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> Home > Sezione I santi che iniziano con la lettera M > Beata Maria Xoum Yochida Condividi su Facebook

Beata Maria Xoum Yochida Moglie del Beato Giovanni, martire

Festa: 10 settembre

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† Nagasaki, Giappone, 10 settembre 1622

Giovanni era nativo di Meaco; si trasferì da giovane a Nagasaki ove ricevette l'educazione cristiana ed il battesimo dai padri della Compagnia di Gesù. Dopo il matrimonio con Maria, dalla quale ebbe figli, continuò a dare valido aiuto ai padri della Compagnia nella diffusione del Vangelo. Quando nel 1614 la persecuzione scoppiò feroce contro i missionari cristiani stranieri, espulsi dal paese, Giovanni ne ospitò alcuni ben sapendo il rischio a cui si esponeva, giacché la legge puniva con la morte i giapponesi trovati rei di tale violazione. Fra i suoi ospiti ebbe Alfonso de Mena. Il 15 marzo 1619 il missionario venne qui scoperto ed imprigionato. La stessa sorte subì Giovanni che venne rinchiuso nelle carceri di Nagasaki. Il 17 novembre fu interrogato dal governatore Gonrocu che tentò di fargli rinnegare la fede. Il giorno seguente con altri quattro compagni fu arso vivo sulla collina di Nagasaki. Le ossa furono spezzate e gettate assieme a quelle dei suoi compagni di martirio in mare; i cristiani riuscirono a ripescarne alcune. La moglie Maria fu decapitata il 10 settembre 1622.

Etimologia: Dall'ebraico 'Miryam', significato discusso: 'amata da Dio', 'signora', o 'ribelle'.

Emblema: Palma del martirio, spada (strumento del martirio per decapitazione), abito giapponese tradizionale del periodo Edo.


Maria Yoshida nacque in un Giappone che stava vivendo un'esperienza cristiana straordinaria e destinata a durare poco. Tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo, la missione gesuitica avviata da Francesco Saverio nel 1549 aveva ottenuto risultati sorprendenti: centinaia di migliaia di giapponesi avevano abbracciato il cristianesimo, erano sorte chiese, seminari, confraternite. Nagasaki era diventata il centro principale della presenza cristiana, una città dove la fede nuova si mescolava con la tradizione giapponese creando una spiritualità originale e profondamente radicata.
In questo contesto Maria crebbe e conobbe Giovanni Yoshida Xoum, originario di Meaco (l'attuale Kyoto), trasferitosi giovane a Nagasaki. Qui Giovanni aveva ricevuto l'educazione cristiana e il battesimo dai padri della Compagnia di Gesù. Il matrimonio tra Maria e Giovanni seguì probabilmente i canoni della comunità cristiana giapponese: unione benedetta dalla Chiesa, vissuta nella condivisione della fede e nell'impegno missionario. Dalla coppia nacquero figli, anche se le fonti non conservano i loro nomi né i dettagli delle loro vite.

L'impegno nella comunità cristiana
Giovanni non si limitò a vivere privatamente la propria fede. Divenne un collaboratore attivo dei missionari gesuiti, impegnato nella diffusione del Vangelo e nel sostegno alla comunità cristiana. Il suo ruolo era quello di molti laici giapponesi dell'epoca: catechisti, traduttori, organizzatori, coloro che permettevano alla missione di funzionare nonostante la scarsità di sacerdoti rispetto al numero crescente di fedeli. Maria condivideva questo impegno, sostenendo il marito e partecipando attivamente alla vita della comunità.
La coppia ospitò nella propria casa missionari e religiosi, offrendo loro rifugio e assistenza. Questa pratica era comune tra i cristiani giapponesi più impegnati, ma comportava rischi enormi. Chi aiutava i missionari stranieri, considerati una minaccia per l'ordine politico dello shogunato, rischiava la pena di morte. Eppure Giovanni e Maria continuarono, consapevoli del pericolo ma fedeli alla propria scelta di fede.

