "Italia! Italia!", poi getta un grido e rotola per le scale. I soldati gli hanno piantato la baionetta in corpo. Uno dei soldati scende sparando. Io grido: "Italia! Chiesa cattolica! Non ci sono soldati!"
Il soldato grida arrabbiato e spara di nuovo, poi si ritira.
Padre Botton versa sangue in abbondanza. In cinese egli dice ai cristiani: "Non piangete. Sono contento cosi'".
Poi con un sospiro: "Signore, vieni a prendermi... Soffro tanto... Offro la mia vita per la Cina...".
Io gli dico: "Coraggio! Il Signore l'aiutera'".
Lui risponde: "Non c'e' nulla da fare con due coltellate nella pancia e quattro pallottole in petto... Non importa. Io muoio. Lei si faccia coraggio".
Dopo un po' scalpitio di cavalli e rumore di carretti in cortile. Una voce grida in cinese: "C'e' gente la' dentro?". "Si', gridiamo noi, Chiesa cattolica".
La voce traduce in giapponese e poi grida: "Fuori!"
Usciamo. C'e' un ufficiale giapponese e un giovane interprete cinese; dietro di loro soldati sporchi e pieni di polvere, armati fino ai denti.
Mi domandano la nazionalita'. Dico che un altro italiano, dentro, sta morendo. L'ufficiale e l'interprete scendono con noi. Botton sta veramente morendo. L'ufficiale si scusa dicendo: "Sono gli errori della guerra".
Di nuovo mi conducono fuori. Arriva un Comandante superiore, l'ufficiale di prima gli parla e quegli mi fa segno di scendere con lui. Botton spasima. Con un filo di voce prega: "Signore, vieni a prendermi. Soffro molto. Oh, mamma mia!"
Gli suggerisco una giaculatoria. Dice: "Offro la mia vita perche' il Signore salvi la Cina".
Esco col Comandante che mi fa chiudere in stanza e non mi lascia piu' uscire. Seppi poi che p. Botton aveva cessato di vivere verso mezzanotte. Dico ai cristiani: "Ha dato la vita per salvarvi!" Essi accennano di si' e qualcuno piange.
Cosi' e' morto il nostro caro padre Botton: come il buon Pastore che da' la vita per le sue pecore.
Fu sepolto nell'orto.
A Carmignano gli hanno messo una lapide nella cappella dei sacerdoti defunti, in cimitero:
P.GIOVANNI BOTTON Missionario Saveriano in Cina dal 1934 al 1944 morto per salvare la vita ai suoi cristiani Aveva scritto ai suoi: "Stiamo allegri che presto andremo a far sagra in Paradiso!".


Autore:
Augusto Luca


Fonte:
Santa Sede

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Aggiunto/modificato il 2007-08-10

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