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Servo di Dio Aldo Marchiol Sacerdote saveriano, martire

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Udine, 12 marzo 1930 Buyengero, Burundi, 30 settembre 1995

Aldo Marchiol nasce a Udine il 19 marzo 1930. A diciassette anni, grazie a suo fratello Bramante, poi sacerdote dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, si appassiona all’ideale missionario. Viene quindi accolto tra i Missionari Saveriani il 15 ottobre 1947. L’11 ottobre 1950 entra in noviziato: emette la prima professione il 12 ottobre 1951. Il 9 novembre 1958 viene ordinato sacerdote. Per ragioni di salute, viene impiegato in varie case saveriane in Italia, per la formazione dei giovani allievi missionari, ma aspira a partire per la missione lui stesso. Il 15 aprile 1978 viene infine inviato in Burundi, nell’Africa centrale. Nel 1987 viene espulso perché non ottiene il permesso di soggiorno, come molti altri missionari. Dopo due anni trascorsi a Roma riesce a tornare, con un diploma da infermiere. Intanto, in Burundi ricominciano gli scontri tra hutu e tutsi, accompagnati dalla persecuzione contro la Chiesa. A metà gennaio del 1995, tornato da un breve congedo, si stabilisce a Buyengero, dove trova padre Ottorino Maule e la volontaria laica Catina Gubert, ma anche in quella zona apparentemente tranquilla cominciano gli attacchi ai missionari. Mite, sereno, laborioso, annuncia di voler restare accanto al popolo burundese, nell’assemblea generale dei Saveriani del 21 agosto 1995. La sera del 30 settembre 1995, tre soldati arrivano alla casa dei missionari e, dopo averli fatti inginocchiare nella stanza più grande, uccidono i padri e Catina con colpi di arma da fuoco. Il nulla osta per l’avvio della causa di padre Aldo, di padre Ottorino e di Catina, ai quali sono stati uniti l’abbé Michel Kayoya e quaranta allievi del Seminario Minore di Buta, è stato emesso il 28 marzo 2019. L’inchiesta diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione, per l’accertamento del loro martirio in odio alla fede, è stata aperta il 21 giugno 2019. Le tombe dei due missionari saveriani e della volontaria loro compagna si trovano davanti alla chiesa di Buyengero.



Voci d’oltre mare
È morto in ginocchio, padre Aldo Marchiol, missionario saveriano in Burundi. Insieme al confratello Ottorino Maule e alla volontaria laica Catina Gubert. I soldati li hanno messi così, prima di ucciderli. Forse per disprezzo. Non sanno quello che hanno fatto. Padre Marchiol è vissuto in ginocchio davanti a Dio e ai fratelli. Non poteva desiderare altro che morirvi. Friulano, nato ad Udine il 12 marzo 1930, sacerdote saveriano dal 1958, ha atteso vent’anni prima di partire per la missione. Nel ‘78 è andato in Burundi, nel cuore dell’Africa, e lì vi è morto e sepolto, dopo diciassette anni di servizio.
Ecco come lui stesso racconta la sua vocazione: “Da piccolo, non so neanch’io perchè, avevo il pensiero di diventare uno di quei frati che vanno alla cerca col carretto e col cavallo. Col passar degli anni quel pensiero mi scomparve, ma a diciassette anni, quando pensavo di diventare perito industriale, fui colpito dalla lettura di alcuni libri ascetici di mio fratello Bramante, allora seminarista. Li leggevo per mio conto e mi piacevano. Mi venne il pensiero che, oltre ad amare davvero Dio, avrei fatto bene ad entrare in seminario per farmi sacerdote, ma poi allontanai anche quel pensiero, tuttavia rimasi inquieto e incerto sul mio avvenire. Nelle vacanze del 1947 mio fratello portò a casa i giornalini VOM (Voci d’Oltremare) ed il libro Operarii autem pauci del padre Manna. Fu allora che pensai di farmi missionario, ma non sapevo decidermi e questa indecisione mi era penosissima. Per rispetto umano e anche per timore del gran passo, non volevo abbandonare la mia scuola, ma continuavo a desiderare la vita missionaria. Finalmente, una sera di settembre, lo dissi a mia madre. Oramai ero deciso. Ne parlai col parroco e con il padre Ulisse Benetti, superiore dell’Istituto saveriano di Udine. Questi mi incoraggiò e mi indirizzò alla Casa di Poggio S. Marcello, dove allora c’era il seminario saveriano per i giovani di vocazione adulta”.
Un mancato perito industriale entra, dunque, dai Saveriani, figli spirituali di Guido Maria Conforti, il 15 ottobre 1947. Guido Maria Conforti, giovane prete di Parma, aveva dato inizio nel 1895 ad una congregazione con lo scopo, “unico ed esclusivo”, della evangelizzazione dei non cristiani. Divenuto vescovo, prima a Ravenna e poi a Parma, aveva diffuso la sua opera dal nord al sud dell’Italia. I suoi missionari - chiamati saveriani perché li aveva messi sotto la protezione di S. Francesco Saverio - erano andati in Cina fino agli anni cinquanta, poi si erano diffusi in altre nazioni: Giappone, Bangladesh, Indonesia, Sierra Leone, Burundi, ... In questa famiglia di consacrati a Dio per la missione entra a far parte il nostro Aldo. Da due anni appena è finita la seconda guerra mondiale, il Paese muove i primi faticosissimi passi della sua ricostruzione morale e materiale dopo la dittatura fascista, sotto la guida del trentino Alcide De Gasperi, mentre dal 2 giugno del ‘46 l’Italia è una repubblica.

