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Beato Pietro Adriano Toulorge Sacerdote premostratense, martire

13 ottobre

Muneville-le-Bingard, Francia, 4 maggio 1757 Coutances, Francia, 13 ottobre 1793


Per la verità si gioca la testa, e non solo metaforicamente parlando. Pietro Adriano Toulorge nasce in Francia, in Normandia, nel 1757 e viene ordinato sacerdote nel 1781. Nella sua vita si delineano quattro distinti periodi, il primo dei quali potremmo chiamare quello del buon prete, che inizia proprio con l’ordinazione e prosegue con la sua nomina a viceparroco di Doville, una parrocchia di 600 abitanti, in cui c’è un canonico premostratense, metodico e zelante, un sant’uomo insomma, che aiuta padre Toulorge nel suo tirocinio pastorale, educandolo ad essere un buon prete. Conquistato dal suo esempio, il viceparroco si fa accettare dai Premostratentsi della poco distante abbazia di Blanchelande: inizia così il secondo periodo, quello del fervore, al quale il giovane prete aspira, facendosi aiutare dalla spiritualità dell’Ordine, dalla preghiera in comune, dal sostegno fraterno, con la prospettiva di dedicarsi poi, con maggior slancio, alla predicazione nelle parrocchie del circondario. Arriva però la soppressione di tutti gli ordini religiosi e anche lui si trova “per strada”, ospitato in una fattoria del circondario a cercare di svolgere come può il suo ministero. Con la Rivoluzione francese arriva anche la Costituzione civile del Clero, con l’obbligo per vescovi e parroci di giurare ad essa fedeltà, con ciò ponendosi di fatto sotto il potere civile e staccandosi da Roma: uno scisma, tanto per intenderci, e per questo il Papa vieta il giuramento del clero, mentre il Governo risponde con la deportazione prima e con la condanna a morte poi dei preti  “refrattari”, che cioè si rifiutano di giurare.  Per il nostro padre Toulorge inizia così il terzo periodo, quello della paura, che nessuno può permettersi di giudicare o di condannare in quanto sentimento umanissimo, anche perché il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare. Oltretutto non sa di non essere obbligato al giuramento, in quanto membro di un ordine religioso, e quindi di non essere in pericolo:  così si imbarca di nascosto e scappa nell’isola anglo-normanna di Jersey, dove scopre di essere già stato preceduto da almeno 500 preti della sua diocesi, segno evidente che non è il solo ad aver avuto paura. Qui gli spiegano l’errore, che cioè non era tenuto al giuramento e che quindi avrebbe anche potuto evitare di scappare, ed in quel momento scatta in lui il senso di responsabilità che gli deriva dall’ordinazione. È proprio pensando alle tante parrocchie rimaste senza prete che decide di ritornare in patria, sperando di cuore che la sua assenza non sia stata notata. Torna da clandestino, sotto mentite spoglie, travestendosi addirittura da donna e nascondendosi in case ospitali, ma evidentemente qualcosa, forse le scarpe, lo tradisce e si trova subito il solito “giuda” che lo denuncia alle autorità. Lo trovano in una cascina, ben nascosto sotto alcune balle di  lino e viene rocambolescamente arrestato solo per pura combinazione. Processato per direttissima, nega risolutamente di aver lasciato la Francia, riuscendo così ad evitare la condanna a morte. Riportato in carcere, mentre assapora la gioia di aver avuto salva la vita e si prepara al secondo grado del processo dal quale sarà sicuramente prosciolto, non essendo i giudici riusciti a provare la sua fuga all’estero, sente improvvisamente risuonare dentro di sé le parole evangeliche “il vostro parlare sì, sì; no, no”, che apre le porte al quarto periodo della sua vita, quello dell’eroismo. È infatti partendo da questa esigenza di verità che il vangelo richiede, che padre Toulorge comincia a profondamente vergognarsi della menzogna a prezzo della quale è riuscito ad avere salva la vita. Senza perdere tempo, si autodenuncia al tribunale e, naturalmente, viene di nuovo processato. Ha la fortuna di trovare giudici particolarmente clementi e ben disposti verso di lui, che si accontenterebbero anche solo di una mezza verità, che tuttavia lui adesso trova inconciliabile con il suo essere prete e cristiano: “Che cosa dirà la gente del mondo se saprà che, avendo rinunciato al mondo, abbiamo difficoltà a lasciarlo? Se siamo riluttanti a morire, diamo ai figli di questo mondo un cattivo esempio”. Così, il 13 ottobre 1793, una domenica pomeriggio, la gente è attonita non tanto nel vederlo andare verso la ghigliottina, quanto piuttosto nel trovarlo sereno, quasi allegro anche nelle sue ultime parole: “Addio, Signori, fino all'Eternità, se ve ne rendete degni!”