In casa sua, a Nembro in Val Seriana, si mangia pane e miseria, anzi più polenta che pane. Siamo nel 1912, quando due braccia robuste e laboriose sono una benedizione e, anche per questo, studiare non è una priorità. Lui, che ha collezionato una sfilza di quattro e che ha ripetuto la prima e la seconda elementare, a 12 anni si ritrova alla Scuola Apostolica di Albino perchè è considerato sano, vivace e buono, dato che ogni mattina si alza quando è ancora buio per andare a servire la prima messa. Davanti a sé un seminario tetro, la prospettiva di dover studiare tanto e l’obiettivo, a dire il vero abbastanza nebuloso, di un giorno diventare missionario dehoniano. I superiori ce la mettono tutta a modellare quel carattere un po’ ribelle e svagato e quell’intelligenza abbastanza intorpidita, ma alla fine non possono che essere contenti dei progressi che il ragazzo registra, sia nel comportamento che nello studio. Anche se prima di ammetterlo all’ordinazione gli fanno fare anticamera e gli chiedono di fare per alcuni anni il “prefetto” dei seminaristi giovani, incarico in cui riesce particolarmente bene, facendosi amare dai ragazzi. Intanto la vocazione si chiarisce e si fortifica e aumenta il desiderio del martirio, sull’esempio dei martiri messicani di cui sente parlare. Ordinato il 26 giugno 1938, dopo ancora un anno di teologia, mentre sogna di partire missionario, possibilmente in direzione della Cina, l’ordine, inaspettato e perentorio di andare a Roma, a continuare gli studi al Biblico: segno che il ragazzino svogliato e dagli scarsi risultati scolastici ha fatto parecchia strada, ma anche segno di quanto poco ci voglia ad infrangere un progetto missionario accarezzato da vent’anni. Obbedisce in nome del voto fatto e non delude: risultati brillanti, prima al Biblico e poi all’Urbaniana, licenziato in teologia “cum laude” ed ormai ad un passo dalla laurea, nel 1943 viene richiamato dai Superiori a Bologna, ad insegnare Sacra Scrittura: nuova delusione per la mancata laurea e nuova obbedienza che gli costa tanto. Intanto, la guerra dilaga e si comincia a vivere nella paura dei bombardamenti. Così la scuola deve spostarsi, e lui con essa, finché con l’assestamento della linea gotica sull’appennino tosco-emiliano viene a trovarsi davvero al centro della guerra. Poiché si sente inesauribilmente prete, anzi, missionario, non si adatta certo al ruolo di prete “imboscato”. Sente l’urgenza della pastorale, notando l’indifferenza alla fede, l’abbandono della pratica religiosa, la necessità urgente di sradicare l’odio e la diffidenza dai cuori. A luglio 1944 la comunità si trasferisce a Burzanella, un paese a mille metri d’altezza, lontano dalle principali vie di comunicazione, dove in teoria la vita dovrebbe essere più tranquilla. Qui si trova, invece, al centro di rappresaglie e rastrellamenti durante i quali lui si espone: per amministrare gli ultimi sacramenti ai giustiziati, aiutare gli sfollati, spegnere gli incendi. Diventa un personaggio scomodo, ingombrante, che suscita diffidenza da una parte e dall’altra, dato che lui, non facendo “differenze di persone”, aiuta indistintamente tutti e da ciascuno può così essere considerato una spia. Decide allora di trasferirsi a Sarzano, per aiutare un parroco anziano e qui trova anche don Elia Comini, un giovane salesiano sfollato come lui, che si dà un sacco da fare. Lui sceglie di andare per i monti, a cercare contadini nelle cascine e partigiani nei bivacchi, per evangelizzare, annunciare, confortare, perché continua a sentirsi profondamente missionario, mentre non rinuncia ad andare a predicare ovunque lo chiamino. Comincia ad essere guardato con sospetto dai tedeschi, tanto che anche i Superiori se ne accorgono e decidono di trasferirlo altrove. Questa volta disobbedisce, semplicemente per non lasciare senza assistenza religiosa tutte le persone con cui è venuto a contatto in quei mesi. Continua a fare il prete, cosciente del rischio che corre, anche il 29 settembre 1944, quando insieme a don Comini accorre per soccorrere un ferito: entrambi arrestati dai tedeschi, dopo due giorni di crudele prigionia, il 1° ottobre vengono falciati dalle mitragliatrici delle SS, insieme ad altri 44 prigionieri. Prima di morire ancora il gesto sacerdotale di un’ultima benedizione agli altri moribondi. Aveva solo 32 anni Padre Martino Capelli, missionario mancato e martire esaudito, di cui nel 1995 la Chiesa bolognese ha aperto ufficialmente la causa di beatificazione.
Autore: Gianpiero Pettiti
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Aggiunto il 2011-01-15
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