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Serva di Dio Elisabetta Leseur

Senza data

Parigi, 16 ottobre 1866 - Parigi, 3 maggio 1914


Nacque il 16 ottobre 1866 a Parigi, in seno a una famiglia cristiana. Suo padre era avvocato al foro di Parigi. Primogenita di cinque figli, ricevette una solida educazione cristiana.
Il 31 luglio 1889, sposò Felice Leseur, figlio di un procuratore del Tribunale di Reims, ardente anticlericale che frequentava assiduamente i circoli politici e collaborava a La Republique Française di J. Reichenach e a Le Siècle, come pure intratteneva relazioni con personalità come Marcellino Berthelot e Felice Le Dantec. Avendo perduto la fede nella giovinezza, condusse sua moglie sulle vie dell’incredulità, sebbene si fosse impegnato a rispettare le sue convinzioni religiose.
Il focolare non ebbe figli. Dal 1896 al 1898, ella attraverserà una profonda crisi religiosa, in occasione della quale suo marito le darà da leggere la Vie de Jesus di Ernesto Renan, che la fece reagire in modo salutare. Così, ella riprese la sua formazione religiosa e avvertì il bisogno di ricorrere nuovamente ai Vangeli, ciò che suscitò in lei un rinnovamento della vita cristiana. Da questo tempo, attenderà alla redazione di un suo diario spirituale, che suo marito conoscerà solo dopo la sua morte. Dal marzo 1903, si mise sotto la direzione di un domenicano, p. Giuseppe Hébert. Il 22 aprile dello stesso anno, fece dono di sé a Dio in San Pietro a Roma per testimoniare «la carità e la luce» nel suo ambiente mondano come pure nella sopportazione delle sofferenze fisiche e morali che la colpivano personalmente.
Dal 1907, una malattia la costrinse a condurre una vita quasi di reclusa, con l’eccezione di un pellegrinaggio a Lourdes nel giugno 1912. Dal luglio 1913, la sofferenza non le lasciò più un istante di tregua. Morì il 3 maggio 1914. Nel corso di anni che furono tra i più difficili della Chiesa di Francia, ella testimoniò una religione illuminata e operante, centrata interamente sull’orazione, che ispirava tutti i suoi atti; allo stesso tempo, mostrava che anche una donna di mondo, ispirata dalla grazia, poteva elevarsi verso i vertici della perfezione cristiana.
Quando dopo la sua morte; suo marito prese conoscenza del suo diario spirituale, ne fu profondamente sconvolto e nel 1915 tornava alla fede. Membro del Terz’Ordine di San Domenico, nel settembre 1919 entrava nel noviziato dei domenicani e veniva consacrato sacerdote con il nome di Maria-Alberto. Fu lui che si adoperò a far conoscere la spiritualità di Elisabetta, pubblicando i suoi scritti. Ne curò anche una biografia, nella quale annota le tappe della propria conversione. Morì il 25 febbraio 1950.
Elisabetta non beneficiò, a quanto sembra, di grazie eccezionali. La lettura del Vangelo e degli autori spirituali furono l’alimento della sua vita di coraggio e la portarono ad accettare i doveri del suo stato e le sofferenze che furono la sua sorte negli ultimi anni della sua vita. Con il suo irraggiamento silenzioso, fu un apostolo, specialmente nei confronti degli increduli. M.-A. Leseur ha predisposto gli Articoli del processo in informativo in vista della beatificazione di Elisabetta nel 1936. II 27 giugno 1955 è stato emesso il decreto sugli scritti.