La persecuzione del 1614
Nel 1614 lo shogun Tokugawa Ieyasu emanò l'editto di proscrizione del cristianesimo. I missionari stranieri furono espulsi, le chiese distrutte, i giapponesi cristiani costretti a scegliere tra l'abiura e la persecuzione. Iniziava così una delle più dure persecuzioni religiose della storia moderna, che sarebbe durata oltre un secolo e avrebbe prodotto centinaia di martiri.
Giovanni fu tra coloro che decisero di rimanere in Giappone e continuare a sostenere la comunità cristiana clandestina. Ospitò nella propria casa il missionario Alfonso de Mena, nascondendolo dalle autorità. Fu un atto di coraggio consapevole: la legge puniva con la morte i giapponesi che davano rifugio ai missionari. Maria condivise questa scelta, accettando i rischi che ne derivavano per sé e per la propria famiglia.

L'arresto e il martirio di Giovanni
Il 15 marzo 1619 il nascondiglio fu scoperto. Alfonso de Mena venne arrestato e con lui Giovanni Yoshida Xoum. Entrambi furono rinchiusi nelle carceri di Nagasaki in attesa del processo. Il 17 novembre Giovanni fu interrogato dal governatore Gonrocu, che tentò di farlo rinunciare alla fede cristiana. Le cronache dell'epoca raccontano che il governatore usò minacce e promesse, ma Giovanni rimase irremovibile.
Il 18 novembre 1619 Giovanni fu condotto sulla collina di Nagasaki insieme a quattro compagni e condannato al rogo. Il supplizio del fuoco era riservato ai cristiani più irriducibili, coloro che rifiutavano categoricamente di abiurare. Giovanni morì tra le fiamme, e le sue ossa furono spezzate e gettate in mare insieme a quelle dei compagni. Alcuni cristiani riuscirono tuttavia a recuperarne alcune, conservandole come reliquie.
Maria assistette al martirio del marito. Rimase vedova con i figli da crescere, sola di fronte a una persecuzione che si faceva sempre più dura. Avrebbe potuto scegliere la prudenza, mimetizzarsi, abbandonare le pratiche cristiane per salvare sé stessa e la propria famiglia. Scelse invece di rimanere fedele alla fede che aveva condiviso con Giovanni.

Gli anni della clandestinità
I tre anni che separano il martirio di Giovanni da quello di Maria furono probabilmente anni di vita nascosta, nella comunità cristiana clandestina di Nagasaki. Le fonti non raccontano dettagli di questo periodo, ma è possibile immaginare le difficoltà: una vedova con figli, in una città sotto stretto controllo delle autorità, dove i cristiani erano ricercati e denunciati.
Maria continuò a vivere la propria fede, partecipando alle riunioni clandestine, sostenendo altri cristiani, mantenendo viva la memoria del marito martire. La sua testimonianza era tanto più significativa in quanto donna: le donne giapponesi cristiane ebbero un ruolo fondamentale nel mantenere viva la comunità durante la persecuzione, trasmettendo la fede ai figli, organizzando le riunioni segrete, sostenendo i missionari nascosti.

Il Grande Martirio di Genna
Il 10 settembre 1622 scoppiò a Nagasaki una delle più cruente persecuzioni della storia del cristianesimo giapponese. È passato alla storia come il "Grande Martirio di Genna" (dall'era Genna, 1615-1624): cinquantacinque cristiani furono condannati a morte in un solo giorno, tra sacerdoti stranieri, religiosi e laici giapponesi. Fu un colpo durissimo inferto dallo shogunato alla comunità cristiana, un messaggio chiaro: il cristianesimo non sarebbe stato tollerato.
Maria Yoshida fu tra i condannati di quel giorno. Arrestata probabilmente nelle retate che precedettero il 10 settembre, fu processata e condannata alla decapitazione. Le cronache dell'epoca elencano i nomi dei martiri di quel giorno: accanto a Maria troviamo altri laici giapponesi, donne e uomini, che avevano scelto di non abiurare.
La decapitazione era il metodo di esecuzione riservato ai giapponesi, mentre gli stranieri erano generalmente condannati al rogo o alla crocifissione. Maria salì al patibolo con coraggio, confermando fino all'ultimo la propria fede. Con lei morirono quel giorno decine di altri cristiani, la cui memoria è stata conservata dalle comunità clandestine che sopravvissero alla persecuzione.

