|
Renania, Regno dei Franchi Orientali, primi del IX sec. - Magonza, Germania, 870 o ca. 900
Gemella di san Verono di Lembeek e figlia, dice la leggenda, del re carolingio Ludovico il Germanico, Verona è una figura di frontiera tra storia e memoria: nessuna fonte contemporanea parla di lei, eppure il suo culto ha lasciato tracce concrete nel suolo, nella toponomastica e nella pietà del Brabante. Narra la leggenda che rinunciò alle nozze e alla corte, si mise in cerca della tomba del fratello guidata da segni misteriosi e da un carro di buoi, prese il velo, fondò monasteri e divenne badessa. Morì a Magonza nell'870, e il suo corpo, ricondotto in Brabante da un viaggio prodigioso, fu sepolto sul colle del Vronenberg, nell'attuale Leefdaal, dove intorno al 900 sorse una chiesetta divenuta poi la cappella romanica di Sint-Verona. Invocata contro le febbri e raffigurata come badessa con pastorale e libro.
Patronato: Invocata contro le febbri.
Etimologia: Dal greco pheré-níke 'portatrice di vittoria'.
Emblema: Abito e velo da badessa, pastorale, bastone da pellegrina, carro trainato da buoi, sorgente zampillante
|
Le notizie su Verona dipendono da un unico grande racconto, fissato per iscritto circa due secoli dopo i fatti che pretende di riferire. Il testo chiave è la Historia inventionis et miraculorum S. Veroni, redatta intorno al 1020 da Olberto, abate di Gembloux, celebre bibliotecario e scrittore: un'opera dedicata al fratello di lei, Verono, le cui reliquie erano state ritrovate a Lembeek nel 1004 e traslate nel 1012 presso le canonichesse di Santa Waudru a Mons. È in questo contesto che emerge anche la figura di Verona. Secondo la leggenda brabantina, i due erano gemelli, unici figli del sovrano carolingio Ludovico, successore di Carlo Magno: una genealogia che la critica identifica con Ludovico il Germanico, mentre altre versioni, forse per confusione di omonime, parlano di Ludovico II d'Italia. Giunti all'età delle nozze, i gemelli opposero entrambi il rifiuto: Verono alla prospettiva di qualunque matrimonio, Verona alle nozze con un principe d'Ungheria. Il padre, ammonito dall'esperienza del figlio, non insistette.
Dal trono al chiostro Alla morte della coppia imperiale, Verona salì sul trono. Non ne conservò a lungo i frutti: distribuì i propri beni ai poveri e fondò una comunità religiosa a Veronhove, sul Reno. La tradizione tedesca identifica quel luogo con il monastero di Heiligkreuz, sorto nel quartiere di Magonza che da lei avrebbe preso il nome, Veronshofen, ricordato ancora oggi dalla strada Heiligkreuzweg. È qui che le due versioni della vicenda si separano. Per la tradizione germanica, Verona entrò essa stessa in quel monastero, vi concluse i suoi giorni intorno all'anno 900 e vi fu sepolta nella chiesa. Per la tradizione brabantina, invece, la regina badessa stava per rimettersi in cammino.
Il viaggio, la sorgente e la tomba Cinque anni dopo la morte del padre, un evento scosse il palazzo: una tempesta abbatté gli alberi davanti alla residenza, e tutti caddero piegati verso occidente. Verona riconobbe il segno. Verono, prima di partire, aveva predetto che la propria morte sarebbe stata annunciata da prodigi, e che gli alberi sarebbero caduti nella direzione della sua tomba. La sorella allestì un carro di buoi e si mise in viaggio verso ovest. Sostò a Maastricht, raggiunse Lovanio, e non lontano dalla città, su un'altura, i buoi si fermarono davanti a una chiesa: il luogo si chiamava Vroeienberg. Verona entrò e pregò perché il Signore le indicasse la tomba del fratello, e l'indicazione non tardò. Due pellegrini tedeschi la riconobbero e le chiesero da bere: ella conficcò il bastone nel suolo, e subito ne scaturì una sorgente che da lei prese il nome. Proseguì fino a Lembeek, dove trovò il corpo di Verono ancora incorrotto. Vi sostò un mese, poi riprese la via del ritorno.