La profezia del parroco
Aldo Marchiol segue le orme del fratello Bramante, che sarà missionario anch’egli tra gli Oblati di Maria Immacolata, nel Laos per sedici anni e in America Latina per diciotto. Pochi giorni dopo l’ingresso nella casa apostolica saveriana, Aldo riceve una lettera dal papà: “Noi, tutta la famiglia, parenti e conoscenti, siamo entusiasti della tua scelta”. Ai Saveriani scrive anche il parroco per dire che “in Aldo, oltre la scorza, c’è un animo rettissimo. Egli è cresciuto in un ambiente sano, semplice, ma profondamente cristiano. Questi sono i giovani che domani sapranno sopportare nel campo missionario i maggiori sacrifici per la dilatazione del Regno di Cristo”. Il buon sacerdote non sa quanto sia vera questa previsione: Aldo Marchiol darà la sua stessa vita per il Regno di Cristo.
In un’intervista di molti anni dopo padre Marchiol sintetizzerà così le ragioni della sua scelta. “Qual è l’origine della tua vocazione missionaria? Una buona educazione cristiana in famiglia e in parrocchia e l’esempio di mio fratello Bramante, che era in seminario, e mi ha attirato sulla via del sacerdozio. La conoscenza poi delle missioni e dei Saveriani mi ha invogliato a scegliere il sacerdozio missionario”. “Cosa ricordi della tua formazione? Il mio curriculum formativo: tempi belli, sereni, impegnati nello studio e nella conoscenza della vita missionaria, in un clima di famiglia molto sentito”.
Un anno a Poggio S. Marcello a studiare il latino, materia assente nei programmi dell’istituto tecnico. Nel 1948 va a Piacenza per la quarta ginnasio. La quinta la frequenta a Zelarino, presso Venezia, nel ‘49. L’11 ottobre 1950 entra in noviziato, la prima professione è del 12 ottobre ‘51. Il liceo lo va a fare a Desio, fino al 1954. Un anno a Udine assistente dei ragazzi, ritorno a Piacenza per la teologia. 1957: Aldo Marchiol chiede di essere ammesso agli ordini maggiori.
Il rettore della teologia, padre Giacomo Spagnolo, scrive ai superiori: “Dal tempo della preparazione agli esami di maturità soffre di continui esaurimenti, Quest’anno, grazie al periodo di montagna passato a Bezzecca, è riuscito a compiere regolarmente l’anno scolastico, però è sempre sofferente. Penso che la vita di movimento lo rimetterà completamente a posto. è buono, serio, prende le cose sul serio e le svolge con impegno. è consigliabile mandarlo presto in missione per dedicarlo ad una attività di movimento”. Dovrà attendere a lungo, invece, Aldo Marchiol, prima di andare in missione. E dovrà combattere tutta la vita conto terribili emicranie che lo costringono spesso a forzato riposo.

Sorriso e simpatia
Arrivano il diaconato, e, infine, l’ordinazione sacerdotale il 9 novembre 1958. Questo è, dunque, il suo curriculum studentesco. Niente di eccezionale. Ma è bravissimo nel farsi voler bene. Dice il confratello padre Marcelli: “Fu sempre di una bontà e di una gentilezza umile e schiva. Il sorriso affiorava spesso sulle sue labbra e qualche volta poteva arrivare anche alla risata accompagnata da un disarmonico gesticolare che ce lo rendeva ancora più simpatico. L’ho ammirato sempre per la sua bontà, la sua saggezza e il suo impegno in tutto ciò che intraprendeva”. In morte, qualcuno lo chiamerà “un uomo dal dolce sorriso”. è stato sempre così, mite, umile, schivo, lo sguardo buono.
Appena ordinato, nel ‘59, lo mandano, insieme a due confratelli, a Massa Lucana, in provincia di Salerno, come direttore spirituale di quella Casa saveriana. Ricorda padre Regazzoli: “Noi tre padri novelli dovevamo continuare il lavoro del reclutamento, della scuola e della propaganda missionaria. Per tanti motivi abbiamo passato momenti non facili e proprio in questo ho avuto modo di valutarlo: silenzioso, ma non taciturno; prudente e saggio; calmo e modesto. Sembrava perfino freddo ed era invece di una profondità e di una sensibilità non comuni”. Ancora padre Marcelli: “Nel 1959 andò al mio paese a predicare il ritiro in preparazione alla mia prima messa. Il suo successo come predicatore fu scarso, ma la gente apprezzò la sua bontà e la sua umiltà”. Marchiol dal dolce sorriso.
Dei quattro anni passati a Massa Lucana ricorda ancora padre Enrico Di Nicolò: “Lo rivedo anzitutto nel suo incedere calmo, con un volto che denotava un insistente malessere fisico. Era stato mandato a Massa proprio perché si pensava che quel clima favorisse la sua salute. La sua presenza in mezzo a noi (io ero assistente) e ai ragazzi non era frequente perché la vivacità di questi ultimi acutizzava il suo malessere. Quando tuttavia era presente ed era evidente il suo stato fisico, si mostrava sempre allegro, sereno e cordiale. Era buono, molto buono. Ispirava serenità in chi lo avvicinava proprio (soprattutto, vorrei dire) attraverso la serena sopportazione del suo stato fisico. Data la nostra differenza di età e la sua accentuata riservatezza, non mi era facile afferrare fino in fondo il suo comportamento, lo spessore della sua vita interiore, la sua forza d’animo. Era comunque evidente la sua intensa vita di preghiera e di raccoglimento. Nel suo frequente passeggiare in un atteggiamento raccolto aveva sempre in mano la corona e il breviario. Così lo incontrai non poche volte recandomi a fargli visita nella sua stanza. Per noi, presi dall’attività richiesta dall’assistenza ai ragazzi, il suo era un esempio efficace e continuo. Massa Lucana era un po’ fuori dal mondo e non era facile avere contatti, esempi, richiami, testimonianze. Padre Aldo per noi era un po’ tutto questo. Il suo modo di fare, la sua pacatezza lo mostravano più anziano di quello che era ed anche questo era per noi un fattore non insignificante della sua personalità. Incontrarsi con lui voleva dire incontrarsi con un volto sorridente e sereno, mai preoccupato o eccessivamente serio. Era silenzioso, sovente appartato, sofferente ma non triste. Dalla sua sofferenza fisica traspariva soprattutto la chiara bellezza del suo animo e la sua sentita fraternità. Con un atteggiamento quasi monacale suscitava rispetto e tanta ammirazione. Ricordo anche la sua sobrietà nell’uso delle cose (direi la sua povertà: la sua stanza era veramente disadorna) e quella nel suo parlare (preferiva ascoltare più che parlare, era schivo nel dare giudizi, preferiva non darne e, quando ne dava, era sempre prudentissimo preferendo capire, comprendere e scusare). Anche i suoi rapporti con l’esterno erano improntati ad uno stile sobrio. A volte mi sembrava che soffrisse di non poter fare di più, di non poter essere più utile alla comunità, dalla quale lo vedevo compreso, stimato ed amato. Dati i suoi malanni fisici, padre Aldo era un fratello particolare ed anche in questa sua particolarità e per mezzo di essa egli svolgeva un servizio e dava una testimonianza preziosissima che ricordo ancora con simpatia, ammirazione ed edificazione. è ovvio che oggi questo ricordo è più stimolato perché è avvolto da un’atmosfera particolare, ma è anche vero che questa è come il coronamento che illumina e dà ragione di tutta la vita di questo confratello”.

