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Serva di Dio Renata Borlone Laica focolarina

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Aurelia, Roma, 30 maggio 1930 – Loppiano, Firenze, 27 febbraio 1990

Renata Borlone nasce il 30 maggio 1930 ad Aurelia, vicino Roma. Cresciuta in una famiglia non praticante, verso i 14 anni comincia a porsi il problema dell’esistenza di Dio e a frequentare la chiesa. Assetata di verità, si butta negli studi alla ricerca di Dio. A 19 anni viene a contatto con la vita evangelica di alcune delle prime focolarine, che si erano appena trasferite a Roma, e avverte una gioia e una pienezza mai sperimentate prima; le si fa evidente una certezza: Dio esiste, Dio è amore! Una scoperta folgorante che trasforma tutta la sua vita. Inizia così una straordinaria avventura che per 40 anni la vede protesa a edificare questa nuova Opera della Chiesa. Ben presto riveste compiti di responsabilità sia in Italia che all’estero. Dal 1967 è a Loppiano come corresponsabile della cittadella e incaricata della formazione spirituale delle focolarine. Muore il 27 febbraio 1990, lasciando a tutti l’esempio della sua vita che ci interpella ancora oggi.


“Leggeremo bene la nostra storia solo in Paradiso, dove coglieremo per intero il filo d’oro che, speriamo, ci porterà dove dobbiamo arrivare”.
Con queste parole, Renata stessa, in una circostanza particolare, inizia il racconto della sua vita, che scopre tutta intessuta dell’amore di Dio.
Nasce il 30 maggio del 1930 ad Aurelia, una piccola cittadina laziale.
In seguito, con la sua famiglia, si trasferisce a Roma.
I suoi non avevano il dono della fede e quindi non frequentavano la Chiesa.
Persone rette, sincere, ricche di valori umani avevano formato una bella famiglia in cui si volevano bene davvero.
“Non finirò mai - ha sempre detto - di essere grata a Dio per avermi fatto sperimentare la vita di una vera famiglia, soprattutto per l’amore che c’era tra i miei genitori”.
Quando scoppia la seconda guerra mondiale, Renata ha 10 anni.
Non sa ancora leggere dentro agli avvenimenti, eppure la sua grande sensibilità non la lascia indifferente. Nella sua memoria restano alcuni momenti forti.
Bombardamento di Roma del 13 luglio del ’43: vedere le bombe cadere e decidere di dare una direzione diversa alla sua vita è una cosa sola, come lei stessa scrive: “Mi resi conto che la morte poteva arrivare ed avvertii come in un lampo la vanità dei giochi, del denaro, del domani. Fu un momento di grazia… Quando rientrai a casa mi sentivo diversa. Avevo deciso di essere migliore”.
Scompare improvvisamente una sua compagnetta di scuola, molto brava. E’ ebrea. “Perché vengono uccisi gli ebrei? Non sono come noi?”, si domanda chiedendo con insistenza spiegazioni al babbo.
L’8 settembre, giorno della liberazione di Roma, vede dal balcone di casa un soldato tedesco che si trascina faticosamente lungo il muro, strisciando quasi per paura di essere visto. Un sentimento di compassione per lui e il suo popolo la pervade tutta.
Immagini lontane nel tempo, ma che parlano già di un amore senza misura per l’uomo, per tutti gli uomini che dominerà poi la sua vita.
Intanto con l’età cresce anche l’esigenza di una fede consapevole e si fa urgente il problema di Dio. Comincia a frequentare la chiesa, si inserisce in un gruppo mariano, tra i suoi insegnanti privilegia quelli che manifestano più dirittura morale.
A 14 anni sente una specie di “prima chiamata”: la spinta interiore a dare la vita perché i suoi trovino la fede.
Assetata di verità, tra i 15 e i 19 anni si butta a capofitto negli studi per sondare le realtà più profonde, alla ricerca di Dio.
