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Servi di Dio Settimio Manelli e Licia Gualandris Sposi, terziari francescani

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Settimio: Teramo, 25 aprile 1886 - Roma, 26 aprile 1978
Licia: Nembro, Bergamo, 13 luglio 1907 - Roma, 18 genaio 2004

Si sposarono nel 1926 a Roma e qui vissero per più di cinquant'anni insieme. Ebbero ventuno figli. Tra loro padre Stefano Maria Manelli, sacerdote francescano conventuale, fondatore dei francescani dell’Immacolata, cui si aggiunse poi anche il ramo femminile. Anche sei nipoti sono religiosi. Figli spirituali di San Pio da Pietrelcina, Settimio e Licia frequentarono a lungo San Giovanni Rotondo. Furono terziari francescani. La loro causa di beatificazione e canonizzazione si è aperta ufficialmente a Roma nell’aula della Conciliazione il 20 dicembre 2010. La fase diocesana si è chiusa il 27 Giugno 2014, con il trasferimento degli atti alla Congregazione della Cause dei Santi.



La storia dei Servi di Dio Settimio e Licia Manelli è una bellissima storia, una storia che nasconde un segreto. Il segreto di questa coppia fu l’integrità, la fede in Dio, il saper amare e donarsi reciprocamente l’un l’altro e riporre la propria fiducia unicamente nella Provvidenza, tanto che ebbero 21 figli e vissero per più di cinquant’anni insieme.
Furono figli spirituali di padre Pio il quale definì Settimio «un cristiano tutto d’un pezzo che attua il Vangelo alla perfezione». Un uomo e una donna esemplari nella loro paternità e maternità che, gioiosi nel comprendersi e nell’amarsi, donandosi reciprocamente, pazienti nell’educare, sono diventati un padre ed una madre esemplari, una coppia che davvero merita di essere ricordata come esempio di perfezione cristiana.
Ma vediamo ora alcuni cenni biografici dei protagonisti di questa storia: Settimio nacque a Teramo (Abruzzo) nel 1886 e morì a Roma nel 1978. Appassionato dell’arte e della cultura umanistica in tutta la sua profondità, da giovane subì l'influsso del superomismo e del Decadentismo. Partecipò alla Prima Guerra Mondiale e, da ufficiale dell'aviazione, si guadagnò i gradi di capitano per meriti di guerra. Affascinato dalle esperienze militari e dalla Vittoria, Settimio continuò nel dopoguerra a trascurare la vita spirituale ed a vivere una vita morale disordinata. 
Una volta congedato, dopo aver conseguito la laurea in Lettere e filosofia e aver completato tutti gli esami di Giurisprudenza, visse una vita  interamente dedicata alla sua passione di scrittore e all’insegnamento, divenendo professore e preside nelle scuole medie. Da preside dovette anche sopportare la persecuzione da parte del Fascismo e della Massoneria alla quale però non cedette assolutamente. Ma ritornando al periodo di prima della conversione, va detto che Settimio, pur avendo trascorso molti anni della sua giovinezza e maturità immerso nelle attrattive del mondo, non rimase mai completamente estraneo a quelle inquietudini nella ricerca del bene e della verità, che la Provvidenza di Dio gli instillava paternamente nell’anima. Alla soglia dei quarant’anni, quindi, dopo alcune terribili esperienze personali, sentì finalmente un tale senso di agitazione e rimorso da cadere in una salutare crisi spirituale, che lo portò a incontrare Cristo attraverso il Santo cappuccino del Gargano. Incontrò san Pio da Pietrelcina nel 1924 e, di lì a poco, si convertì divenendo un suo fedelissimo figlio spirituale.
Dopo aver conosciuto a San Giovanni Rotondo il Santo frate, Settimio pensò, per qualche tempo, di farsi persino sacerdote. Per questo motivo partecipò ad un corso di Esercizi spirituali, dal quale uscì però confermato nel proposito di rispondere alla sua vera vocazione, quella al matrimonio ed alla famiglia.
La conversione di Settimio alla scuola di Padre Pio fu immediata e integrale. Dopo averlo incontrato, infatti, il Cappuccino disse così di lui: «È un’altra anima guadagnata a Gesù». Da quel momento, come ha riconosciuto Mons. Slawomir Oder, già postulatore dei processi di beatificazione e canonizzazione di San Giovanni Paolo II, nel Discorso nella conclusione dell’Inchiesta diocesana per i Servi di Dio Licia e Settimio Manelli nel giugno 2014, il prof. Manelli «iniziò una nuova vita tutta protesa verso la santità liberandosi con sollecitudine da tutto ciò che impediva o rallentava la sua ascesa a Dio e rinunciando alle attrattive mondane»
Dopo la conversione Settimio indirizzò i suoi interessi culturali allo studio dei grandi dottori e mistici: da san Tommaso d’Aquino a san Bonaventura, da sant’Agostino a santa Teresa d’Avila a san Giovanni della Croce. Tuttavia, il primo posto nella sua vita l’hanno avuto sempre Gesù e il Vangelo, che conosceva a memoria e citava ogni qual volta gli era possibile. «Egli non solo credeva in Cristo, – aggiunge Mons. Oder - ma ne era strenuo difensore: combatteva a viso aperto i nemici di Gesù e della Chiesa senza mai scendere a compromessi, neppure quando ciò avrebbe potuto garantire a lui e alla sua famiglia un livello di vita più elevato». Padre Pio un giorno disse ai fedeli radunati intorno a lui, mentre Settimio gli andava incontro: «Quest’uomo vive il Vangelo integralmente».
Prima di conoscere la futura sposa, Settimio chiese continuamente al Signore di fargli conoscere una brava ragazza con la quale formare una famiglia secondo il piano di Dio. Ed il Signore lo accontentò, mettendo sul suo cammino la giovane Licia Gualandris di circa 20 anni più giovane.
