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Servo di Dio Carlo Grisolia Giovane focolarino

.

Bologna, 29 dicembre 1960 Genova, 29 settembre 1980

Carlo Grisolia, di origini bolognesi, faceva parte di un gruppo di giovani del Movimento dei Focolari in Genova, grazie al quale aveva potuto coltivare la sua vita spirituale. Il 20 agosto 1980 il respnsabile del gruppo, suo caro amico, cadde durante una scalata in montagna e morì. Il giorno dopo la morte di Alberto Michelotti, venne diagnosticato a Carlo, che stava prestando il servizio militare, un tumore tra i più maligni: iniziò così una sua staffetta durata 40 giorni "per incontrare Gesù", in cui spesso Carlo affermò che Alberto era lì con lui a sostenerlo, come sempre. Entrambi veri campioni della spiritualità di comunione, ancora oggi continuano a toccare l'anima delle persone che li hanno conosciuti. Il loro desiderio era mettere Dio al centro della propria vita. L’intesa e l’amicizia loro aveva quindi radici profonde. Il poter affrontare insieme problemi e difficoltà di ogni giorno, li aiutava a vivere i momenti difficili e a superare la tentazione di fermarsi e lasciar perdere. La Chiesa ha introdotto la loro causa di beatificazione.



Un parroco ed il suo chierichetto, un vescovo ed il suo vicario, il fondatore di un istituto e i suoi figli spirituali, due fratelli o due sorelle, mamma e figlia, recentemente anche marito e moglie, ma due amici finora mai. Questo primato spetta alla Diocesi di Genova, che, per la prima volta nella storia bimillenaria della Chiesa, ha iniziato nel 2008 una causa congiunta per la beatificazione di due amici, morti 30 anni fa, a 40 giorni di distanza l’uno dell’altro. Si tratta di un avvenimento quantomai significativo, quasi una legittimazione dell’amicizia spirituale come via alla santità. L’adolescenza e i primi anni della giovinezza di Alberto Michelotti, nato a Genova il 14 agosto 1958, si srotolano tutti all’ombra del campanile: animatore ACR, catechista, impegnato in parrocchia in mille modi. La svolta significativa della sua vita arriva però grazie al nuovo parroco, in una sintonia spirituale e in uno stimolo reciproco che fa bene ad entrambi. È lui ad avvicinarlo ai Focolarini, soprattutto con la Mariapoli del 1977 durante la quale “Dio amore” entra nella vita di Alberto così prepotentemente da scolvolgerla. Questo e non altro deve amare, vivere e testimoniare nella normalità degli atti quotidiani di ragazzo entusiasta, innamorato della vita, brillante negli studi di ingegneria. Ha la stoffa del leader e la utilizza per tessere rapporti duraturi con gli amici, soprattutto i GEN, ma anche con i tanti diseredati che va a scovare nei carrugi della sua Genova. Vive d’Eucaristia e la comunione quotidiana diventa il suo irrinunciable appuntamento quotidiano, anche a costo di autentici equilibrismi tra lo studio, gli impegni di carità e le varie riunioni di cui è l’anima e il fulcro. Nel suo cammino di ricerca dell’amore autentico scopre la purezza come strumento per raggiungere la verà libertà e condivide questo ideale con gli amici, in particolare con Carlo Grisolia, fatto della sua stessa pasta, anche se da lui molto diverso, per interessi, potenzalità e carismi. Tanto ad Alberto piace la montagna, quanto a Carlo piace leggere, suonare e scrivere poesie; tanto il primo è razionale e “matematico”, quanto il secondo è poetico e sensibile. Ad unirli soltanto la passione per Dio-amore e il desiderio di vivere con intensità e portare agli altri l’ideale evangelico del mondo unito. Carlo, nato a Bologna nel 1960, è praticamente cresciuto tra i Focolarini. Da loro, soprattutto da Chiara Lubich che gli ha dato il nuovo nome di “Vir”, cioè “uomo forte”, ha imparato la strategia del “farsi santi insieme” che diventa un obiettivo concreto quando incontra  Alberto nel gruppo GEN della Val Bisagno. Tra i due si stabilisce un invidiabile sodalizio spirituale, nel comune sforzo di “tenere Gesù in mezzo”, al punto che ciascuno conosce dell’altro difficoltà, lotte, fallimenti, conquiste, diventando reciproco sostegno nel comune cammino verso la santità.  In mancanza degli attuali sms, bigliettini vergati di corsa, magari su carta di fortuna,  lasciati in buca o sotto il tergicristallo dell’automobile, se non vere e proprie lettere quando Carlo va a fare il servizio militare nella Marina: “Carlo, aiutami sempre a vivere la mia libertà”, “Tieniti attaccato alla Madonna, pensa a lei”, oppure “Se ce la facciamo, possiamo darci appuntamento tutti i giorni nell’Eucarista”. La vita di Alberto si chiude sulle nostre montagne, il 18 agosto 1980, durante la traversata del massiccio dell'Argentera, in una rovinosa caduta sul canalone ghiacciato della Lourousa. Carlo non partecipa ai suoi funerali e non solo perché sta facendo il militare: proprio il 19 agosto una visita medica gli ha diagnosticato un cancro, dei più maligni e galoppanti. Inizia per lui, da un ospedale all’altro, una staffetta di 40 giorni per arrivare all’incontro finale con Gesù. ”Offro la mia vita per tutti voi, ma soprattutto per l’umanità che soffre, per i ragazzi del mio quartiere, della mia parrocchia, per il mondo unito”, confida agli amici, raccomandando loro “di essere pronti a dare la vita l’uno per l’altro”. Alle infermiere, sbalordite dalla forza d’animo di quel ventenne che ha piena coscienza di spegnersi, spiega: “So dove vado, sono pronto al tuffo in Dio”, e in Lui si immerge il 29 settembre, dove Alberto da 40 giorni lo sta attendendo. “E' sempre un bel gioco quello di vivere l'Attimo Presente”, aveva scritto un giorno: a giudicare da come speditamente sta procedendo la loro causa di beatificazione sembra proprio che sia lui che Alberto l’abbiano vissuto pienamente. Per davvero.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Terzo di cinque figli, Carlo ha conosciuto il Movimento GEN dai suoi inizi (1968 - '69), e, quando era un Gen 3 nella stessa unità con Mario Pardi, ha ricevuto da Chiara Lubich il "nome nuovo" che è un vero programma di vita:

VIR (uomo forte)

…e a 18 anni la Parola di Vita: “Carità senza ipocrisia: odiate il male, aderite al bene”.
Ora, a vent'anni, diplomato in agraria, stava svolgendo il servizio militare in Marina.
Non si può parlare di lui senza ricordare le sue poesie, le sue canzoni. La sua creatività espressiva esprime la conoscenza della precarietà della vita e la certezza che il punto di arrivo è un altro: il Paradiso. Ecco una sua canzone:

E luce sia

Seguendo con lo sguardo la luce
che si diffonde intorno a me,
in questo giorno che nasce e che vive
di verità e che mai morirà
e che senti crescere dentro di te.

Rit. E respira nell'aria l'amore che ti dona
questo nuovo sole che nasce su di te.

E ancora mille fiamme
risplendono in questo specchio di azzurro
che staglia in un dolce infinito sopra di te
e che si riflette
espandendosi in questo immenso amore.

Rit. E respira nell'aria l'amore che ti dona
questo nuovo sole che nasce su di te.

Ma che ti succede...cosa pensi...
Il ricordo della notte con le luci artificiali
che facevano spazio a guerre, sangue, odio, violenza...
senza fine...
e ancora la paura, il terrore, le angosce, gli incubi.
Via! Corri nel buio... cadere nel vuoto...nulla...

Svegliati, tutto è finito.
E il sole, il sole lo senti, è già alto su di te.
Ed il suo calore ti infonde gioia e felicità,
perché mai t'abbandonerà.
Questo sole vivo sarà sempre con te!