. La sua diocesi lo ha sempre ritenuto autentico “martire della verità” e come tale è stato beatificato lo scorso 29 aprile nella cattedrale di Coutances.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Nato il 4 mag. 1757 a Muneville-le-Bingard, in Normandia (Francia), in una famiglia di contadini, fu alunno del seminario maggiore di Coutances il cui rettore era p. Francesco Lefranc, futuro martire della Rivoluzione. Ordinato sacerdote nel 1781, divenne viceparroco a Doville, nel 1782. Il suo parroco, Giacomo Francesco Le Canut, era canonico premostratense della vicina abbazia di Blanchelande. Attratto dalla vita religiosa, il Toulorge entrò in questa abbazia nel 1787, dove ricevette il nome di Pietro Adriano, e prese i voti l'anno dopo.
Nel 1789 furono convocati gli Stati Generali, e molti francesi sperarono in un miglioramento della situazione politica e soprattutto economica. Essa invece precipitò e il 2 nov. l'Assemblea votò la confisca dei beni della Chiesa. Nell'abbazia di Bianche-lande, il priore, membro di un'altra abbazia, approfittò della situazione e dilapidò una parte notevole del patrimonio della comunità. Il Toulorge e tre confratelli denunciarono presso l'autorità civile il modo di comportarsi del priore. Ma il 13 feb. 1790, l'Assemblea soppresse gli ordini monastici e decretò, in data 26 mar., l'inventario dei beni dei monasteri e delle comunità religiose. Inoltre, ogni comune doveva chiedere ai religiosi le loro intenzioni per il futuro. Il 10 giu. 1790, Pietro Adriano e alcuni suoi confratelli dichiararono di voler continuare a vivere nella loro abbazia. Banchelande chiuse le porte verso la fine dello stesso anno e i suoi pochi membri la lasciarono per sempre. Non essendo sacerdote funzionario pubblico, cioè né parroco né viceparroco, il Toulorge non fu costretto a giurare obbedienza alla Costituzione civile del Clero. Fino all'ago. 1792, fu ospite di una famiglia cattolica, che si decise per l'esilio. Ai primi di set., il Toulorge sentì parlare della legge del 26 ago., che condannava alla deportazione i sacerdoti funzionari pubblici che non avevano giurato secondo la formula del giuramento di Libertà e Uguaglianza. Egli, non avendo capito di non essere soggetto a questa legge, pensò di essere minacciato. Così decise di partire per l'isola inglese di Jersey, con 563 altri sacerdoti della diocesi di Coutances. Uno degli emigrati gli fece capire che avrebbe potuto rimanere in Francia. Decise così di tornare in patria, spinto dalla consapevolezza che ormai il popolo cristiano mancava crudelmente di pastori fedeli alla Chiesa e al papa.
Clandestino, riprese il suo ministero, ma il 26 nov. una nuova legge mise al bando tutti gli emigrati tornati in patria, minacciando della pena di morte coloro che fossero stati sorpresi sul territorio nazionale. Dalla fine di nov. 1792 ai primi di set. 1793, data del suo arresto, il Toulorge si nascose, amministrando i sacramenti e celebrando la messa, come testimoniano gli oggetti di culto che portava con sé quando fu arrestato, in seguito ad una vera «caccia al prete» organizzata dall'autorità rivoluzionaria nella regione. Il 4 set. fu interrogato dall' amministrazione del distretto di Carentan. Nessuno gli chiese del giuramento o di una eventuale emigrazione. Vennero solo messe in risalto le sue qualità di sacerdote. Di fronte alle domande del presidente del tribunale, il Toulorge negò tutto ciò che poteva rivelare il suo ministero clandestino. Poi il tribunale scoprì che l'imputato aveva fatto vidimare il passaporto, e orientò le indagini verso