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Serva di Dio Matilde (Mectilde Caterina) De Bar Fondatrice

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Saint Dič, Francia, 31 dicembre 1614 - Parigi, 6 aprile 1698


La vita
Caterina de Bar nacque il 31 dicembre 1614 nella cittadina francese di Saint Diè (Lorena) e giovanissima, nonostante il disaccordo dei genitori, entrò nell'Ordine delle "Annunciate" di Bruyères, fondato dalla b. Giovanna di Valois. Il noviziato non fu facile. Era impulsiva e alle volte veniva sopraffatta dalla tristezza e dalla noia ma, confidando nella Madonna e grazie ad una forte pietà eucaristica, superò le difficoltà e professò con il nome di suor Caterina di S. Giovanni Evangelista. Le doti non comuni emersero presto e qualche tempo dopo i Cappuccini, che avevano la cura del monastero, la nominarono Vicaria, non senza qualche dissapore con l’anziana superiora, un po’ impaurita dalla sua forte personalità.
La vita in monastero era difficile, la "Guerra dei Trent'anni” da tempo martoriava tutta la regione. Alla morte della superiora, succedette nella carica proprio suor Caterina, ma ebbero anche inizio anni travagliatissimi. A causa dell’arrivo in paese di truppe svedesi si abbandonò il monastero che fu poi incendiato. Il cognato di Caterina scortò la comunità prima a St. Diè, nella casa dei De Bar, in seguito dalle Annunziate di Badonvillers. I soldati svedesi saccheggiarono anche casa De Bar e arrestarono il padre. Il nuovo monastero era insicuro e le suore dovettero stabilirsi nel palazzo ducale. Pochi giorni dopo arrivò un nuovo ordine di fuggire perché i mercenari protestanti erano in città, ma, questa volta, decisero di non partire. Quando i soldati sfondarono la porta, le trovarono in ginocchio davanti al tabernacolo e non le importunarono. La città fu poi liberata dalle truppe lorenesi e le monache poterono contare sulla protezione di un ufficiale di  St. Diè, pretendente, in passato, della mano di Caterina. Quando le rinnovò la proposta di matrimonio, al suo rifiuto minacciò di rapirla.
Con una compagna, vestite da contadine, scapparono a Commercy dove giunsero dopo un viaggio avventuroso durato sei mesi. Con l’aiuto di alcuni signori locali si ricostituì la comunità che aprì un educandato per ragazze. Suor Caterina era la Superiora. Scoppiò un’epidemia di peste e fu la prima ad ammalarsi. Sopravvisse, ma col grande dolore di veder morire alcune consorelle, mentre il monastero era un punto di riferimento per i bisognosi del paese. Intanto il signor De Bar uscì di prigione, dopo aver subito diversi maltrattamenti, e mise a disposizione delle suore parte di casa sua, con l’assistenza del vicino convento dei Cappuccini.
Vi si trasferirono, mentre la fama della figlia andava ormai diffondendosi. Giunse una donna di Rambervillers che la invitò a visitare le benedettine della sua città e così la serva di Dio, una consorella e alcune accompagnatrici si misero in viaggio. Furono accolte in seguito anche altre compagne.
L’anno dopo, Caterina prese l’abito benedettino: il 2 luglio 1639 iniziò il noviziato e l'11 luglio 1640 emise la professione con il nome di Caterina di Santa Matilde; Matilde significa "forte nella lotta". Passarono solo due mesi e la comunità di Rambervillers, ridotta all’estremo della povertà, si disperse. Caterina trovò rifugio a Saint-Mihiel, città anch’essa semidistrutta dalla guerra, e in una poverissima cella si consacrò a Gesù Eucaristia. Quella situazione insostenibile, paradossalmente, fu il punto di partenza del suo futuro Istituto religioso.
Nel 1641, con l’interessamento di san Vincenzo de’ Paoli, Madre Matilde fu accolta a Parigi dalla grande riformatrice Marie de Beauvilliers. Ebbe contatti anche con Laurence de Budos, abbadessa della Trinità di Caen. Entrambe volevano la sua collaborazione, ma il desiderio di Matilde era di riunire le monache di Rambervillers. Nell’agosto 1643 si trasferì con alcune compagne vicino a Parigi, a S. Mauro dei Fossi, dove si ristabilì l’osservanza con l’ufficiatura e la clausura e si aprì un educandato per fanciulle. Matilde fece in quegli anni delle conoscenze che le saranno poi di aiuto. Fu nominata superiora e guidata dal confessore iniziò a comunicarsi ogni giorno. Spinta dalle necessità comunitarie, accettò l'aiuto finanziario di una marchesa, in cambio della direzione per un triennio nel monastero di Caen.
Nel 1650 ebbero nuovamente inizio gli orrori della guerra. Matilde, con cinque compagne, andò a Parigi, le altre in diversi monasteri, col proposito però di riunirsi a guerra finita. In agosto Matilde si ammalò gravemente e fu durante la lunga malattia che sentì quale era la sua missione: fondare un ordine di adoratrici dell’Eucaristia. La svolta provvidenziale ci fu grazie alla Regina Anna d’Austria, reggente, che, sebbene avesse messo il veto a qualsiasi nuova fondazione, a causa della guerra, incaricò l’abate Picoté di un voto per l’ancor minorenne Luigi XIV. Il religioso pensò alla fondazione di un Ordine in cui il SS. Sacramento fosse adorato giorno e notte. Matilde e le esuli di Rambervillers potevano costituirlo e la Regina accettò, nonostante i tentennamenti di alcuni esponenti della curia. Il 25 marzo 1653 ci fu la prima esposizione del Santissimo in Rue du Bac, modestissima sede del nuovo ordine. Si trovò poi una casa più adatta e il 12 marzo 1654 ebbe luogo una cerimonia solenne con la posa della croce sulla porta di ingresso del cenobio. Si celebrò la Messa e si espose il Santissimo. La Regina, con la corda al collo, pronunciò "l'ammenda onorevole" a Gesù. Il 22 agosto, con atto solenne, si dichiarava la Vergine Maria abbadessa perpetua, mentre la comunità veniva guidata da una Priora. Alla statua della Madonna col Bambino fu posto il pastorale.
Madre Matilde, consigliata da illustri monaci, scrisse le Costituzioni, mettendo al centro della vita benedettina il culto eucaristico. Costretta da nuove malattie partì per Plombierès, ritornò poi a Parigi dove costruì una nuova casa a Rue Cassette, in cui la comunità si trasferì il 21 marzo 1659. Matilde voleva fondare un monastero anche nel paese natale, ma non riuscì. Fondò però un'abbazia a Toul e più tardi anche la comunità di Rambervillers si unì all'Istituto. Nel 1668 i tre monasteri si costituirono in Congregazione e con bolla del 10 dicembre 1676 Innocenzo XI riconosceva definitivamente l'Istituto dell' Adorazione Perpetua del SS. Sacramento. Seguirono le fondazioni di Rouen, di Parigi (dove gli ugonotti contrastavano la presenza reale di Gesù nell'Eucaristia), a Varsavia nel 1668 (la prima fuori della Francia), a Chatillon-sur-Loing e a Dreux. Si realizzò così il sogno dei "sette Ostensori" radianti splendore dall’Ostia santa che la Madre aveva fatto nella sua infanzia.
Nell'aprile 1698 Matilde sentì che l'incontro con il Signore era vicino. Partecipò agli uffici della Settimana Santa. Il giovedì in Albis fu colta da una febbre violenta e all'arrivo del Viatico non riuscì a scendere dal pagliericcio. Il 6 aprile, domenica dopo Pasqua, spirò.
Attualmente, l'Istituto conta 17 monasteri in Italia ed è presente, oltre che in Francia, in Polonia, Germania, Olanda, Lussemburgo.