La morte a Magonza e il giudizio dei buoi Circa dieci anni più tardi, nell'870, Verona sentì approssimarsi la fine e volle tornare in Brabante. Fu a Magonza che la colse l'attacco di febbre che la uccise. Aveva lasciato una sola disposizione: che il suo corpo fosse deposto sul carro e che ai buoi fosse data briglia sciolta. Ma il vescovo e il popolo di Magonza preferirono trattenere quelle spoglie come reliquia preziosa. La scelta, narra la leggenda, fu punita: la chiesa di San Pietro crollò e malattie di ogni genere colpirono la città. Solo allora il corpo fu restituito al carro. Gli animali camminarono per giorni e si arrestarono a Vroeienberg, dove gli abitanti seppellirono la santa nella loro chiesetta, che da quel momento portò il suo nome.
Un'esistenza problematica Allo storico restano poche certezze e molte domande. Il nome di Verona compare nelle fonti scritte soltanto due secoli dopo gli eventi che le sono attribuiti. La cronologia è incerta, oscillando tra l'870 brabantino e il 900 tedesco, e la stessa genealogia contraddice la storia nota: Ludovico il Germanico morì nell'876, cioè dopo la data assegnata alla morte della presunta figlia. Eppure il suolo parla. Gli scavi condotti nel 1951 nella cappella del Vronenberg riportarono alla luce fondamenta risalenti all'incirca all'anno 900 e un sarcofago carolingio, purtroppo vuoto: tracce di una venerazione antichissima, precedente alla leggenda scritta. Si aggiunga il rischio di omonimia con la Verona di Lovanio, figlia di Ludovico II d'Italia, forse la medesima persona, forse no. Ciò che è certo è il culto, non la biografia. Non è poco: nei primi secoli medievali la memoria non passava dagli archivi, ma dalle sorgenti, dalle colline e dalle cappelle.
Il culto, la cappella e la sorgente La festa di Santa Verona cade il 29 agosto. È invocata contro le febbri, patronato coerente con una morte avvenuta, secondo la leggenda, per un attacco febbrile. L'unica statua nota la rappresenta come badessa, e tale è il suo abito devozionale costante. A Leefdaal la memoria è custodita dalla Sint-Veronakapel, mentre la sorgente scaturita dal bastone sgorga ancora oggi, protetta dal 1957 da una cappella moderna progettata dall'architetto F. Michiel Viérin. Vivo è anche il culto del fratello Verono a Lembeek, celebrato il 31 gennaio e il 30 marzo, invocato contro il mal di testa e onorato con una processione semireligiosa e semifolcloristica il secondo giorno di Pasqua.
Iconografia e apparato visivo Verona è raffigurata come badessa: abito nero, velo bianco, pastorale. A questi attributi si aggiungono, nei cicli narrativi, il bastone da pellegrina, il carro, i buoi e la sorgente. Il fratello Verono è invece rappresentato come pellegrino che calpesta le insegne della regalità. L'apparato visivo di questa scheda comprende un ritratto devozionale con gli attributi della badessa e la scena emblematica del miracolo della sorgente, riprodotta in due linguaggi artistici motivati dall'epoca e dall'area culturale del culto: la miniatura mediievale di scuola ottoniana-carolingia, perché la fonte letteraria del dossier nasce proprio nei grandi scriptoria monastici tra Gembloux e la Renania intorno all'anno Mille; e la vetrata gotica, perché furono i cantieri delle chiese del Brabante e del Reno, nei secoli XII e XIII, a trasformare leggende come questa in immagini quotidiane per i fedeli.
Curiosità - Il toponimo che generò la leggenda: Vroeienberg, nome ormai incompreso dagli abitanti, fu reinterpretato come il colle di Verona. L'etimologia popolare funzionò da motore agiografico. - Il giudizio dei buoi: l'animale che sceglie il luogo di sepoltura del santo è un motivo diffuso in tutta Europa, ma nella vicenda di Verona è applicato due volte, al corpo della santa e, in altre versioni, al ritrovamento della tomba del fratello. - L'acqua che guarisce: la sorgente scaturita dal bastone ricalca il modello biblico di Mosè e fonda il patronato contro le febbri, ancora vivo nella pietà locale.
Autore: Enrico Quiri
|