Rit. E respira nell'aria l'amore che ti dona
questo nuovo sole che nasce su di te.


I suoi quaranta giorni


Il giorno dei funerali di Alberto, Carlo non è presente: è appena stato ricoverato in ospedale. Dalle analisi emerge subito la gravità della situazione: è un tumore... e dei più maligni.

Con i GEN stiamo trascorrendo un breve periodo di riposo in un paesino sui monti dell'entroterra ligure. Il telefono pubblico del paese è sempre piantonato da qualcuno di noi: vogliamo essere al corrente di tutto, cerchiamo di essere vicini a Carlo con ogni mezzo. Gesù Eucarestia, in quei giorni, diventa per noi la calamita che ci attira: a Gesù Eucarestia doniamo il dolore grandissimo che sentiamo per la partenza di Alberto; in Lui lo sentiamo accanto a noi più vivo che mai. A Gesù Eucarestia affidiamo Carlo, chiedendo di essere per lui tutto l'amore possibile, abbandonandoci anche per il nostro programma di quei giorni al Suo piano d'amore.
In risposta al nostro messaggio scritto da lì, ci arriva il giorno dopo un biglietto di Carlo:

"Carissimi GEN,
di colpo Gesù mi da la possibilità di unirmi a voi in modo più stretto. E' sempre un bel gioco quello di vivere l'Attimo Presente, perché mi accorgo sempre di più che è l'unica realtà che si può vivere in un ospedale, come dovunque, al di là della bella esperienza di ieri in cui mi crogiuolerei, del vuoto di questa mattina in cui mi perderei, e la paura di domani in cui mi lascerei andare.

Vi saluto .... Teniamo Gesù in mezzo!


Intanto si sviluppa la divina avventura di questi quaranta giorni di malattia di Carlo: mercoledì 3 settembre un improvviso aggravamento per una gravissima emorragia. Viene trasportato al reparto Rianimazione di un altro ospedale, ma già durante il viaggio si intuisce che "Qualcuno" sta portando velocemente avanti il Suo piano.

Carlo, pur stremato e senza forze, accoglie con un grandissimo sorriso chi sale accanto a lui sull'autoambulanza. Durante il viaggio non ce la fa a parlare, ma strizza l'occhio per dire: "Ci sono! Teniamo Gesù in mezzo!". Così, entrando nella sala operatoria, ancora un grande sorriso e guardando uno dei presenti, ancora una strizzata d'occhio per ridire: "Ci sto!".

Tutti abbiamo l'impressione che Gesù ha preso in mano il piano di questi giorni: ogni mattino può essere l'ultimo, ma ogni giorno è pieno di momenti significativi e sempre nuovi.

Le porte della sala di rianimazione sono invalicabili, ma arrivano a Carlo tanti messaggi, scritti su cartelli grandi e piccoli per facilitargli la lettura; in essi i saluti, e l'esplicita intesa per l'incontro con Gesù.
Carlo li fa appendere sui muri della sua stanza. Nei giardini sottostanti siamo sempre di più. Ci sentiamo sempre più coinvolti in questa divina esperienza con Carlo, sempre più fusi con lui.

I messaggi che arrivano, a volte, sconcertano il personale: "Non si può parlare di queste cose ad un giovane di vent'anni!", dice un medico. Ma Carlo, pur in imminente pericolo di vita, non sta fermo: un infermiere, uscendo, ci chiama. Temiamo un ulteriore aggravamento, ma l'infermiere: "Carlo mi ha parlato di un complesso che vuole che vada a sentire. Che cos'è?". Comprendiamo e gli spieghiamo che si tratta del complesso GENROSSO, in questi giorni arrivato a Genova. Un'ora dopo, un'infermiera esce incuriosita: "Mi ha detto: "So dove vado.Vado a raggiungere un mio amico che è partito pochi giorni fa in un incidente di montagna". L'infermiera non capisce. Allora le parliamo di Alberto.