Una Via Crucis, tante stazioni
Marchiol dal dolce sorriso e dall’infinita pazienza. Lui che vorrebbe portare le croci dei poveri del cosiddetto terzo mondo deve invece caricarsi e trascinare la sua qui, in una lunga via crucis tra le varie case saveriane d’Italia. Ancora una testimonianza, quella del confratello padre Clementini, per comprendere il suo stile sacerdotale: “Oltre la sua ben nota semplicità, bontà, laboriosità, amicizia fedele e sincera, fedeltà ai suoi impegni di religioso (il suo breviario sempre a portata di mano), ricordo il silenzio sereno sul male che lo faceva soffrire e che egli mi confidò con tanta semplicità. Mi confidò un’altra cosa: il continuo freddo che sentiva ai piedi. Ed ebbe per me sempre tanta riconoscenza perché gli avevo dato una stufetta elettrica tascabile (bastava inserirla per alcuni minuti nella corrente e dava calore per alcune ore). Non voleva accettarla, poi mi ringraziò e mi disse: Ora confesso meglio quando d’inverno vado nelle parrocchie. Padre Marchiol non sarebbe arrivato a concludere così la sua vita se non vi ci fosse preparato”.
Una lunga preparazione, con tante tappe. Lasciata Massa Lucana nel 1963, per sei anni si sposta in varie case: Salerno, Parma, Udine, Cagliari, di nuovo la sua Udine. I superiori cercano il posto giusto per la sua salute, ma non serve granché. Nonostante i cambiamenti di clima e le cure, la salute non migliora. Ma lui non perde il sorriso. Torna a Salerno nel 1969 e lì rimarrà per nove anni, fino al 1978, quando, finalmente, andrà in missione. Gli danno alcuni incarichi: confessore, responsabile dei rapporti con i benefattori e di una pagina del periodico Missionari Saveriani, insegnante di matematica. Non chiede nemmeno di partire, teme che in missione la sua salute sarebbe d’inciampo a sé e agli altri. Solo nel ‘75 scrive in una lettera: “Vogliano il Signore e i Superiori che io possa andare in missione”.

Idee chiare
Marchiol dal dolce sorriso intanto fa il suo dovere qui, nella missione che Dio ha preparato per lui in Italia. Scrive tuttavia al Superiore generale il 4 aprile 1974, ormai quarantaquattrenne: “Certo non mi sento del tutto soddisfatto; mi sento piuttosto messo da parte, un po’ inutile. So bene che non devo tenere conto delle soddisfazioni umane, ma piuttosto di quello che posso fare per compiere la volontà di Dio come essa mi si presenta. E in questo mi sento abbastanza soddisfatto. Quello che mi turba o scandalizza piuttosto sono le idee di alcuni confratelli che non sono conformi a quelle della Chiesa, e un certo rispetto umano da parte di alcuni superiori che non intervengono per esortare ad obbedire, rispettare, venerare il Papa e i vescovi e prestare ascolto al loro insegnamento”.
Buono, mite e umile sì, ma con le idee chiare, la schiettezza friulana, la fede cristallina. Sono anni di grandi fermenti: c’è stato il Concilio Vaticano secondo e adesso il papa Paolo VI Montini è preso in mezzo tra rinnovatori e tradizionalisti, i primi vorrebbero già un Vaticano terzo, i secondi sognano il ritorno al primo. I fumi della contestazione sono entrati anche nella Chiesa e la barca di Pietro è nella tempesta. Il Papa bresciano terrà saldo il timone, non senza grandi fatiche, prove, sofferenze. La primavera del ‘74, poi, è segnata dalle lacerazioni del referendum sul divorzio. Laici contro cattolici e cattolici stessi divisi al loro interno, con qualche vescovo e diversi preti schierati con i divorzisti. E il Papa in mezzo, criticato dagli uni e dagli altri.
Paolo VI non scende in campo, non può farlo. Ma dopo la vittoria del divorzio parlerà chiaro: “Sappiamo come una larga maggioranza dell’amatissimo popolo italiano si sia pronunciata in favore di una legge che ammette una certa facile possibilità di divorzio. Purtroppo. Ciò è per noi motivo di stupore e di dolore, anche perché a sostegno della tesi, giusta e buona, dell’indissolubilità del matrimonio, è mancata la doverosa solidarietà di non pochi membri della comunità ecclesiale. Vogliamo supporre che essi abbiano agito senza rendersi pienamente conto delle gravi incidenze del loro comportamento, anche se l’autorevole e pubblico richiamo fatto alle esigenze della legge di Dio e della Chiesa non avrebbe dovuto lasciare alcun dubbio”.

Un prete che prega
Forse c’è l’eco di questa dolorosa vicenda nelle parole accorate di padre Aldo Marchiol al suo superiore. Lui sta sulla barca di Pietro, senza incertezze né timidezze. Pronto a gridare la verità dai tetti, “a tempo e fuor di tempo”, secondo l’esortazione di san Paolo. “Era una persona molto mite - ricorda un confratello - ma al di là di questo traspariva in lui anche una grande forza. Ciò sembra contraddittorio, ma alla sua fragilità fisica si sovrapponeva una forza interiore che, secondo me, veniva dalla sua profonda vita di preghiera”. Sì, padre Marchiol è un prete che prega, che passa molto tempo in ginocchio, fisicamente e moralmente. Dice un altro confratello: “Scherzando, gli chiedevamo di pregare anche per noi, che pregavamo poco”.
Non gli piace troppo quella vita: vuol fare il missionario. Ma non si scoraggia, non perde l’allegria, non cessa di pregare e di fare il suo dovere. Ancora un confratello: “Era entusiasta della sua vocazione missionaria e soffriva molto per non poter partire a causa della sua salute. Ho un altro bellissimo ricordo: la sua fedeltà alla vita comunitaria. Era sereno, contento, capace di sdrammatizzare le tensioni e di cogliere il bello e il buono in ogni confratello”.
Così si prepara alla missione Marchiol dal dolce sorriso. Senza tensioni, rivendicazioni, proteste. Prega e lavora, fa comunità con gli altri Saveriani. Finché viene il momento. È il 15 aprile 1978. Lo mandano in Burundi, Africa centrale. Ha quarantott’anni, venti di sacerdozio e finalmente parte. Se ne va mentre l’Italia è sotto choc: il 16 marzo i terroristi delle Brigate rosse hanno rapito Aldo Moro, il politico più importante del momento, e massacrato la sua scorta. Lo ritroveranno morto, dopo che anche il Papa avrà inutilmente domandato la sua liberazione, il 9 maggio. Ma quel ‘78 passerà anche alla storia come “l’anno dei tre Papi”: il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore, muore Paolo VI. Venti giorni dopo diventa Papa il patriarca di Venezia Albino Luciani, che prende il nome di Giovanni Paolo I. Un brevissimo pontificato di trentatrè giorni: il 28 settembre è già morto. E il 16 ottobre ecco l’elezione più inattesa: si affaccia dal balcone di San Pietro un Papa polacco, il cardinale arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, che prende il nome di Giovanni Paolo II e invita tutti gli uomini ad aprire, a spalancare le porte a Cristo. Inizia un lungo papato che porterà la Chiesa in un altro secolo, in un altro millennio.
Burundi: 28.000 chilometri quadrati tra Tanzania, Ruanda, Zaire e Lago Tanganika, 6 milioni di abitanti divisi in due etnie principali, gli hutu (oltre l’80%) e i tutsi (circa il 15%). Ma è la minoranza tutsi a comandare. Così spesso scorre il sangue. E il Burundi è uno dei trenta Paesi più poveri del mondo. Indipendente dal 1962, colpo di stato e caduta della monarchia nel 1965, altro golpe nel ‘66, potere al colonnello Micombero, massacro di hutu nel ‘72-’73, nuovo colpo di stato e presa del potere da parte del colonnello Bagaza nel 1976, persecuzione contro la Chiesa. Questa è la situazione che padre Aldo Marchiol trova al suo arrivo in Burundi, nella capitale Bujumbura. Si tuffa nello studio della lingua kirundi. Per impararla meglio va a Muyange, nella missione dei Padri Bianchi. Da lì, nel marzo del 1979, manda le prime informazioni al Superiore generale: “Lei mi domanda notizie sulle mie fatiche e conquiste.
Niente di tutto questo finora. Un po’ di fatica invece c’è adesso che sto studiando il kirundi, ma essa deriva anche dal tipo di alimentazione che è in uso qui. Comunque qualcosa riesco ad imparare di questa lingua, tanto che non credevo a me stesso. Non ho avuto finora disturbi particolari per la mia salute, oltre naturalmente a quelli della mia artrosi cervicale che sono però minori che in Italia. Mi trovo a 2.000 metri di altitudine e vi resterò fino alla fine di giugno. Sono contento. Certo, non sono più giovane e non posso fare granché. Mi accontento”.

