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Servo di Dio Martino (Nicola) Capelli Sacerdote dehoniano

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Nembro, Bergamo, 20 settembre 1912 - Pioppe di Salvaro, Bologna, 1 ottobre 1944

Nacque da Martino e Teresa Bonomi, nel 1924 entrò nella Scuola Apostolica di Albino dei Padri Dehoniani. Nel 1930 emise la prima Professione religiosa nel Noviziato di Albisola Superiore e fu ordinato sacerdote a Bologna il 26 giugno 1938 dal Card. Arcivescovo Nasalli Rocca. Dall'ottobre 1943 era professore allo Studentato delle Missioni sfollato a Castiglione: la zona era frequentata da partigiani. Padre Capelli aveva sempre tenuto con essi un contegno prudente e riservato, tanto che quelli l’avevano creduto un cappellano militare repubblicano che spiasse i loro passi…Come attestano anche padre Franchini e padre Cattoi, questo bergamasco dalla parola franca che scaturiva da meditati silenzi, non esitò a contestare atteggiamenti e metodi che portavano a colpire inconsultamente persone innocenti e a scatenare terribili ritorsioni; e insieme si rese disponibile a un dialogo franco e fraterno che padre Girardi non esita a definire una vera e propria catechesi. Fu catturato e fucilato dai nazisti con il sacerdote salesiano Don Elia Comini.



In casa sua, a Nembro in Val Seriana,  si mangia pane e miseria, anzi più polenta che pane. Siamo nel 1912, quando due braccia robuste e laboriose sono una benedizione e, anche per questo, studiare non è una priorità.  Lui, che ha collezionato una sfilza di quattro e che ha ripetuto la prima e la seconda elementare, a 12 anni si ritrova alla Scuola Apostolica di Albino perchè è considerato sano, vivace e buono, dato che ogni mattina si alza quando è ancora buio per andare a servire la prima messa. Davanti a sé un seminario tetro, la prospettiva di dover studiare tanto e l’obiettivo, a dire il vero abbastanza nebuloso, di un giorno diventare missionario dehoniano. I superiori ce la mettono tutta a modellare quel carattere un po’ ribelle e svagato e quell’intelligenza abbastanza intorpidita, ma alla fine non possono che essere contenti dei progressi che il ragazzo registra, sia nel comportamento che nello studio. Anche se prima di ammetterlo all’ordinazione gli fanno fare anticamera e gli chiedono di fare per alcuni anni il “prefetto” dei seminaristi giovani, incarico in cui riesce particolarmente bene, facendosi amare dai ragazzi. Intanto la vocazione si chiarisce e si fortifica e aumenta il desiderio del martirio, sull’esempio dei martiri messicani di cui sente parlare. Ordinato il 26 giugno 1938, dopo ancora un anno di teologia, mentre sogna di partire missionario, possibilmente in direzione della Cina, l’ordine, inaspettato e perentorio di andare a Roma, a continuare gli studi al Biblico: segno che il ragazzino svogliato e dagli scarsi risultati scolastici ha fatto parecchia strada, ma anche segno di quanto poco ci voglia ad infrangere un progetto missionario accarezzato da  vent’anni. Obbedisce in nome del voto fatto e non delude: risultati brillanti, prima al Biblico e poi all’Urbaniana, licenziato in teologia “cum laude” ed ormai ad un passo dalla laurea, nel 1943 viene richiamato dai Superiori a Bologna, ad insegnare Sacra Scrittura: nuova delusione per la mancata laurea e nuova obbedienza che gli costa tanto. Intanto, la guerra dilaga e si comincia a vivere nella paura dei bombardamenti. Così la scuola deve spostarsi, e lui con essa, finché con l’assestamento della linea gotica sull’appennino tosco-emiliano viene a trovarsi davvero al centro della guerra. Poiché si sente inesauribilmente prete, anzi, missionario, non si adatta certo al ruolo di prete “imboscato”. Sente l’urgenza della pastorale, notando l’indifferenza alla fede, l’abbandono della pratica religiosa, la necessità urgente di sradicare l’odio e la diffidenza dai cuori. A luglio 1944 la comunità si trasferisce a Burzanella, un paese a mille metri d’altezza, lontano dalle principali vie di comunicazione, dove in teoria la vita dovrebbe essere più tranquilla. Qui si trova, invece, al centro di rappresaglie e rastrellamenti durante i quali lui si espone: per amministrare gli ultimi sacramenti ai giustiziati, aiutare gli sfollati, spegnere gli incendi. Diventa un personaggio scomodo, ingombrante, che suscita diffidenza da una parte e dall’altra, dato che lui, non facendo “differenze di persone”, aiuta  indistintamente tutti e da ciascuno può così essere considerato una spia. Decide allora di trasferirsi a Sarzano, per aiutare un parroco anziano e qui trova anche don Elia Comini, un giovane salesiano sfollato come lui, che si dà un sacco da fare. Lui sceglie di andare per i monti, a cercare contadini nelle cascine e partigiani nei bivacchi, per evangelizzare, annunciare, confortare, perché continua a sentirsi profondamente missionario, mentre non rinuncia ad andare a predicare ovunque lo chiamino. Comincia ad essere guardato con sospetto dai tedeschi, tanto che anche i Superiori se ne accorgono e decidono di trasferirlo altrove. Questa volta disobbedisce, semplicemente per non lasciare senza assistenza religiosa tutte le persone con cui è venuto a contatto in quei mesi. Continua a fare il prete, cosciente del rischio che corre, anche il 29 settembre 1944, quando insieme a don Comini accorre per soccorrere un ferito: entrambi arrestati dai tedeschi, dopo due giorni di crudele prigionia, il 1° ottobre vengono falciati dalle mitragliatrici delle SS, insieme ad altri 44 prigionieri. Prima di morire ancora il gesto sacerdotale di un’ultima benedizione agli altri moribondi. Aveva solo 32 anni  Padre Martino Capelli, missionario mancato che aspirava al martirio, di cui nel 1995 la Chiesa bolognese  ha aperto ufficialmente la causa di beatificazione.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2011-01-15

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