|
|
> Home >
Sezione Testimoni > Giosuè Borsi
|
Giosuè Borsi Terziario francescano
Testimoni
|
|
Livorno, 10 giugno 1888 – Zagora, Marocco, 10 novembre 1915
Nacque dal giornalista Averardo Borsi di Castagneto Carducci e da Verdiana Fabbri. Fu chiamato come Giosuè Carducci, che era amico del padre e che fu suo compare. Visse con la famiglia a Livorno, a Vicenza, ancora a Livorno, in un ambiente di anticlericalismo e agnosticismo. Dotato di ingegno, rapidissimo nell'apprendere, facile nell'esprimersi, manifestò predilezione per le belle lettere, la composizione ricercata, la cultura linguistica. Terminò gli studi liceali al Guerrazzi di Livorno nel 1907, anno in cui pubblicò la raccolta di poesie, Primus fons. S'iscrisse poi alla facoltà di Giurisprudenza di Pisa, visse per qualche tempo a Roma e si laureò ad Urbino nel 1913. La prima fase della sua vita fu caratterizzata dal successo letterario e mondano, in cui ebbero parte la sua eleganza nel vestire e la piacevolezza nel conversare, oltre alla raffinatezza di scrittore e di fine dicitore di Dante. Il padre nel frattempo era diventato direttore del Nuovo Giornale di Firenze. Tuttavia il 23 dicembre1910 morì improvvisamente lasciandogli sulle spalle l'onerosa direzione. Questo ed altri lutti avvenuti in famiglia agirono sullo spirito di Giosuè come un richiamo alla serietà della vita e furono il primo avvio all'adesione ai princìpi del cristianesimo e alla dottrina della Chiesa. Tra 1912 e 1913 scrisse Confessioni a Giulia, dando questo nome alla sua donna ideale come Beatrice lo fu di Dante. Nel 1914 conobbe il padre Guido Alfani delle Scuole Pie e lesse le Osservazioni sulla morale cattolica di Alessandro Manzoni e i Pensieri di Pascal. Ricevette l'abito di Terziario Francescano a Firenze nella chiesa delle Suore Calasanziane. La crisi della Prima guerra mondiale gli fece intravedere in modo ideale il sacrificio sul campo come il coronamento desiderabile di una esistenza troppo piena di errori e di peccati; fu interventista per ragioni nazionali. Arruolatosi volontario, come sottotenente della Milizia Territoriale, con scarsa preparazione militare, fu mandato al 125° Reggimento Fanteria "Spezia", 4^ compagnia, dove fu benvoluto dai soldati, giovani spesso poco istruiti. Morì il 10 novembre 1915 in un assalto, a Zagora. Nella giacca furono trovate insanguinate le medaglie, la foto della madre e un'edizione della Divina Commedia.