Volto di pietra
È contento, padre Marchiol, anche se si avvicina ai cinquant’anni e deve fare i conti con la salute. Ma è in missione, finalmente, e farà tutto quel che potrà per annunciare il Vangelo in parole e opere in quel Paese insanguinato. Lo richiamano a Bujumbura e gli danno un incarico direttivo nella Casa saveriana. Ma lui chiede di andare in trincea. Lo accontentano. Va a Butara, dove trova il confratello padre Ernesto Tomè. Che lo ricorda così: “Parlava con quella sua voce tipica e infiorava il suo dire con una mimica simpatica che è rimasta nel ricordo di tutti, assieme alla sua faccia caratteristica da volto di pietra, come lo chiamavano i suoi compagni di scuola. Abbiamo fatto assieme tanti viaggi”.
Nel 1983 a Butara arriva anche un altro saveriano, fratel Mariano Masolo. Ma dopo un po’ se ne deve andare. Padre Marchiol prende carta e penna e scrive al Superiore generale “soprattutto per chiedere una grazia: che fratel Mariano resti qui per qualche anno a Butara. è preziosissimo per metterla un po’ a posto. So che le mie parole sono povere, ma ho sentito il dovere di scriverle per il bene di questa missione e per Mariano che si trova a suo agio qui”.
Nell’ottobre del 1983, è lui stesso a lasciare Butara, dopo quattro anni. Va a Gasorgwe, con padre Fiore D’Alessandri: prende il posto di padre Marchetto rientrato in Italia per motivi di salute. Scrive padre Amedeo Pelizzo nel suo profilo biografico di padre Marchiol: “Ripensando oggi a quella coppia, si deve dire che era veramente singolare. Padre D’Alessandri era dinamico, pieno di progetti, di salute, di zelo, incurante della fatica, degli strapazzi, del cibo, del riposo. Padre Aldo, al contrario, era altrettanto zelante, ma metodico, obbligato com’era a fare i conti con una salute che gli impediva di seguire i ritmi del suo confratello. Aveva inoltre bisogno di momenti di riposo e di nutrimento sano e sufficiente”.

Monumento alla bontà ordinaria
Chissà che fatica, per padre Marchiol, non poter correre anche lui dove la missione chiama. Ma quella è la sua croce e la porta con la pazienza di sempre. Il Signore, evidentemente, vuole così, è contento così. Padre Tavera, che arriva a Gasorgwe nel 1986, descrive l’attività del confratello in questo modo: “Ho vissuto quasi un anno con padre Aldo a Gasorgwe. Se mai venisse eretto un monumento alla bontà ordinaria, ne sarebbe un candidato meritevole. Quando giunse alla missione seppe accettare il ritmo dell’attività pastorale con serenità e spirito di adattamento. Ricordo come si adoperasse a svolgere il ministero della predicazione, preparando con cura le omelie e le istruzioni che scriveva su un quaderno. Andava nelle succursali per tenere i ritiri e amministrare i sacramenti. Al ritorno gli piaceva segnalare bontà e difetti notati in quelle comunità. Curava ancora lo studio della lingua e ne arricchiva la conoscenza con la lettura fedele del settimanale cattolico Ndongozi e l’ascolto del notiziario locale in kirundi. La sera lo si vedeva intento a preparare e scrivere le sue omelie. Si teneva informato su quanto si faceva e si diceva nella Chiesa del Burundi. Non mancava di commentare fatti e detti con sorridente arguzia. Dedicava i pomeriggi liberi al giardinaggio o al lavoro manuale. Era di una metodicità che definirei rituale. Aveva un contatto molto umano con la gente che accoglieva con rispetto, fosse gente comune o distinta. Quando gli operai commettevano qualche furto, o altra trasgressione, sapeva nello stesso tempo mugugnare e scusarli, sdrammatizzando tutto. Ricordo la sua omelia nel giorno in cui dovette lasciare il Burundi (31 marzo 1987). Niente di sublime, ma un’accorata esortazione ai cristiani perché non si lasciassero intimidire dalle misure persecutorie in atto e si ricordassero che il Signore è il nostro Re, capace di vincere tutte le mene umane. I fedeli presenti l’ascoltavano in un silenzio commosso, ma a me pareva di sentire la voce di un profeta in quelle parole scarne”.