Verso sera può entrare Clara, la mamma. Carlo la accoglie: "Mamma, è il momento del salto in Dio". Un grande sorriso di Carlo, un grande sorriso della mamma; due infermiere escono dalla sala piangendo. Più tardi una di loro ritorna: "Sento che anche quando non sono in servizio qualcosa mi attira qui", e poi, sconcertata, domanda alla mamma: "Ma come fate a credere in queste circostanze?". Una sola è la risposta: "Crediamo all'Amore, all'amore di Dio per noi... per Carlo".
Nei giorni successivi, un sensibile miglioramento consente il trasferimento nel reparto Chirurgia. Trasportiamo nella piccola stanzetta tutti i messaggi arrivati ed un grande cartello con le parole rivolte a Gesù in una meditazione di Chiara:

"Ti voglio bene perché sei entrato nella mia vita.(...)
Ogni giorno Ti ho parlato, ogni ora Ti ho guardato, e nel Tuo volto ho letto la risposta, nelle Tue parole la spiegazione, nel Tuo amore la soluzione".


Lo sguardo di Carlo è continuamente puntato lì. Ci alterniamo accanto a lui notte e giorno. Tante volte, nel silenzio della stanza, spalanca i suoi occhi grandi alzando il pollice per dire: "Siamo uno!". E' difficile esprimere la realtà che si vive in quella stanza. Un GEN, Carlo Montaguti, scrive:


"Sto facendo la notte a Carlo, e più i minuti passano, più si fa forte dentro un'idea: abbiamo, ho una vita sola, sento dentro una voglia pazza di lasciar cadere l'ultimo diaframma fra me e Dio, e lasciarmi rapire da Lui. Sì, ho una vita sola, ed in questa vita voglio amare Dio. In questa stanzetta è come essere in cima ad una montagna, l'aria è tersa. Mi sembra di scoprire solo ora il significato della vita e delle cose, quello che davvero vale. Voglio amare Dio, non in un modo normale, ma in un modo pazzo, dando fondo a tutte le riserve di energia, a tutto l'affetto, la poesia, la volontà, il coraggio, la forza, la fantasia, l'amore del mio cuore, perché in Paradiso, dove non potrò fare a meno di amarLo, il mio amore non sappia di costrizione".

La presenza di Gesù in mezzo a noi illumina ogni passo, anche quando sopraggiunge improvvisamente un'altra emorragia ed insorgono dolori nuovi. La profonda gioia che ha accompagnato Carlo nella sala di Rianimazione sembra lontana. Guardando negli occhi chi gli sta accanto dice: "Ho paura di morire". E' spontaneo parlargli della divina avventura vissuta attimo per attimo; ci crede e questa certezza gli dà pace.


E proprio in quelle ore vuole ascoltare la sua canzone preferita, 'Ma toute belle', (Mia tutta bella ), tratta dal 'Cantico dei cantici' che descrive il rapporto d'amore tra l'anima che ama e il suo Dio:

"Vieni mia tutta bella, vieni nel mio giardino.
L'inverno se n'è andato e le viti fiorite esalano il loro profumo.
Vieni nel mio giardino".

Al termine della canzone dice al fratello Giuseppe che gli è accanto: "Il giardino, il giardino del Signore" con fermezza e solennità, come per dire: "Ti aspetto assolutamente lì".


Accoglie i genitori di Alberto Michelotti con il volto radioso: "Alberto l'ho sempre sentito e lo sento accanto a me, è sempre qui con me". E si sente che è così!

"Una sera - ci racconta un GEN - sono solo con lui; ad un certo punto mi dice: “Sono alla fine! Volevo dirti di essere pronti a dare la vita l'uno per l'altro in questo momento...Offro la mia vita per tutti voi, ma soprattutto per l'umanità che soffre...per i ragazzi del mio quartiere...per tutti quelli che ho conosciuto". In quel momento ho sentito una pace che non avevo mai provato prima: mi sembrava il frutto evidente di quella avventura con Dio che Carlo stava vivendo giorno dopo giorno".

