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Beato Giovanni Orsini Vescovo

26 dicembre

Rivalta, Torino, 1333 - Torino, 1411

Giovanni Orsini nacque nel 1333 da una nobile famiglia di Rivalta. A Torino intraprese gli studi ecclesiastici, diventando dottore in legge. Divenne canonico della Cattedrale di Torino e abate commendatario di Rivalta. Si dedicò molto alla predicazione e alle confessioni.Nel 1364 divenne vescovo di Torino. Intraprese subito la visita pastorale della vasta diocesi. Zelante nel suo ministero episcopale, congiunse fortezza e bontà, con una grande carità verso i poveri.Delegò vari religiosi alla predicazione contro l’eresia valdese (fra cui saranno martiri i domenicani Pietro Cambiani e Antonio Pavonio). Si adoperò per il ritorno a Roma del papa di Avignone. Sostenne il papato di Clemente VII.Nel 1388 fu eletto cardinale e legato apostolico alla corte del re Carlo VI.Morì nel 1411, dopo 47 anni di prelatura vescovile. Fu sepolto nella cattedrale.


Giovanni Orsini nacque nel 1333 nella nobile famiglia dei Signori di Rivalta, presso Torino. Figlio di Guglielmo, ebbe numerosi fratelli, tra i quali Pietro che sarà anch’egli religioso. Giovanni condusse fin da ragazzo una vita esemplare, intraprese gli studi ecclesiastici, licenziandosi in legge. Fu investito della commenda dell’abbazia di Rivalta che, grazie all’affiliazione del 1266 ai cistercensi di Staffarla, era tornata al passato splendore. Molti membri della sua famiglia, lungo i secoli, ricopriranno tale incarico. Nobile tanto nei natali, quanto nell’animo, acquisì una profonda dottrina, era dedito alle opere buone, soccorreva i poveri e dedicava molto tempo alla predicazione e alle confessioni. Era il successore ideale per la cattedra di S. Massimo e nel 1364 fu eletto vescovo di Torino. Fu un pastore zelante, che unì la fermezza necessaria per svolgere il suo compito delicato in tempi assai complessi per la Chiesa, all’innata bontà. Nell’ampio territorio della diocesi erano molte le situazioni problematiche cui far fronte. Nel 1367 il pio prelato visitò la Val Susa e riscontrò che in molte parrocchie vi erano disagi a causa delle guerre e delle continue scorribande dei soldati. I predecessori avevano tentato di porvi rimedio, ma senza grandi risultati. Il 5 settembre 1368 inviò le lettere convocatorie per l’indizione di un sinodo che si celebrò nella chiesa maggiore di San Salvatore. Purtroppo non ci sono pervenuti gli atti anche se sappiamo che furono pubblicati nel 1403. Intraprese quindi la visita pastorale, iniziando dalle valli di Luserna e Angrogna dove maggiore era il pericolo della diffusione delle eresie. I valdesi, in particolare, provenienti dalla Francia, si erano stabiliti, sul principio del secolo precedente, nelle vallate di confine. Giovanni fece la visita con un inquisitore e diversi collaboratori. Si rivolgevano principalmente ai capi delle comunità, detti "barba", perché con la loro conversione era più facile convincerne i seguaci. In casi estremi, secondo le leggi del tempo, gli ostinati potevano essere puniti con la pena capitale. Era ancora vivo il ricordo dell’assassinio a Susa del beato Pietro da Ruffia, avvenuto proprio ad opera dei valdesi il 2 febbraio 1365, mentre Bricherasio fu teatro del martirio del beato Antonio Pavoni avvenuto la domenica in Albis del 1374. Il papa scrisse una lettera di incoraggiamento indirizzandola al Conte Amedeo e al vescovo Giovanni. Gli assassini furono in seguito catturati e giudicati. Tutti gli ecclesiastici erano tenuti a collaborare con l’inquisitore e il vescovo, fondamentalmente con la predicazione nelle chiede delle verità della fede. Emblematico è il caso di un chierese, Giacomo Bech, che il 21 agosto 1388, nel palazzo episcopale di Torino, fu ascoltato dall’Orsini, alla presenza dell’inquisitore. Era vissuto nei pressi di Firenze e a Perugia ed era entrato in contatto con una comunità di "apostolici", in parte originaria del torinese. Gli interrogatori erano fatti sia nel palazzo vescovile che nel "castrum" del Drosso, che era feudo episcopale e in cui abitualmente Giovanni risiedeva.