|
La moderna e più ampia dizione di «comunicatore sociale» bene si sarebbe riferita al giovanissimo giornalista toscano Giosué Borsi che fu anche autore di commedie, di racconti, di poesie, attore. Se allora, nei primi quindici anni dello scorso secolo, ci fosse stata la televisione, Giosuè Borsi avrebbe saputo usare con pari successo ogni forma moderna di comunicazione. Sembra quasi incredibile che oltre agli articoli e alle commedie pubblicati con clamoroso successo in vita, altri scritti, diari, racconti, interi romanzi di Giosué siano stati scoperti dopo la sua morte, avvenuta sul fronte della prima guerra mondiale il 10 novembre 1915. Eppure quando morì aveva appena ventisette anni. Lascia ancora più stupiti che questo scrittore e giornalista, morto da eroe di guerra in atto di proteggere i suoi soldati, sia stato un precursore dei moderni movimenti pacifisti e della non violenza. Arrivò a dichiarare che «la guerra è un’empietà» per un cristiano. E questi appelli furono scritti mentre ferveva in tutta l’Europa l’ansia di usare le armi. Giosué Borsi nacque a Livorno nel 1888 e si trasferì a Fienze quando il padre Averardo divenne uno dei fondatori del «Nuovo giornale». Laureato con brillanti studi Giosué divenne personaggio di successo nella Firenze del primo Novecento, tra innovazioni d’arte e tumulti provocati dalla miseria dilagante. Piero Bargellini narrò i momenti della conversione di Giosué a una nuova vita, nascostamente impegnata in una ricerca religiosa. Nei diari intimi, non destinati alla pubblicazione, questo impegno interiore prese il modello dal ben noto libro L’imitazione di Cristo. L’apparente motivo della scelta fu il colloquio per un fatto di cronaca con padre Alfani, scolopio, scienziato e uomo di rigorosa fede cristiana. Il motivo vero erano alcune dolorose vicende familiari. Per la prima volta Giosué si confessò, ebbe l’Eucarestia. Poi si fece terziario francescano e trovò suoi consiglieri tra i padri del convento di San Salvatore al Monte. La prova esteriore dell’adesione appassionata al Vangelo di Cristo fu la mancata adesione alle vocianti manifestazioni di piazza che chiedevano la partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale. Fu accusato di essere «un cattivo cittadino». Giosué scrisse: «Un cristiano non può amare la guerra». Il 24 maggio, quando l’Italia entrò nel conflitto, la realtà storica impose a Giosué una scelta. Folle atterrite fuggivano dal fronte, inermi e in cerca disperata di protezione. Che fare? Giosué sentì come un dovere assoluto partecipare alla tragica sorte della sua generazione, con tutti i rischi e le sofferenze dei suoi coetanei, senza privilegio alcuno, e si arruolò. Come ogni laureato divenne subito ufficiale, con fascia azzurra a tracolla e spalline dorate sull’uniforme da combattimento, facile bersaglio sul fronte. Appena fu nelle retrovie Giosué scoprì che gli orrori della guerra erano nella realtà di gran lunga più tragici di quanto avesse immaginato. Ebbe perfino il dubbio che l’Italia, patria amatissima, potesse davvero vincere la guerra. Sentiva che il disastro di una sconfitta avrebbe fatto rinascere l’Italia a una nuova vita: «Se... è meglio per noi e per il mondo... la sconfitta dell’Italia ... ebbene, Signore, accetto di cuore il tuo decreto....». Fa impressione scoprire che la madre Verdiana fece pubblicare l’inquietante scritto circa trent’anni dopo, nell’estate del 1943, duranre la secoinda guerra mondiale, mentre in Italia ormai combattevano tanti eserciti stranieri ed era prossimo l’armistizio dell’8 settembre. Pochi giorni dopo quei tristi presentimenti, nell’ottobre del 1915, Giosué scrisse il testamento spirituale: «Che Dio... abbia pietà degli uomini, dia loro la pace, e allora, mamma, non saremo morti invano. Ancora un tenero bacio». Il 10 novembre ci furono il primo attacco e la morte. Nel furore del combattimento furono salvati un piccolo Vangelo e una piccola Divina Commedia che Giosué aveva sul petto. La salma andò dispersa. Il «Dantino», come fu detta quella copia insanguinata della Commedia rimase a lungo a Firenze in un sacrario a Montughi ed è stato poi trasferito in un museo dei Combattenti e reduci a Livorno. Testimoni sanno che una pagina tratta da uno dei due libretti fu donata da Verdiana Borsi a don Giulio Facibeni. Il fondatore della «Madonnina del Grappa» la tenne sempre in una cornicetta sul comodino in camera da letto. Dopo la fine della prima guerra mondiale furono via via pubblicati anche gli inediti di Giosué Borsi e su quelle pagine trassero motivo di speranza e di forza tanti uomini dei movimenti cattolici fiorentini negli anni tra le due guerre mondiali.
Autore: Nereo Liverani
_______________________
Aggiunto il 2009-01-10
Letto da 265 persone
|
|
|
|
|