Tempo di persecuzione
Sì, anche padre Marchiol dal dolce sorriso deve lasciare il Burundi. Il dittatore Bagaza vuol far fuori la Chiesa dal Paese, imprigiona ed espelle i missionari, ne limita l’attività. A p. Aldo toccherà partire il 3 aprile 1987. Lo sapeva, lo temeva. Così, il 18 marzo, informa il Superiore generale: “È meglio andare altrove e cominciare da capo, se è possibile. Non ho niente da fare tutta la settimana, eccetto il sabato pomeriggio e la domenica mattina. Qui il ministero è ridotto ai minimi termini. Il prossimo 25 marzo scade il mio permesso di residenza. Se non mi viene rinnovato, io parto subito e non chiedo prolungamenti”.
Due giorni dopo, in un’altra lettera al Superiore generale lamenta anche il silenzio e la paura della Chiesa burundese: “Forse sono pessimista, ma, per esempio, negli incontri presbiterali non si ha neanche il coraggio di ricordare con una preghiera i preti che sono in prigione. è vero paganesimo. è vero che dovremmo essere noi missionari a ispirare i veri sentimenti cristiani a vescovi, sacerdoti e cristiani indigeni, ma siamo quattro gatti e per di più non calcolati. Quello che a me dispiace non è tanto la persecuzione contro la Chiesa, quanto l’accettazione di questa persecuzione, di questo suicidio, da parte della Chiesa. In Burundi tiriamo avanti, ma non so fino a quando. D’altra parte è anche un bene che questa Chiesa sia un po’ provata, perché sia i pastori che i fedeli si sveglino un po’ e piglino più coscienza del loro cristianesimo. Siamo arrivati a un punto tale che - secondo me - bisogna decidersi o a dare una testimonianza alla Chiesa di Cristo o a venire via. Frasi come queste: basta essere cristiani, e non occorre far parte della Chiesa gerarchica, basta far del bene alla gente, frasi come queste pronunciate da sacerdoti fanno stare male. Qui in questa Chiesa comandano tutti, eccetto i vescovi. Alla fine di gennaio negli inama del partito, in tutto il Burundi, è stato letto un librettino verde contro i vescovi e la Chiesa. L’hanno letto vari catechisti senza commento e qualche sindaco in chiesa durante la messa. Che poto-poto! (confusione). E noi preti siamo invitati dai vescovi a tacere. Come si difende il gregge di Cristo? E diversi missionari si barcamenano e fanno di tutto per restare ad ogni costo. Sono tutte cose che non vanno!”.

Servi inutili
Il permesso di restare nel Burundi non gli viene rinnovato. E padre Aldo Marchiol, dopo nove anni, è espulso da quel povero Paese dove ha fatto soltanto del bene, e torna in Italia. Ma il ricordo del Burundi lo insegue, lo amareggia, lo rattrista. Il Superiore generale gli scrive il suo incoraggiamento affettuoso: “Solo poche righe per dirti la mia partecipazione alla tua sofferenza per l’espulsione dal Burundi e per assicurarti la mia preghiera in quest’ora di dolore e di perplessità. Quello che tu nella tua lettera del 18 scorso prevedevi si è verificato puntualmente. Sia come Dio vuole. Noi siamo servitori della Chiesa e del Regno di Dio: quando ci dichiarano inutili, ce ne andiamo, anche se ci piange il cuore nel lasciare un lavoro promettente e delle comunità che resteranno senza pastore. Ma Dio è grande e provvederà. Ti spero bene e ti raccomando di riposare in questi primi tempi. Cerca di fare qualche ministero che ti venga richiesto, ma non stancarti troppo. Devi incassare un colpo che non è facile incassare. Sta’ attento alla tua salute e fatti visitare da qualche medico. Vedremo quello che possiamo prevedere per il futuro. Non ci mancano le proposte di lavoro missionario, ma ne parleremo assieme”. Farà così, padre Marchiol: riposo, cure, un anno di aggiornamento a Roma.
Intanto in Burundi c’è un nuovo golpe, Bagaza è deposto dal maggiore Buyoya. Nell’88 scorre altro sangue tra hutu e tutsi, decine di migliaia di morti e profughi. Il mondo non può più stare a guardare: pressioni internazionali costringono il governo a fare qualche passo sulla strada della democrazia. Tra i primi segnali, il rientro dei missionari espulsi. I Saveriani decidono di rimandare lì padre Marchiol. Ma poiché le cose vanno per le lunghe lui chiede al Superiore generale di andare ad attendere nel vicino Zaire: “Vengo con questa mia a chiederle il permesso di andare a lavorare nelle missioni dello Zaire, in attesa di entrare in Burundi. I fatti avvenuti in questi ultimi giorni in quel Paese avranno aumentato senz’altro un clima di tensione nella gente e nei governanti e questi ultimi avranno maggiori difficoltà a far entrare i missionari espulsi. Io preferirei proprio andare nel vicino Zaire piuttosto che stare sempre nell’aspettativa di un probabile rientro, cosa che stanca non poco. Qualora poi venga il permesso di entrare, sono sempre disposto a farlo”.

In età di pensione
Proposta accettata, ma intanto arriva anche l’autorizzazione al rientro in Burundi. Così padre Marchiol torna a Bujumbura il 21 ottobre 1988. A 58 anni ricomincia daccapo. Lo mandano a Gisanze, con i padri Luigino Vitella e Fiore D’Alessandri. Ci resterà fino al 1991. Con una sola testimonianza, una sua lettera del 18 marzo 1989: “Tante grazie degli auguri per il mio compleanno: 59 anni! Non avrei mai pensato di passare diversi anni in terra africana dove resistono gli uomini forti e con una costituzione fisica robusta. Abbiamo fatto i ritiri di Pasqua ma con grande amarezza, per la poca corrispondenza dei cristiani. Non ne sappiamo i motivi: cerchiamo di conoscerli”. La verità è che sono ancora in vigore le leggi anti-religiose della dittatura Bagaza.
Padre Marchiol dal dolce sorriso, comunque, è di nuovo in prima linea. Ad un’età che consiglierebbe la pensione, con una salute compromessa, riprende a fare il missionario con la stessa generosità, la stessa disponibilità, la stessa bontà, la stessa umiltà di sempre. Dopo Gisanze va a Ruzo, nel febbraio del ‘91. Ad aprile 1992 viene spostato a Bujumbura, a fare il responsabile della Casa saveriana. Centro di ritrovo per i saveriani, casa di accoglienza per tutti. E tutti andavano volentieri in quella casa, sempre accolti, sempre ascoltati, sempre rifocillati. Altri due anni, ad accogliere e aiutare i confratelli, missionari e suore di altre congregazioni, volontari, giornalisti che vengono a seguire le vicende drammatiche che in quel tempo accadono nel vicino Ruanda: ancora sangue, fame, profughi.
Anche di questo periodo ci sono testimonianze di confratelli di padre Marchiol. Eccone alcune. Padre Todeschi: “I due anni di questo servizio sono stati, secondo me, quelli che lo hanno fatto apprezzare dai tanti che vi sono passati. Lo distinguevano e lo facevano amare soprattutto la sua pazienza e bontà. Arrivava con calma a tutto, senza mostrare mai, o quasi mai, segni di nervosismo o di stanchezza. Aveva una disponibilità rara in un compito così esigente e pesante”. Padre Tomè: “Era sornione a sufficienza per il gusto di pizzicare, ma non di più. Era pacifico e pacificante, anche se non disarmava dal criticare i soprusi ovunque li vedeva, come faceva contro le ingiustizie che stigmatizzava con parole forti”.