La memoria e la beatificazione
La memoria di Maria Yoshida è rimasta viva nelle comunità cristiane giapponesi che sopravvissero nella clandestinità per oltre due secoli, i cosiddetti "kakure kirishitan" (cristiani nascosti). Quando il Giappone riaprì le frontiere nella seconda metà dell'Ottocento, questi cristiani emersero dal nascondiglio, rivelando una fede che era sopravvissuta senza sacerdoti, senza chiese, trasmessa di generazione in generazione.
Maria fu beatificata da Papa Pio IX il 7 luglio 1867 insieme al marito Giovanni, nel contesto della celebrazione del bicentenario del martirio di numerosi cristiani giapponesi. Successivamente è stata inclusa nel gruppo dei 188 Martiri Giapponesi beatificati da Papa Benedetto XVI il 24 novembre 2008 a Nagasaki, durante una cerimonia storica: la prima beatificazione mai celebrata in Giappone e la più importante mai organizzata in Asia, con la partecipazione di circa trentamila persone.
La sua memoria liturgica è fissata al 10 settembre, giorno del suo martirio, insieme agli altri martiri del Grande Martirio di Genna.

I 188 Martiri Giapponesi
Maria Yoshida fa parte del gruppo dei 188 Martiri Giapponesi beatificati nel 2008. Questo gruppo comprende cristiani uccisi tra il 1603 e il 1633 durante le persecuzioni Tokugawa: laici giapponesi, catechisti, membri di confraternite, insieme a missionari francescani, domenicani e agostiniani. La beatificazione del 2008 ha rappresentato un riconoscimento solenne del martirio di questi cristiani che avevano mantenuto la fede in condizioni estreme.

Il ruolo delle donne nella Chiesa giapponese
La figura di Maria Yoshida testimonia il ruolo fondamentale delle donne laiche nella Chiesa giapponese delle origini. Mentre i missionari stranieri venivano espulsi e i sacerdoti giapponesi erano pochi, furono soprattutto le donne a mantenere viva la comunità: organizzando incontri di preghiera, nascondendo missionari, educando i figli nella fede, sostenendo economicamente le attività della Chiesa. Maria rappresenta questa moltitudine di donne anonime che permisero alla fede cristiana di sopravvivere alla persecuzione.

La persecuzione Tokugawa
La persecuzione che colpì Maria e Giovanni si inserisce nel più ampio contesto della politica dello shogunato Tokugawa di unificazione e controllo del Giappone. Il cristianesimo era visto come una minaccia politica: i missionari stranieri erano considerati avanguardie del colonialismo europeo, i cristiani giapponesi potenziali traditori fedeli al Papa più che allo shogun. La repressione fu sistematica e durissima, con metodi di tortura elaborati per indurre all'abiura. Chi resisteva veniva condannato a morte con supplizi esemplari destinati a dissuadere altri.

Curiosità
- Maria sopravvisse tre anni al marito Giovanni: un dettaglio che le cronache sottolineano, evidenziando come la sua fedeltà alla fede non venne meno nemmeno dopo aver perso il compagno nella prova più dura.
- Il 10 settembre 1622, giorno del martirio di Maria, è ricordato come una delle date più cruente della persecuzione: cinquantacinque cristiani furono uccisi in un solo giorno a Nagasaki.
- La beatificazione del 2008 a Nagasaki ha visto la partecipazione di circa trentamila persone, rendendola la più importante celebrazione di beatificazione mai organizzata in Asia.

Cronologia
- Fine XVI secolo: Nascita di Maria in Giappone
- Inizio XVII secolo: Matrimonio con Giovanni Yoshida Xoum a Nagasaki
- 1614: Editto di proscrizione del cristianesimo; Giovanni e Maria iniziano a ospitare clandestinamente i missionari
- 15 marzo 1619: Arresto di Giovanni insieme al missionario Alfonso de Mena
- 18 novembre 1619: Martirio di Giovanni, bruciato vivo sulla collina di Nagasaki
- 1619-1622: Maria vive nella comunità cristiana clandestina di Nagasaki
- 10 settembre 1622: Martirio di Maria, decapitata a Nagasaki durante il Grande Martirio di Genna
- 7 luglio 1867: Beatificazione da parte di Papa Pio IX insieme al marito Giovanni
- 24 novembre 2008: Beatificazione solenne a Nagasaki da parte di Papa Benedetto XVI nel gruppo dei 188 Martiri Giapponesi.


Autore:
Enrico Quiri

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Aggiunto/modificato il 2026-09-02

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