Il messaggio spirituale
Al centro dell’esperienza spirituale di madre Mectilde de Bar sta la contemplazione del mistero della kénosi di Cristo, del suo abbassamento, del suo “svuotamento” nell’Incarnazione, che la Madre vede sintetizzato nel mistero eucaristico: l’Eucaristia è per lei il punto prospettico da cui leggere tutto il mistero cristiano.
Al Sacramento della presenza di Cristo, al suo “rimanere” nella forma umile del pane e del vino, madre Mectilde consacra l’intera sua vita, riconoscendo in essa il bene più prezioso, il tesoro più grande della Chiesa. Da questa consapevolezza scaturisce una triplice urgenza: adorare, riparare, imitare.
Adorare: perché di fronte al dono immenso dell’Eucaristia offerto all’umanità di tutti i tempi, una vita non basta per rendere grazie al Signore. Per questo, riferendosi alle monache del suo Istituto scrive senza mezzi termini che “esse non hanno altri scopi nella loro vita che di onorare Dio immolato e continuamente annientato sotto le specie del pane e del vino”.
Riparare: perché di fronte alla grandezza del dono, molti fratelli e sorelle rimangono indifferenti o addirittura ostili. La Madre – e con lei le monache dell’Istituto da lei fondato – si fa carico, per amore, di questa ingratitudine adorando per chi non adora e amando per chi non ama, riconoscendo nel peccato la povertà più grande e più urgente da soccorrere nell’uomo. Perché è questa la vera solidarietà: desiderare che tutti i fratelli e le sorelle in umanità accolgano l’amore e la grazia che Dio offre loro incessantemente, affinché “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.
Imitare: perché “assomigliare, imitare, è un bisogno violento dell’amore”, come affermava Charles de Foucauld. L’Eucaristia, ha scritto Benedetto XVI, non è solo un mistero da credere e da celebrare, ma è anche e soprattutto da vivere. La continua contemplazione di Cristo crocifisso e risorto, presente nell’Eucaristia, inserisce e fa radicare sempre più profondamente nel suo mistero pasquale, per glorificare con Lui il Padre e per assumere, con il proprio, anche il peccato dei fratelli, diventando quella “creatura nuova” in cui Cristo abita stabilmente.
“Se mi domandate – scriveva madre Mectilde ad una nobildonna – di quale vita dovete ormai vivere, vi rispondo: non della vita delle anime buone, né degli angeli e nemmeno della vita delle anime buone, né degli angeli e nemmeno della vita dei santi, ma della vita pura e santa di Gesù. I vostri anni devono essere un proseguimento degli anni di Gesù, e di conseguenza la vostra vita un proseguimento della sua”.
Un messaggio non certo riservato alle monache ma destinato ad ogni cristiano in virtù del battesimo che in Mectilde de Bar rivestirà sempre un’importanza fondamentale. Un cammino esigente ma da percorrere con gradualità: “Non si diventa perfetti in un istante: avete tutta la vita per arrivare alla perfezione”. Nessuno sforzo titanico per scalare la “vetta” della santità, ma lo stesso cammino deciso, sereno e liberante che san Benedetto prospetta nel Prologo della sua Regola: “É naturale che, agli inizi, la via sia stretta e faticosa, ma poi, avanzando nel cammino di conversione e di fede, si corre con cuore dilatato e con ineffabile dolcezza di amore sulla via dei divini comandamenti”.


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto/modificato il 2009-01-11

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