Fedeltà di chi conosce il Signore
Padre Tavera: “Uomo di poche parole, era attento osservatore di persone e di fatti e capace di analisi chiare e di sdegno genuino per le mega ingiustizie che costellano l’universo del Burundi. Nelle discussioni su punti scottanti sapeva riscaldarsi, esporre proposte e critiche, ma senza cadere in disfattismi. Si vedeva che era saggio. Per me resta l’emblema del sacerdote che prega. Forse non è riuscito a incantare nessuno con prediche sulla preghiera, ma ha edificato, se non altro, il sottoscritto con il suo fulgido esempio. Pregava con la fedeltà di chi conosce il Signore”. Padre Zordanello: “Due cose ricordo in modo particolare: la sua bontà d’animo e la sua preghiera. Era buono, con noi confratelli e con i cristiani. Ma soprattutto era un uomo di preghiera. Non parlava molto bene il kirundi, ma parlavano la sua bontà e il suo modo di pregare. Non è mai stato un costruttore di cappelle o di case, ma sono convinto che con il suo esempio ha scavato e costruito in profondità nel cuore dei cristiani. Per me era un santo”.

“Questi diavoli di giornalisti!”
Un’altra testimonianza sul lavoro di padre Marchiol a Bujumbura è quella di un giornalista del Giornale del 3 ottobre 1995, dopo la sua tragica morte: “Padre Aldo sosteneva di temere i giornalisti quanto il diavolo. Eppure nel caldo afoso del Burundi, piccolo, misero e violento Paese dell’Africa equatoriale, era ben presto divenuto un punto di riferimento per i cronisti italiani.
Gli inviati che lo scorso anno sono stati paracadutati a raccontare il genocidio nel vicino Ruanda non possono aver dimenticato padre Aldo Marchiol, 64 anni, missionario saveriano, veterano del continente nero, che ha amato fino all’estremo sacrificio della vita. Quando arrivavamo sperduti a Bujumbura, la capitale del Burundi, padre Aldo ci accoglieva nel quartiere generale dei Saveriani con una smorfia dettata dal suo carattere burbero e scontroso. Tutta apparenza: le semplici stanze che ci avrebbero ospitati avevano il letto pronto, il bagno pulito e per noi c’era già un posto a tavola dove si mangiava in compagnia di missionari e suore di passaggio. Padre Aldo ci guardava come se fossimo dei marziani venuti in cerca di guai nell’inospitale pianeta africano, ma, fin dai primi giorni di convivenza, pur con qualche segno di protesta, cominciava spontaneamente a ricoprire il ruolo di perfetto segretario di redazione. Raccoglieva le telefonate per tutti i giornalisti, che erano in continuo aumento; ci faceva spedire gli articoli via fax a qualsiasi ora e si prodigava per trovarci la carta dove scrivere i nostri pezzi, per cambiarci i soldi a un prezzo di favore oltre a fornirci mappe, contatti e indicazioni di ogni genere sul suo piccolo mondo africano. Come dimenticare questo anziano missionario che, brontolando, ci cercava dappertutto con il telefono portatile in mano, perché dall’altro capo del filo c’era la redazione? Oppure, geloso del suo ufficio che chiudeva sempre a doppia mandata, lo metteva a nostra completa disposizione guardando la scena con orrore. Padre Aldo, maniaco dell’ordine e della tranquillità, sembrava essere stato travolto dall’ondata di giornalisti, ma quando mandavamo i servizi in Italia, lanciava una sbirciatina e, in fondo, era compiaciuto che qualcuno denunciasse gioie e miserie della sua terra d’Africa. Non pretendeva nulla in cambio e ci intimava di non fare il suo nome, perché aveva già abbastanza guai. Da friulano tutto d’un pezzo, era introverso e riservato, ma con il passare dei giorni si capiva che questi giornalisti, intrusi e sempre fra i piedi, cominciavano a diventargli simpatici. Mise addirittura a nostra disposizione un’efficiente jeep giapponese, abbandonata da alcune suore in fuga di fronte ai massacri tribali in Ruanda. Da buon missionario, viveva con i ritmi dell’Africa, svegliandosi all’alba e coricandosi presto, ma sopportava senza fiatare i nostri rientri a tarda notte, dopo l’ultimo drink nell’unico hotel decente della città.
Al mattino, invece, quando dovevamo partire per qualche lungo e pericoloso reportage ci faceva sempre trovare il caffé caldo e la colazione pronta. In questi viaggi ci accompagnava con le sue preghiere e, vedendoci tornare incolumi, gli scappava all’angolo della bocca un abbozzo di sorriso, subito represso per non dare a vedere che era contento di rivederci. Talvolta gli altri ospiti della missione si lamentavano sentendosi un po’ abbandonati e lui pronto replicava: C’è la stampa, devo occuparmi di loro, prima. Padre Aldo non sarà più ad attenderci, ma il suo ricordo resterà indelebile, sotto il sole cocente con la schiena curva e gli occhiali dalla montatura troppo pesante che nascondevano uno sguardo vispo e intenso, nonostante il peso degli anni. E soprattutto non possiamo dimenticare quel suo affettuoso brontolare nei nostri confronti, che si concludeva così: Ah, questi diavoli di giornalisti!”.
Nel giugno del 1993 in Burundi si vota. E, com’è evidente, vince la maggioranza hutu: diventa Presidente Melchior Ndadaye che, saggiamente, nomina anche ministri tutsi. Fa di più: in segno di pace permette il rientro del dittatore deposto Bagaza. Un errore, perché questi subito trama contro di lui. Il 13 ottobre l’esercito si ribella e uccide Presidente, Vice Presidente e loro collaboratori. Gli hutu reagiscono e torna a scorrere il sangue. Si dividono anche cristiani, preti e suore. Bilancio: 100.000 morti, in gran parte hutu, 800.000 profughi nei Paesi vicini.
Ma non è finita. Il 13 gennaio 1994 viene eletto Presidente un altro hutu, Cyprien Ntaryamira, subito assassinato, il 6 aprile. Da allora in Burundi si continua a morire, in un tragico, spaventoso gioco al massacro tra le due etnie che ogni tanto finisce sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Ma, intanto, Bagaza riprende la sua personale guerra contro la Chiesa. Muoiono preti, suore, seminaristi, due vescovi subiscono attentati.
Nell’estate del 1994 padre Marchiol è in Italia per cure e riposo. Tornerà in Burundi nel mese di dicembre. Il 19 novembre concede un’intervista a La vita cattolica di Udine. Gli chiedono naturalmente le sue impressioni su quel Paese insanguinato che lui conosce bene. Risponde: “Hanno bisogno di una parola di giustizia e di amore nella loro coscienza intrisa di odio, vendette e ingiustizie. Hanno bisogno di una parola di speranza nella loro miseria materiale e soprattutto spirituale. Hanno bisogno di un ideale in un clima di schiavitù: l’ideale della dignità dei figli di Dio. Hanno bisogno di gente che viva al loro fianco pronta a testimoniare il Vangelo”.
Forse pensa a se stesso, al suo ritorno laggiù. Non sa che dieci mesi dopo non solo vivrà ma morirà al fianco dei burundesi, nel nome del Vangelo. Continua: “Il problema delle etnie di questi due popoli non è mai stato risolto politicamente e nemmeno il cristianesimo è riuscito a risolverlo. Le ingiustizie, le violenze, i massacri perpetrati da una etnia contro l’altra sono stati sempre causa di altre violenze e di altri massacri. L’etnia al potere ha cercato di favorire i suoi in tutti i settori della vita pubblica e anche nel settore della vita religiosa e si è sempre servita di un esercito tutto suo, fatto di elementi della propria etnia per tenere assoggettati gli altri. Un potere dispotico che talvolta ha reso difficile la denuncia di ingiustizie e la testimonianza del Vangelo da parte della Chiesa e dell’opera missionaria”.