Si iscrive alla Facoltà di chimica, perché spera di scoprirLo penetrando nei segreti dell’universo: “Mi appassionava la matematica per la sua logica. Avevo momenti di esultanza quando la mente scopriva qualcosa di nuovo. Speravo di acquistare una conoscenza che potesse in qualche modo farmi abbracciare l’universale. Cercavo Dio negli esseri intelligenti in cui poteva esservi un riflesso di Lui. Non sapevo ancora che solo nel Creatore-Amore avrei potuto scoprire il creato e le creature, ed amarle”.
L’8 maggio del ‘49, giorno che lei definirà “straordinario”, dopo qualche esitazione – perché non vuole togliere tempo allo studio – partecipa ad un incontro dove Graziella De Luca, una delle prime compagne di Chiara Lubich, parla della riscoperta di Dio-Amore, della nuova vita evangelica, iniziata a Trento, mentre infuriava la guerra.
“Quel che disse non lo ricordo. Ricordo che quando uscii di li, sapevo che avevo trovato. (....) Ebbi l’intuizione che Dio è Amore. Quell’esperienza è penetrata fin nel più profondo del mio essere. Ho perso l’immagine, che avevo, di un Dio solo giudice, che castiga i cattivi e premia i buoni e ho sentito un Dio vicino”.
Trasformata, convinta di aver ricevuto una chiamata da Dio, dà una virata decisiva alla sua vita.
Poco dopo conosce Chiara.
Immediatamente avverte con lei un legame strettissimo, vitale, come tra madre e figlia, insieme alla conferma chiarissima di darsi tutta a Dio nel Movimento dei Focolari. E dice il suo SI’ a Dio per sempre.
Inizia così la sua lunga esperienza di donazione nel focolare dove entra il 15 agosto del 1950. Ha compiuto da poco vent’anni.
Nel focolare il suo amore, la sua disponibilità senza limiti, la sua pace, pensando alla giovane età, non passano inosservate.
“Sono felice e niente mi può portar via questa gioia – risponde a chi le chiede come faccia -. Una volta non ero così. Ora ho trovato l’Ideale più grande e più bello che si possa sognare”.
Sempre in focolare Renata comprende come sia col dolore, col dolore amato, che si va avanti superando ogni difficoltà, che si dà la vera vita agli altri.
Ed è così che vive i suoi 40 anni a servizio dell’Opera di Maria, recandosi in vari focolari d’Italia, secondo le esigenze del Movimento.
Dapprima Roma, poi Trento, Sassari, Parma, Trapani.
Quindi Grenoble: un periodo breve, ma sufficiente per lasciare un’impronta duratura grazie alla sua capacità di andare alla ricerca dei più soli ed emarginati.
Ritornata in Italia va per qualche tempo a Grottaferrata per dare un prezioso contributo alla nascente Scuola internazionale delle focolarine.
Poi, eccola a Milano. Sono anni ricchissimi di esperienza umana a contatto con tutti i problemi della grande città. Con quella sua trasparenza unica, con quella sua capacità di diffondere la carità attorno a sé, sviluppa e consolida la vita dell’Opera in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna.
Nel ‘67, a 37 anni, Renata arriva alla Scuola di formazione di Loppiano dove trascorre gli ultimi suoi 23 anni di vita come corresponsabile della cittadella stessa.
Qui la sua donazione esplode in tutta la sua potenzialità: le lezioni di spiritualità alle future focolarine, l’attenzione ad assicurare loro un bagaglio culturale, la sistemazione delle abitazioni, la creazione di ambienti artigianali, di moda, di ceramica, di arte, il sostegno spirituale ai nascenti complessi Gen Verde e Gen Rosso. La cittadella prende sempre più forma, completandosi via via con tutte le sue realtà. Anni intensissimi di vita, segnati da una “pace profonda” pur tra i travagli che una tale responsabilità comporta.