Autore: Bernard Ardura




Vita e opere
Nasce a Parigi il 16 ottobre 1866 (dove muore il 3 maggio 1914), prima di cinque figli dell’avv. Antoine Arrighi, cattolico non molto praticante, ma di vita esemplare, e di Gatienne Picard, donna religiosa ma un po’ formalista - cui più tardi la figlia dedicherà Appello alla vita interiore -, L. riceve in famiglia un’educazione cristiana accurata e una discreta cultura (che perfezionerà lungo il resto della vita, fino a risultare una buona scrittrice). Il 31 luglio 1889 sposa Felix Leseur, di famiglia altrettanto cattolica, educato in un collegio religioso, ma che ha perso la fede durante gli studi di medicina. Di ciò egli avverte lealmente tutti, prima del matrimonio, assicurando tuttavia di rispettare le convinzioni religiose della futura moglie. Un anno dopo è salvata in extremis da una peritonite, ma ne porterà le conseguenze per il resto della vita (infezione intestinale sempre latente, con disturbi vari). Ciò nonostante, non diserta la vita mondana di Felix che, positivista e redattore di giornali anticlericali, fa di tutto per « aprirle gli occhi » su quello ch’egli considera « l’abbaglio religioso ». E così, mentre cresce la sua ammirazione per il marito, diminuisce la sua fede in Dio: nel 1898 risulta praticamente agnostica. In quell’estate legge Le origini del cristianesimo e La vita di Gesù del Renan ( 1892), ma proprio qui è in agguato la grazia. Anziché lasciarsi prendere dalla magia dello stile, L. avverte la fragilità delle ipotesi del Renan e, senza dire niente a Felix, riprende a leggere il Vangelo e s. Tommaso d’Aquino. Riesplode così l’antica fede, che tuttavia non scatena conflitti religiosi tra i due - mai viene meno l’antico rispetto di Felix - né cambia la partecipazione di Elisabetta alla vita mondana del marito: nonostante sia di gusti semplici, lei ha il culto della posizione sociale di lui. Questi scriverà più tardi: « Io ero bibliofilo e lei lo fu con me e per me, favorendo la mia passione di collezionista. Io amavo i viaggi e lei era sempre pronta ad accompagnarmi. Io amavo il teatro musicale e lei ci veniva con piacere. Io amavo il mondo e lei mi seguiva facendomi grande onore. In breve, sempre e in tutto ella sintonizzava la sua esistenza al ritmo della mia: si dimostrava affettuosa nei giorni di prova e di tristezza, sorridente e piena di entusiamo nei momenti felici ».
Abbiamo qui il primo tratto caratteristico della spiritualità leseuriana: benché quella vita mondana non sia conforme ai propri gusti e desideri, non lascia trasparire insofferenza alcuna, ma tutto riscatta nell’ottica di fede. Infatti, ben sapendo che tutto è grazia per chi ama il Signore (cf Rm 8,28) e, addirittura, che la gioia data al prossimo è l’espressione più alta dell’amore verso Dio (cf Mt 25,31 46), ella fa suo il trinomio classico di ogni apostolato - «preghiera, azione, sacrificio» - e, paolinamente, si fa « tutto a tutti per salvarne almeno qualcuno » (1 Cor 9,22). Leggiamo nel Diario: « Mi occupo di moda e di pellicce, e ne parlo per dissimulare ogni sospetto di austerità. Il mondo è insofferente di ogni forma di mortificazione e di penitenza; devo quindi nascondere l’una e l’altra. Con l’aiuto della grazia, la mia amabilità potrà riavvicinare i cuori al Signore, la sofferenza mi aiuterà a conquistarli, la preghiera a offrirli a Dio ». Né questo modo di fare è tatticismo gesuitico bensì « la sola finzione da lodare: quella che ignora il male che ci viene fatto, la nostra sofferenza e le profondità dell’anima che appartengono solo a Dio. Tale finzione, senza nascondere ciò che realmente siamo, non ci manifesta per quel che non siamo »! In ogni caso è sempre una grazia a caro prezzo, e nelle Lettere sulla sofferenza parla del suo « isolamento spirituale », benché attinga il necessario « supplemento d’anima » - per non diventare « forzatamente silenziosa », come scrive nel Diario - tanto nella ritrovata pratica religiosa (e la frequenza liturgica nella vicina chiesa di sant’Agostino), quanto nello studio approfondito della religione. Così, vicino alla biblioteca del marito, piena di libri irreligiosi e anticlericali, lei se ne forma una personale, ricca di testi biblici (il Vangelo lo medita, studia e prega ogni giorno), patristici e dei grandi teologi. E, valorizzando al meglio i lunghi riposi che la malattia le impone, ne « approfitta » sia offrendo quelle pene in comunione eucaristica, sia riprendendo il programma di vita che aveva da fanciulla e che prevedeva ore di solitudine, lettura e preghiera. Da questa fonte spirituale, peraltro tipica dell’antica borghesia cattolica, non tardano a sgorgare frutti pastorali notevoli.
Infatti, l’altro tratto caratteristico di L. riguarda i due ambiti nei quali meglio esprime il suo apostolato, caratterizzato dalle « piccole virtù » tipiche del suo orizzonte borghese: l’apostolato intellettuale, con particolare riguardo ai molti « lontani » che incontra nel suo ambiente (notevoli pure i risvolti sociali, grazie all’eco della Rerum Novarum), e l’apostolato sia caritativo (specialmente assistendo i vari parenti malati), sia di preparazione catechistica di amici e nipoti. Sul primo aspetto leggiamo nel Diario osservazioni finissime: « Nelle discussioni bisogna esprimersi con franchezza, mantenendo però una semplicità e un’affabilità che non irritino l’interlocutore. Sui principi non bisogna scendere a compromessi, ma con le persone sono necessarie estrema mansuetudine e chiarezza di giudizio. Dopo aver individuato il punto debole, insistere nel presentare quell’aspetto dell’immutabile Verità divina che ciascuno è in grado di capire e apprezzare ». Una strategia che dà buoni frutti, ma che non la insuperbisce: « Non cerchiamo di vedere il risultato dei nostri sforzi in favore delle anime. E bene ignorarlo perché l’orgoglio del bene, che è il più sottile, potrebbe approfittare di questa consapevolezza ». Per il secondo aspetto, ricordiamo innanzitutto quanta cura prodiga nella lunga malattia della sorella Juliette alla quale trasmette il suo programma di vita (soffrire offrire), condensato in questa massima: « Ogni anima che si eleva, eleva il mondo » e della cui vita e morte traccia un profilo esemplare in Un’anima. Ma non dimentichiamo quanto fa per Marie, una bimba di otto anni, incontrata nell’ospedale di Beaune. La bambina, sola e triste, desidera ricevere qualche lettera: da allora, ella le scrive regolarmente fino alla morte. Per la catechesi, infine, oltre a quanto emerge dalle testimonianze orali di quanti ha preparato alla santa Comunione, restano esemplari i quadernetti da lei regalati in quell’occasione sia a una nipotina (La donna cristiana), sia a un nipotino (Il cristiano). Proprio l’odierno rinnovamento della catechesi potrebbe trovare in queste pagine varie suggestioni.