Uomini saggi, cercansi!
Alla domanda sul futuro del Burundi, padre Marchiol risponde così: “È difficile dirlo. è ancora troppo presto per prevedere qualche cosa di stabile che porti un po’ di pace, perché gli odi e le violenze hanno lasciato gli animi sconvolti. Mi sembra che non ci sia altra soluzione che una convivenza delle due etnie in un cammino democratico, anche se lungo. E per questo occorrono animi molto saggi, sia nella politica che nella Chiesa, che sappiano far regnare la giustizia e l’amore”. Pochi giorni dopo aver pronunciato queste parole, lui stesso riprende la valigia e torna in Burundi, a fare la sua parte, a dare il suo contributo di vecchio missionario acciaccato per la pace di quel popolo che ama. Padre Marchiol dal dolce sorriso torna per l’ultima volta nella sua Africa dolente ad annunciare il Vangelo della pace e della giustizia. Stavolta andrà a Buyengero, zona abbastanza tranquilla, dove c’è un bel centro missionario: chiesa, casa dei padri, locali per le attività pastorali. Va a sostituire padre Modesto Todeschi, che è anche il Superiore regionale e ha deciso di stabilirsi nella capitale Bujumbura per seguire meglio gli avvenimenti.
Padre Marchiol arriva a metà gennaio del 1995. Trova padre Ottorino Maule e la volontaria laica Catina Gubert. Ma nel mese di novembre del ‘94 sono avvenuti due fatti gravi. Padre Todeschi e padre Maule da tempo alzano la voce contro le ingiustizie e le violenze dell’esercito. Vanno dai comandanti a chiedere spiegazioni e giustificazioni. Padre Maule ripete spesso, e pubblicamente: “Volete la pacificazione? Togliete i militari. La gente di qui non ha ucciso nessuno. Se ci sono stati dei morti, è stato solo per opera dei militari”. Lo dice anche ad un’assemblea per la pace che si tiene appunto ai primi di novembre. Anzi, in quella riunione si decide di scrivere al Presidente della Repubblica.

La verità ad alta voce
I militari alla fine reagiscono: fermano padre Maule, perquisiscono la sua auto. Gli impediscono di curare un ragazzo malato che trattengono e bastonano fino a farlo impazzire. Minacciano, insultano, provocano e scherniscono il saveriano in diverse occasioni. Poi, la notte del 14 novembre, a un posto di blocco i soldati ammazzano cinque mandriani. Tra loro ci sono due giovani tutsi, figli di un soldato. Quando capiscono l’errore rastrellano e uccidono una quindicina di uomini e ragazzi. Poi raccontano per radio che i quindici sono terroristi che li hanno attaccati e i due ragazzi tutsi sono morti accidentalmente nello scontro a fuoco. Padre Maule e padre Todeschi non ci stanno, conoscono la verità e la dicono a voce alta.
“Il giorno seguente - racconta padre Todeschi – il comandante del campo militare di Rumonge e il suo luogotenente vennero da noi per convincerci che la versione della radio era la vera. Noi sostenemmo che potevamo testimoniare che non c’era stato nessun attacco e nessun combattimento, ma che erano stati uccisi degli innocenti. Due giorni dopo ci fu un comizio organizzato dai militari con il governatore di Bururi. Noi due non fummo invitati. Fu un processo popolare contro i missionari e in particolare contro padre Maule. Tre tutsi si alzarono a calunniarci con delle accuse assurde. In conclusione si chiedeva che padre Maule fosse espulso. Nessuno osò aprire bocca per difenderlo perché tutto era stato montato perfettamente. In quell’occasione invocammo monsignor Romero! In seguito ritornò la calma e non ci furono più screzi particolari: anzi, sembrava che, fra le missioni, quella di Buyengero fosse la più tranquilla e tale rimase fino al 30 settembre ‘95”.
Ma riconosce padre Todeschi che “con padre Maule si parlava abbastanza spesso dell’eventualità di una vendetta. Ci si scherzava sopra. Eravamo tutti d’accordo che se questo fosse successo si preferiva essere sepolti poveramente come i burundesi”. In questa situazione, dunque, a Buyengero arriva padre Aldo Marchiol. Con padre Maule c’è subito intesa. Nella zona ci sono più di cento colline. Ogni giorno i due padri ne visitano una ciascuno. Vanno in macchina fin dove è possibile, poi a piedi, si dividono, uno di qua, uno di là. E padre Marchiol torna a casa la sera contento: ha potuto fare il missionario sul serio, in mezzo ai poveri più poveri. Padre Maule gli vuole bene e lo stima. E lui, coi suoi sessantacinque anni e i suoi acciacchi, si arrampica su per le salite, vincendo la fatica. Vanno a incontrare i cristiani, a formare i catechisti e i leader di villaggio, a confortare, incoraggiare, condividere.

