«Abitava a Cracovia, a Debniki, in Via delle Rose, n. 15. Il suo nome era Jan Tyranowski. Nato nel 1900... in tutto il suo modo esteriore di essere non era per nulla differente dagli altri». Eppure di lui scrisse un illustre Uomo del nostro tempo. Fin da ragazzo ebbe un’intensissima formazione cristiana. Suo padre era un sarto con il laboratorio ben avviato, dove lavorava anche il figlio minore Edward e collaborava la madre, casalinga. Lui, Jan, fu avviato agli studi, a una professione in cui poteva far carriera. Ma Jan, sin dalla prima giovinezza, rifuggiva dal movimento, dal contatto con la gente. Per questo lasciò il suo lavoro di contabile, preferendo rimanere come sarto nel laboratorio del padre... «In quelle condizioni, egli trovava la calma che gli era necessaria e quel distacco dal mondo che gli parve essere la sua vocazione. Si trattava di quella solitudine con Dio, il cui valore sociale nessuno apprezza fuori dal Cristianesimo».
Colmo di Dio Un’esistenza semplicissima: un giovane uomo che lavorava per guadagnarsi la vita, a casa sua, come sarto, e ciò gli permetteva la libertà di dedicarsi alla preghiera quando e come voleva. Così Jan, con la Messa e la Comunione quotidiana, con il Rosario intero a Maria, meditato, assaporato, diventò un vero intimo di Dio. Anche durante il lavoro, poteva colloquiare con Gesù, con il Padre e con lo Spirito Santo, dar gloria a Dio, lodarlo e intercedere per il mondo intero. «Più tardi san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila diventarono i suoi principali maestri di spirito». Un monaco nel mondo. «La meditazione era per lui prima di tutto una ricerca di Dio, faccia a faccia. L’amore per Cristo Signore, che è Dio, era per lui un ponte per entrare nella stessa realtà trascendente divina». Intanto lavorava nell’Azione Cattolica ed era segretario della sua sezione, adempiendo al suo dovere con una precisione straordinaria. Ma si sentiva solo un funzionario dell’apostolato e cercava un’altra via. Quando la sua anima fu stracolma letteralmente di Dio, dal suo laboratorio di sarto, Jan, che era un solitario, tramite la sua guida spirituale, si sentì chiamato da Dio a percorrere una via nuova, mai tentata: l’apostolato vero, in mezzo alla gioventù. – Ma io non so parlare – si giustificò Jan con il suo confessore. – Non temere. Ti aiuterà il Signore – gli fu risposto. E Jan ci provò.
In mezzo alla gioventù Nella Polonia invasa dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, tra le atroci sofferenze e gli immancabili tristi rancori, diventò, senza quasi volerlo di proposito, il punto dell’incontro con Dio per decine e decine di giovani. Si trovarono a radunarsi nella sua casa, fin oltre un centinaio di ragazzi e giovani, tra i 14 e i 25 anni, a pregare con il Rosario. Erano suddivisi in due sezioni, secondo l’età, uniti però secondo il metodo del «Rosario vivente», nella meditazione dei misteri del Rosario: ad ognuno il suo mistero, da approfondire, da contemplare, da vivere e da annunciare agli altri. Ogni ragazzo era chiamato a formare poi un altro gruppo di 15 amici, ciascuno con il suo mistero, nella preghiera e nell’apostolato del Rosario. Era la rivelazione di un santo. «I preti della parrocchia di Santo Stanislao (erano i Salesiani di don Bosco), a Debniki, dove viveva Jan, ripetevano sorridendo: – Guardate, ecco il santo! E aggiungevano: – La gloria di Dio abita in Via delle Rose». Nel marzo del 1940, tra quei giovani del «Rosario Vivente» giunse un universitario ventenne, nato il 18 maggio 1920, brillante, dinamico, di nome Karol Wojtyla, condottovi da amici. Un po’ perplesso all’inizio, presto rimase conquistato dalla figura e dallo stile di Jan. Ma è meglio lasciarlo raccontare a Karol medesimo: «Jan dimostrava che di Dio si può avere non solo la conoscenza, ma che di Dio si può vivere. E soprattutto ci sorprendeva, per così dire, con i fatti». «Non era un apostolato di massa, egli agiva soprattutto mediante le conversazioni personali, durante le quali non faceva lezione, non insegnava, ma agiva secondo l’inclinazione della sua vita interiore». «Aveva perciò – scrive Karol Wojtyla – uno scopo preciso: bisogna introdurre gli altri là dove io sono arrivato. È difficile dimenticare le conversazioni con lui. Una di queste mi resta nella memoria: quella volta che quest’uomo semplice che si lamentava con il suo confessore di non saper parlare, parlò fino a notte tarda di chi è Dio e anzi di che cosa è la vita con Dio. Non lesse parole altrui, parlò da sé. Era press’a poco luglio e il giorno si spegneva lentamente... Era l’apostolo della grandezza di Dio, della bellezza di Dio, della trascendenza di Dio» (Karol Wojtyla, I miei amici, CSEO, Roma 1993).
In fondo: la Croce Così un semplice cristiano laico, attingendo alla sublime fonte del Salvatore, occupando la sua vita solo a parlare con Dio e di Dio, facendo scaturire l’apostolato dalla contemplazione – come insegna san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae (II-II, 188, 6) – portò molti giovani del suo tempo alle profondità di Dio, a vivere con Lui, in Lui, nell’intimità della grazia santificante, la vita divina nelle nostre anime... Poi, per Jan, a soli 47 anni, dopo una lunga agonia, per una terribile infezione a un braccio, venne la morte, tra dolori atroci. Eppure, nell’attesa di vedere finalmente Dio, in quel giorno di marzo del 1947, era raggiante, perché tutto si compiva, come per Gesù sulla croce. Dalla sua «scuola» di santità, presso il laboratorio di sarto, il giovane Karol Wojtyla si avviò all’intimità con Dio. Jan ebbe ancora la gioia di vederlo sacerdote il 1° novembre 1946... Seguirono anni difficili, intensi. Karol, da oltre 21 anni, è Papa Giovanni Paolo II.
Autore: Paolo Risso
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Aggiunto il 2009-04-30
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