Intanto, verso le 3 di notte, arriva il sacerdote che lui aveva fatto chiamare per la confessione e la comunione. Siamo intorno al suo letto mentre riceve Gesù Eucarestia. Ci dice: "Dite a tutti che sono contento di andare incontro a Gesù".

Domenica 28 settembre, è sera. I GEN sono nel giardino, sotto la finestra della sua stanza, che è al primo piano dell'ospedale.
Al di là di ogni regola, gli cantano alcune canzoni...Carlo ne è felice e fa lanciare dalla sua finestra delle caramelle e poi un iris, il suo fiore preferito...Ma vogliamo cantargli ancora una canzone: gli mandano a chiedere quale preferisce, e Carlo risponde: "Il raggio della tua avventura".



Il rapporto di Carlo con Chiara

Carlo è riuscito a fatica a scrivere con un pennarello un messaggio per Chiara:

"Ciao Chiara!, grazie! Anch'io, insieme a te, "vivo per incontrare Gesù'".

E il telegramma di risposta arriva poche ore prima della morte:

"Carissimo Carlo, quando Lo incontrerai, portagli come dono l'amore di tutti i GEN, di tutti i membri dell'Opera di Maria e digli che mi faccia venire là dove sei tu. Salutami anche la Sua e nostra Madre, Maria. Io sono sempre con te a tenerti Gesù in mezzo.
Tua Chiara

Verso mezzanotte inizia per Carlo un periodo di incoscienza.
Sono le dieci del mattino di lunedì 29 settembre quando Carlo spira. Sono con lui, fra gli altri, Giancarlo Faletti e Paola Squillante del focolare.

Ecco alcuni stralci del diario di Chiara di quei giorni che sintetizzano la divina e splendida avventura di Carlo:

"Carlo, il GEN di Genova prossimo alla morte per cancro, raccogliendo tutte le forze, mi manda questo biglietto. (...) Chi è andato a trovarlo, ed è il latore di questo messaggio, dice che quando Carlo è entrato in ospedale era semplicemente un ragazzo di vent'anni; ora parla ed agisce con la forza di un Patriarca. Tanto fa il dolore e la prossimità della morte."

E ancora:
"Ho saputo che stamani Carlo è andato in Paradiso. Prima di morire ha potuto leggere il mio telegramma che poi si è messo sul cuore, e raccogliendo tutte le forze, ha detto di ringraziare. Dunque tutto il nostro amore, l'amore di tutti i cuori dell'Opera, è stato portato in dono a Gesù. Carlo ne è stato l'ambasciatore Dobbiamo pregare per lui, ma anche pregare per noi"..

Carlo custodiva una sua poesia scritta due anni prima:
è la sua storia... con la sua conclusione.


the end


Dalla finestra aperta ho visto la gente uscire.
Le voci si allontanano
e la notte ricuce il silenzio interrotto.
Sui gradini sono rimaste,
come foglie cadute nell'autunno, le cartacce.


Nella sala i posti
sono tutti occupati dallo stesso volto: il nulla.
L'aria è densa di fumo uniforme.
Anche il mio animo è uniforme,
in una pace radicata.


Il teatro è tutto illuminato,
come se attendesse l'arrivo di nuova gente.
Mi sembra di sentire ancora gli applausi di coloro
che, come me, hanno il sole nel cuore.


Ho ripreso in mano la chitarra.
Le luci della ribalta illuminano il mio volto...
canto... canto... , canto un lamento di chitarra:
la fine.


Poi il sipario si chiude,
si spengono le luci.
Il tempo è finito,
la musica è cessata:


odo solo il suono del mio passo
che se ne va verso il domani.....


Fonte:
www.albertoecarlo.it


Note:
Per maggiori informazioni: Comitato Alberto e Carlo, Via Palestro 3/3, 16122 Genova

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Aggiunto il 2011-02-22

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