Importante fu l’aiuto che l’Orsini diede alle Clarisse di Carignano, come si evince in una patente del 3 giugno 1372 ove confermava alle monache i diritti acquisiti. Il loro monastero non era in buone condizioni e sorgeva in luogo non sicuro a causa delle guerre. Le suore ripararono in case private sotto la parrocchia di s. Remigio poi, quando fu possibile, decisero di ricostruire l’antico sito, contro il volere degli abitanti. Le religiose ricorsero al Conte Amedeo di Savoia e al vescovo Giovanni. Per motivi di giurisdizione contro la nuova costruzione insorse anche l’abate di Chiusa S. Michele. Le clarisse fecero ricorso a papa Gregorio XI che era in Avignone. Non presentandosi alcuno per conto dell’abate, fu data ragione all’operato del vescovo. Il medesimo abate fu protagonista di altre controversie per la giurisdizione delle parrocchie di Giaveno, Sant’Ambrogio, Prarostino e Carignano e mosse persino accuse al papa. Giovanni fu incaricato di mediare, ma si arrivò alla scomunica.
Grande preoccupazione del vescovo Orsini fu quella di contrastare una certa rilassatezza dei costumi nel clero e promulgò alcune norme perché gli ecclesiastici rispettassero i sacri canoni. Grazie al suo impegno riportò alla fede molti fedeli che se ne erano allontanati. La permanenza del papa ad Avignone, causava in alcune comunità delle divisioni. Erano i tristi tempi dello Scisma d’Occidente (che si sarebbe risolto solo nel 1415). Il cardinale Egidio Albornoz, che aveva il difficile compito di restaurare lo stato della Chiesa in Italia, nelle sue visite piemontesi, ebbe il sostegno morale ed economico di Giovanni. Il presule torinese collaborò al ritorno a Roma, seppur temporaneo, del Beato Papa Urbano V. Nel 1370 fu eletto papa Gregorio XI che tornò in Italia solo nel 1377 in un contesto più che mai complesso. Fu nominato antipapa Clemente VII che si stabilì ad Avignone. La Chiesa era spaccata in due. Giovanni, come gli altri presuli della Savoia e della Francia, sostenne Clemente.
Grande stima avevano per il “beato” Giacomo di Savoia e Guglielmo d’Acaja che lo nominò suo esecutore testamentario. Durante il suo lungo episcopato Giovanni fece importanti concessioni. Autorizzò gli abitanti di Fossano nel 1380 a riedificare la Collegiata di S. Maria e di S. Giovenale, mentre alle clarisse di Carignano, all’abate di Rivalta e al vicario di Lanzo condonò molti debiti. Nel 1395 approvò l’elezione di Aimone da Romagnano a preposito dei Canonici del Moncenisio. Dopo un lungo e fruttuoso episcopato, ben quarantasette anni, Giovanni morì nel giugno 1411. Fu sepolto in cattedrale, si diffuse la fama della sua santità e sul suo sepolcro si verificarono grazie, come venne registrato negli atti capitolari. In un documento del 21 febbraio 1438 si lamentava che dal sepolcro il popolo portava via gli ex-voto. Purtroppo le spoglie si persero nei lavori di ricostruzione della cattedrale fatti alla fine del secolo XV e forse per questo motivo il suo culto andò diminuendo e non fu mai confermato, anche se unanimemente tutti gli storici ne lodarono i meriti. In alcune cappelle di Rivalta fu effigiato con berretta cardinalizia e aureola. Nel duomo di Torino è oggi posta una lapide in un monumento cinquecentesco con un’epigrafe incisa nel 1892 che indica la presenza delle ceneri di un uomo le cui virtù sono note solo a Dio. Alcuni studiosi vi collocherebbero la tomba del vescovo di Rivalta mentre, a causa delle complesse vicende storiche della Chiesa di quei decenni, non è certa la nomina cardinalizia avvenuta nel 1388 e a legato apostolico alla corte del re Carlo VI.


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto il 2009-05-13

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