Più di mille giovani hanno assorbito da lei una sapienza, una forza interiore che è rimasta loro come pietra angolare per crescere spiritualmente, ed affrontare e resistere negli anni successivi a quelle prove che non mancano mai nella vita di nessuno. Personalità moderna e affascinante, la sua vita è uno stupendo intreccio di amore e di dolore, nell’impegno di morire a se stessa per essere un altro Gesù.
Ed è Gesù che gli altri trovano stando alla sua presenza.
Per il suo amore senza misura, nessuno passa invano accanto a lei, come dice un gran numero di persone di tutte le categorie, condizioni, età, culture. Ognuno nel contatto con lei sperimenta quell’amore che fa di ogni uomo un prediletto di Dio, amato e compreso come figlio unico.
Renata non giudica mai ed abitua gli altri a fare altrettanto.
Di fronte alle situazioni negative il suo stupore si fa sofferenza.
Sembra che non capisca l’errore, la cattiveria, il peccato anche quando sono evidenti. Il suo comportamento in questi casi ricorda Maria, la Madre di Gesù, che quasi non vedeva il peccato, perché - come dice Bernanos - non avendone esperienza, non lo capiva.
Questo amore radicale, questa passione per l’uomo ha la sua radice nell’amore incondizionato a Gesù che sulla croce grida l’abbandono del Padre, e come modello Maria che, davanti al Figlio morente, ancora crede, ancora spera, ancora ama.
Da qui la sua ascesa continua, compiuta secondo la Parola di Vita, la Parola del Vangelo che Chiara le ha dato, quasi a tracciare la sua fisionomia spirituale: “Maria (…) serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).
Il segreto, la sostanza, l’anima di questa salita senza soste?
La tensione costante alla santità, nello sviluppo di tutte le virtù e nella corrispondenza adamantina al carisma della fondatrice “che tutti siano uno” (Gv. 17,21), in un intelligente e continuo spostamento di sé.
L’unità, la comunione che instilla continuamente negli altri, sono tutta la sua vita. Attua così in pienezza la spiritualità di comunione che Giovanni Paolo II addita nella Novo millennio ineunte a tutta la Chiesa.
Quella Chiesa che Renata ha amato per anni e anni, sempre pronta e vigile a difenderla, quando avverte nelle parole di chi ha di fronte, siano anche delle personalità, critiche o riserve. Una nota, questa, che si riscontra particolarmente in lei durante gli anni dell’immediato post-concilio quando nel fervore della sua attuazione qualche intemperanza non mancava. Renata sempre interviene, con lettere, colloqui, fino a far riscoprire all’altro il vero volto della Chiesa.
A 59 anni le viene annunciata una malattia che ben presto manifesta tutta la sua gravità: davanti a lei non restano che pochi mesi.
Da quel momento la sua vita è un’impennata in Dio, mentre continua ad essere sempre felice, come aveva promesso anni prima a Gesù. Ed il suo letto si trasforma in una cattedra di vita.
In Cristo la morte non c’è, c’è la vita, e lei ripete fino all’ultimo istante: “Voglio testimoniare che la morte è vita”. E lo fa, gioiosamente, eroicamente fino alla fine, andando sempre al di là del dolore.
Non si lamenta e rifiuta i calmanti.
Vuole restare lucida, sempre pronta a dire il suo sì pieno a quel Dio che l’aveva affascinata da giovane e che ora le chiede il dono della vita.
Negli ultimi giorni sembra che sia sotto un’anestesia divina tanto riesce - pur tra la sofferenza - a trasmettere attorno a sé sacralità e gioia piena: “Sono come in una voragine d’amore. Sono troppo felice”.
Inabissata in una realtà paradisiaca, incontra lo Sposo il 27 febbraio 1990. Con queste parole Chiara annuncia a tutto il Movimento che Renata è partita: “Ora abbiamo in cielo un angelo per il quale non so trovare aggettivi adeguati”.


Fonte:
www.loppiano.it

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Aggiunto/modificato il 2008-07-15

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