Insegnamento spirituale
Il punto cruciale della spiritualità della L. può essere intitolato quando l’ascetica sconfina nella mistica. Ricordiamo tre momenti. 1. Durante un viaggio a Roma, nella Pasqua 1903, ella avverte una forza interna che la porta a s. Pietro, dove si confessa e, ricevuta l’Eucaristia, « in una unione intima e gioiosa con Colui che ha voluto interamente la mia anima, ho fatto consacrazione solenne della mia vita a Dio e a quell’opera di amore e di luce che d’ora in poi dev’essere la mia vita » (Diario). 2. Un giorno del giugno 1912, mentre passeggia col marito e suor Goby (che ha conosciuto nell’ospedale di Beaune, visitando la piccola Marie), dice a Felix: « Se io ti lascio, tu ti farai monaco. Siccome ti conosco, sono assolutamente sicura che il giorno in cui ritornerai a Dio non ti fermerai per strada, perché tu non fai mai le cose a metà ». 3. Dopo altre operazioni chirurgiche e radioterapie, ai primi di novembre 1913 le cose precipitano. Felix, che da sempre ammira la serenità della moglie nelle varie sofferenze, ora è costretto a un serio esame di coscienza. Anche nelle crisi peggiori, la sua dolcezza non viene meno: semplicemente prega a voce alta (e lui ascolta in silenzio), si comunica ogni settimana e rinnova ogni momento l’offerta della propria vita a Dio. Il 27 aprile 1914 tende le braccia al marito con un gesto d’estrema tenerezza: è l’ultima volta. Dopo la sua morte, Felix apre il mobile che gli ha donato in un anniversario del matrimonio, per cercare il testamento e le disposizioni per le esequie. E di nuovo la grazia è in agguato. Alla fine del testamento, la moglie gli ha rivolto un invito e una profezia. Nel 1919 Felix entra nell’Ordine domenicano: è l’incontro definitivo col Dio al quale da sempre appartiene la moglie e, insieme, l’ultima e più grande verifica del loro amore non vano. Nel 1955 si apre il processo di beatificazione, che è sospeso perché, nonostante varie grazie spirituali, vocazioni e conversioni, mancano i due miracoli di guarigione fisica, autenticati dai medici.


Autore:
P. Vanzan

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Aggiunto/modificato il 2008-05-04

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