Uomo giusto, pronto a tutto
“Padre Aldo è sempre più magro, va piano ma fa sempre le sue cose”, scrive padre Maule. E il vescovo di Bujumbura dirà di lui in un’intervista: “Ricordo molto bene padre Aldo che ha vissuto nella mia diocesi quando era a Gasorgwe e Gisanze. Il carissimo padre Aldo, giusto fra i sacerdoti che ho conosciuto nella diocesi, l’uomo che era pronto a tutto, che aveva una carità fraterna mai smentita. Mi ricordo della sua salute che era così debole. Gli chiesi un giorno: Ma caro Aldo, come fai tu a vivere così? Come fai a continuare a restare qui mentre la salute mi sembra proprio malandata? Mi ha detto: Se potessi compiere la mia missione fino alla mia ultima capacità, sarei felice”. Domandano al vescovo: padre Marchiol le ha mai detto che poteva essere ucciso? Risposta: “Questo veramente non l’avevo ancora percepito, ma quando sentii che padre Maule e il confratello che era con lui a Buyengero avevano smentito una truppa di militari di fronte a eventi violenti e cruenti che si erano verificati là, mi sono detto: Possono davvero correre un pericolo molto grosso. Ma per quanto posso vedere io stesso, chiunque dice un po’ di verità, chiunque vuole un po’ di giustizia, purtroppo è sempre minacciato in Burundi”.
Padre Marchiol dal dolce sorriso l’ha messo in conto. In una delle ultime lettere al fratello scrive: “Se attaccano i bianchi, i Saveriani saranno i primi ad essere uccisi”. Ma continua a scalare le sue colline. Lui su una, padre Maule su un’altra. Come gli apostoli mandati un giorno da Gesù a due a due a predicare la Buona Notizia nei villaggi della Palestina. Vanno, armati soltanto della fede.

Per diffondere amore e giustizia
Il 21 agosto 1995 a Bujumbura i Saveriani si riuniscono in assemblea per rispondere alla domanda: “Perché restare?”. Già, perchè? C’è anche padre Marchiol. La sua risposta l’ha già data: si deve restare perché qui c’è bisogno di qualcuno che diffonda amore e giustizia. Non si può abbandonare a se stesso il popolo del Burundi. Lui, ormai, è lì da diciassette anni. Vuol restarci finché avrà forza, finché le gambe lo porteranno su per le colline. Il 26 settembre, quattro giorni prima della morte, padre Marchiol partecipa alla riunione per il nuovo anno pastorale a Bururi, sul tema: “Come riportare la pace in Burundi attraverso la verità e la giustizia”. Parla e dice che solo con la pazienza e il coraggio si può sperare di costruire la pace, che è dono di Dio e fatica dell’uomo. La pazienza e il coraggio che lui nasconde dietro il dolce sorriso. Ecco perché resterà, accada quel che accada.
Accade il 30 settembre 1995. Un giorno come un altro nella tranquilla Buyengero. Ma la sera arrivano tre soldati. Entrano nella casa dei padri. Prendono padre Marchiol, padre Maule e Catina Gubert, apostoli inermi del Vangelo, li fanno inginocchiare al centro della stanza più grande e li uccidono. Un colpo alla tempia per padre Maule, due per padre Marchiol, due per Catina. Cadono insieme, nel loro sangue. Credevano di umiliarli. Li hanno innalzati per sempre. Morti in ginocchio, com’erano vissuti. Si è spento così il dolce sorriso di padre Aldo Marchiol.
Il 3 ottobre il funerale. Tre Vescovi, missionari Saveriani, Padri Bianchi, Domenicani, Preti burundesi, Suore, il Presidente della Repubblica Sylvestre Ntibantunganya, un ministro, gli ambasciatori d’Italia, Germania e Belgio, il governatore della provincia. E un mare di gente. Nemmeno la paura ferma il popolo di fronte a quelle morti. Gli assassini sono stati arrestati ma verranno rilasciati. Dei mandanti non si saprà nulla.

Restare in Africa, per sempre
Ma non c’è bisogno di tante parole: i due padri e la volontaria sono martiri della giustizia e della pace, la gente lo sa. Hanno creduto di farli tacere ma la loro morte è un grido che giunge fino a Dio, come dice padre Todeschi durante il rito funebre. E aggiunge: “A Ottorino, Aldo e Catina, come gli esperti hanno potuto dedurre da diversi elementi, gli uccisori hanno sparato alla testa, dopo averli fatti inginocchiare. Lo hanno fatto per umiliarli. Ma per noi, nella fede, quell’atteggiamento, come per il martire Stefano, è segno di preghiera e di invocazione di perdono per i loro assassini: perché si ravvedano e si convertano al rispetto della persona e di Dio. Come è stato per Gesù sulla croce, quella stessa croce che è sulle loro bare: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. D’altra parte lo stesso Dio di misericordia ci dice: Non fatevi giustizia da voi stessi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: sono io il vindice, darò io a ciascuno ciò che merita! Sì, siamo sicuri, Dio difende i suoi. Dio difende il povero e l’indifeso, difende i suoi profeti. Anche se la radio potesse far ingoiare le sue calunnie sfacciate, non si può ingannare Dio. Non si può dargliela a bere. Sì, fratelli, il nostro Dio è un Dio che non si può prendere in giro alla leggera”.
Bernard Bududira, vescovo di Bururi, assente al funerale perché all’estero, manda un messaggio: “Gli atti ignominiosi che sono stati perpetrati nella parrocchia di Buyengero sono il colmo delle calamità mostruose che conosce il nostro Paese. L’assassinio dei padri Ottorino e Aldo e della signorina Catina Gubert è una vera vergogna; è un atto che può attirare la maledizione su coloro che agiscono sotto la spinta dell’odio. Ma noi non cadiamo nel tranello dell’odio e della divisione; i padri Maule e Marchiol ci hanno sempre impedito di seguire la via dello scontro. Vi invito piuttosto a pregare Dio nostro Padre perché possiamo imitare l’esempio dei nostri amici che sono appena stati massacrati sul nostro suolo”.
Padre Aldo Marchiol dal dolce sorriso adesso riposa in terra d’Africa, davanti alla chiesa di Buyengero con i due compagni di martirio. I familiari l’avrebbero voluto in Italia, ma poi hanno accolto la richiesta dei Saveriani. è giusto. Lui è partito tardi per la missione. Ma le ha dedicato la vita. Non poteva che restare lì, per sempre. La sua tomba è un promemoria per il popolo burundese sofferente: l’odio non avrà l’ultima parola, solo la pace e la riconciliazione costruiranno un Burundi, un mondo nuovo. Padre Marchiol la sua parte l’ha fatta, fino in fondo. Non poteva dare di più. È morto in ginocchio. Il gesto più grande della sua vita.


Autore:
Renzo Agasso


Fonte:
Santa Sede

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Aggiunto/modificato il 2020-03-09

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