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Beato Bartolomeo Laurel Francescano, martire
Festa:
17 agosto
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Messico, XVI sec. - Nagasaki, Giappone, 17 agosto 1619
Nativo del Messico, aveva vestito l'abito religioso e professato la
regola di s. Francesco come fratello laico. Divenne poi il compagno
indivisibile del b. Francesco di S. Maria, dei Minori, col quale passò,
nel 1609, a Manila nelle isole Filippine e quindi, nel 1622, al
Giappone, lavorando come medico e adoperandosi nel disporre i fedeli a
ricevere i sacramenti e i pagani a venir alla fede e dando continui
esempi di umiltà, di mortificazione, di modestia e di zelo. Insieme col
p. Francesco di S. Maria e cinque altri compagni, fu arso vivo in
Nagasaki il 17 agosto 1627. Fu beatificato il 6 luglio 1867.
Etimologia: Dall'aramaico 'Bar-Talmai' (figlio di Talmai, il solco).
Emblema: bito francescano, palma del martirio, fiamme.
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Le notizie sulle origini di Bartolomeo Laurel sono frammentarie. Nacque nel Messico nel corso del XVI secolo, probabilmente in una famiglia di modeste condizioni. Il Messico spagnolo dell'epoca era un crocevia di culture e vocazioni, terra di missione essa stessa ma anche punto di partenza per l'evangelizzazione delle Filippine e dell'Estremo Oriente. In giovane età, Bartolomeo sentì la chiamata alla vita religiosa e vestì l'abito dell'Ordine dei Frati Minori, professando la regola di San Francesco come fratello laico. Questa scelta non era secondaria nell'economia della missione: i fratelli laici svolgevano ruoli essenziali nelle comunità francescane, occupandosi dell'infermeria, dei lavori manuali e dell'assistenza ai sacerdoti nell'apostolato.
La missione nelle Filippine Nel 1609 Bartolomeo partì per Manila, nelle isole Filippine, insieme al beato Francesco di Santa Maria, sacerdote francescano con il quale strinse un sodalizio destinato a durare tutta la vita. Il viaggio attraverso il Pacifico era lungo e pericoloso, ma rappresentava la via obbligata per raggiungere l'Asia dall'America spagnola. A Manila Bartolomeo si dedicò allo studio della medicina, acquisendo competenze che si sarebbero rivelate preziose negli anni successivi. Le Filippine erano allora una colonia spagnola dove il cattolicesimo si era ormai radicato, ma la missione richiedeva personale formato e disponibile a spostarsi verso nuove frontiere.
L'apostolato in Giappone Nel 1622 i due compagni ricevettero l'obbedienza per il Giappone, dove la situazione era ormai drammatica. Lo shogun Tokugawa Ieyasu aveva emanato nel 1614 un editto di espulsione dei missionari stranieri e di proibizione del cristianesimo. I fedeli giapponesi erano costretti alla clandestinità e i religiosi catturati subivano torture e condanne a morte. Bartolomeo e Francesco di Santa Maria raggiunsero il Giappone clandestinamente, consapevoli dei rischi che correvano. Il fratello laico mise a frutto le sue competenze mediche, curando malati e feriti in un contesto dove l'assistenza sanitaria era precaria. Questa attività gli consentiva di entrare in contatto con la popolazione, costruendo relazioni di fiducia che aprivano la strada all'evangelizzazione. Oltre all'attività medica, Bartolomeo si dedicava alla preparazione dei fedeli per ricevere i sacramenti, istruendoli nella dottrina cristiana quando i sacerdoti non potevano essere presenti. Parallelamente, cercava di avvicinare i pagani alla fede, testimoniando con l'esempio di una vita umile, mortificata e zelante.
Il martirio La persecuzione si intensificò negli anni Venti del Seicento. Le autorità giapponesi, sotto la guida dello shogun Tokugawa Iemitsu, organizzarono rastrellamenti sistematici per scovare missionari e cristiani nascosti. Bartolomeo Laurel fu arrestato insieme a Francesco di Santa Maria e ad altri compagni di fede. Il processo fu sommario e la condanna inevitabile: il fuoco, metodo di esecuzione riservato ai missionari stranieri ritenuti particolarmente pericolosi per l'ordine pubblico. Il 17 agosto 1627, a Nagasaki, Bartolomeo fu arso vivo insieme a Francesco di Santa Maria e ad altri cinque compagni. Le cronache dell'epoca riportano che i condannati affrontarono il martirio con serenità, pregando e cantando inni fino alla fine. I corpi furono completamente consumati dalle fiamme e le ceneri disperse, per evitare che divenissero oggetto di venerazione.
La beatificazione Il culto dei martiri del Giappone si diffuse rapidamente in Europa, alimentato dalle lettere dei superstiti e dalle relazioni dei mercanti portoghesi e olandesi. La causa di beatificazione di Bartolomeo Laurel e dei suoi compagni fu introdotta nel XIX secolo, quando la Chiesa cattolica riscoprì l'epopea dei martiri giapponesi. Papa Pio IX, il 7 luglio 1867, beatificò solennemente a Roma un gruppo di 205 martiri del Giappone, tra cui Bartolomeo Laurel, Francesco di Santa Maria e Alfonso Navarrete. La cerimonia avvenne in un momento storico particolare: lo Stato Pontificio stava per essere annesso al Regno d'Italia, e il Papa volle sottolineare la dimensione universale della Chiesa attraverso la celebrazione di martiri provenienti da terre lontane.
Autore: Enrico Quiri
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