Se la vita di Settimio passa anche per una conversione in età piuttosto adulta, così non è stato per Licia. Nata il 13 luglio 1907 a Nembro, in provincia di Bergamo, da ragazza si formò spiritualmente sotto la guida di un pio sacerdote, che le trasmise un particolare amore per Gesù e per i Sacramenti dell’Eucaristia e della Confessione. Dopo aver frequentato le scuole tecniche, facendosi notare per la sua serietà e il profitto nello studio, Licia si sposò giovanissima, a 19 anni appena compiuti, con Settimio. Insieme fondano una famiglia numerosa, sentendosi chiamati a questa benemerita vocazione fin dall’inizio del loro matrimonio, ed intraprendono un cammino spirituale sotto la benedizione, la guida e l’assistenza continua di San Pio da Pietrelcina. Inizia così il loro fecondo cammino di santità…
Sin da subito dimostrarono una fiducia illimitata nella Provvidenza e un’apertura totale  alla vita, tanto che ebbero, come detto, 21 figli, di cui 13 viventi, 3 vissuti solo pochi mesi e 5 saliti direttamente in cielo, 48 nipoti e 89 pronipoti! Ed in un tempo di bassa scolarizzazione riuscirono a far laureare ben 8 figli .
Uno dei figli è il vivente padre Stefano Maria Manelli, fondatore nel 1970 dei Frati e successivamente delle Suore Francescane dell’Immacolata.
Pur fedele alle esigenze di una famiglia così impegnativa, Licia Gualandris non trascurò mai la preghiera personale,  partecipando ogni giorno alla S. Messa mattutina. In particolare, alla scuola di Padre Pio, Licia ha sempre recitato con devozione e diligenza il Santo Rosario e, difatti, come testimoniano i figli, si poteva vederla a tutte le ore, di giorno e di notte, con la Corona in mano, soprattutto quando i figli sono diventati un po' più grandi.
Ha svolto il suo compito di moglie con fedeltà e amore, dedicando tutta la sua vita alla numerosa famiglia, in tempi di guerra e quando non c'erano tutte le comodità che abbiamo noi. Una volta, poiché particolarmente sconfortata e provata dai tanti sacrifici, si rivolse a Padre Pio per ricevere conforto, San Pio, per la abnegazione certamente non comune, la consolò dicendole che «mamma» significa  «martire». Le numerose testimonianze raccolte parlano quindi di una donna straordinaria con il sorriso costante, per la preghiera incessante e per una carità davvero soprannaturale. Come Settimio anche Licia è stata terziaria francescana.
Ha scritto di lei Mons. Oder: «La sua fedeltà, la sua devozione, la sua passione per la Santa Messa e la Comunione erano evidentissime. Tra coloro che l’hanno conosciuta molti hanno testimoniato di aver ricevuto edificazione dal suo atteggiamento di riverenza e raccoglimento nel partecipare alla Santa Messa, durante la quale appariva totalmente immersa dal Mistero che si celebrava. Dava molta importanza anche alla vita di preghiera della sua famiglia: ai suoi figli, fin da quando erano bambini, insegnava a pregare, a fare piccoli “fioretti”, soprattutto durante la Quaresima, le novene e i mesi mariani. In particolare, ci teneva a far loro ascoltare, durante le domeniche e le feste, la Santa Messa, preparandoli con cura alla Confessione settimanale» [S. Order, Discorso nella conclusione dell’Inchiesta diocesana per la Beatificazione e Canonizzazione dei Servi di Dio Settimio Manelli e Licia Gualandris, Roma 27 giugno 2014].
I figli la ricordano come un tipo schietto e attivo, con un temperamento molto determinato che l’ha aiutata nella cura del marito e nell’educazione dei figli. «Ogni sera - ha scritto uno dei figli, Pio Manelli - ci radunava intorno alla sua sedia, vicino alla stufa per recitare insieme il Santo Rosario; altro che televisione, cinema o balli! Era lì la forza di mia Madre, da lì è nata nei figli la volontà di studiare, sistemarsi e praticare una vita da veri cristiani». La sera, ricordano sempre i figli, prima di andare a letto  passava con un crocifisso in tutte le stanze per benedirli uno per uno.
Tutta la vita di Settimio e Licia, insieme a molte gioie, è stata costellata da piccole e grandi croci, che entrambi hanno sempre accettato perché pienamente consapevoli che tutte rispondevano alla Volontà di Dio. Per farvi fronte la loro forza era nella preghiera, nella quotidiana frequenza ai Sacramenti e nel raccoglimento che nelle loro anime è aumentato nel tempo.
La famiglia è la prima “palestra” della santità e quella di Settimio e Licia è stata senza dubbio un ambiente in cui è stato possibile respirare, anche nei dettagli più piccoli, l’ideale di vita cristiano.
In oltre cinquant’anni di matrimonio seppero condurre quella lotta che reca le gioie più belle e durature. Così era la loro vita, una continua lotta e Settimio, nei momenti più drammatici, diceva che «finché c’è lotta c’è vita» e quindi «coraggio e sempre avanti, confidando in Dio e nell’aiuto dell’Immacolata!».
I coniugi Manelli non solo riuscirono a crescere i figli che ebbero in dono, ma pure a offrire loro un’educazione integrale per affrontare l’avventura dell’esistenza.
La loro vita sprigiona una tale forza di fecondità spirituale ed umana che non potevamo non raccontarla! 


Autore:
Sara Deodati


Fonte:
www.lanuovabq.it


Note:
Per Approfondire: www.settimioelicia.com

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Aggiunto/modificato il 2021-08-09

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