una eventuale emigrazione, che egli negò con determinazione, perché non esisteva la minima prova amministrativa del suo breve passaggio a Jersey. I giudici erano convinti di questa emigrazione, ma non potevano provarla. Dopo aver riflettuto, il Toulorge ammise di essersi travestito con dei vestiti femminili per sfuggire ai suoi inseguitori, ma mantenne la sua menzogna sull'emigrazione a Jersey. Il presidente del tribunale sembrò accettare questa versione dei fatti, intento a dimostrare la colpevolezza del sacerdote che avrebbe «cercato di favorire i progressi del fanatismo» nella regione. Tuttavia, il 7 set., il tribunale decise che il Toulorge doveva essere considerato emigrato e trasferito presso il tribunale criminale del dipartimento de La Manche, la cui sede era Coutances. Domenica 8 set., festa della Natività di Maria, prima di partire per Coutances, il Toulorge decise di dire la verità e confessò il suo breve esilio nell'isola di Jersey. Da quel momento, tale capo d'imputazione assunse un'importanza maggiore e divenne il motivo «politico» che poteva consentire di ucciderlo con tutte le apparenze della legalità se non della giustizia.
Il 22 set., il Toulorge dovette comparire davanti al tribunale criminale e confessò nuovamente il suo esilio. Ma lo stesso tribunale era in imbarazzo, perché il delitto di emigrazione non poteva essere giuridicamente provato. Come si poteva dichiarare emigrato senza prova un sacerdote che confessava un tale delitto? Il suo nome non era iscritto nelle liste degli emigrati. Non era sacerdote funzionario pubblico, quindi non era costretto a giurare. Il suo passaggio a Jersey non era una fuga, ma la conseguenza di una errata interpretazione della legge. Infine era tornato in Francia prima che venisse votata la legge che puniva gli emigrati tornati indietro. Il 12 ott., prima di redigere la versione definitiva della sentenza, il tribunale gli fornì un'ultima occasione di salvarsi, negando la verità. Toulorge conosceva i sentimenti dei giudici, che avrebbero approfittato della situazione se avesse negato la verità sull'esilio di cui tutti erano convinti anche senza prova. Quale spettacolo avrebbe dato un sacerdote a questi rivoluzionari se avesse acconsentito a salvare la propria vita a prezzo di una bugia? Egli rifiutò di salvarsi a questo prezzo e confermò le sue deposizioni anteriori. E così, il tribunale lo condannò a essere ghigliottinato il 13 ott. Allora disse, come san Cipriano: «Deo gratias!». Il Toulorge trascorse l'ultima notte, preparandosi alla morte: scrisse tre lettere in cui manifestò la consapevolezza di morire per la fede cattolica e di essere martire, assieme alla coscienza della propria indegnità. Confermò in questi ultimi scritti la sua fedeltà alla fede e alla Chiesa cattolica, e promise la sua intercessione presso Dio per la stessa Chiesa. Un testimone oculare ha raccontato ciò che il Toulorge disse prima di morire: «Dio mio, nelle tue mani affido il mio spirito! Ti chiedo la restaurazione e la conservazione della santa Chiesa. Perdona, te ne prego, i miei nemici». Il Toulorge fu sepolto nel cimitero San Pietro di Coutances e venerato come «Martire della Verità».
Nel 1922 il Toulorge fu annoverato fra i cinquantasei sacerdoti martiri della Normandia. Dopo il processo diocesano, la Francia precipitò in conflitti sociali e poi a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale la causa fu, di fatto, abbandonata. In occasione del Bicentenario della Rivoluzione francese e della morte del X, l'Ordine premostratense ha ripreso solo la causa di Pietro Adriano Toulorge, a norma della nuova legislazione canonica. Il nulla osta è stato concesso dalla Santa Sede il 24 apr. 1995, per l'avvio del processo diocesano. Gli atti di quest'ultimo sono stati ritenuti validi dalla Congregazione delle Cause dei Santi con decreto dell'8 mag. 1998. La Postilo super martyrio è stata presentata il 5 ago. 1999.


Autore:
Bernard Ardura


Fonte:
Bibliotheca Sanctorum

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Aggiunto/modificato il 2012-11-10

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