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Don Giuseppe Jemmi Martire

Testimoni

Montecchio Emilia, Reggio Emilia, 26 dicembre 1919 - Felina, Castelnovo Monti, Reggio Emilia, 19 aprile 1945


Il giorno di Natale 1919, a Montecchio (Reggio Emi­lia), nell'umile casa di Fran­cesco Jemmi, tornato dal servi­zio militare nella guerra appena finita, ormai fragile di salute, e di Angiolina Bertani, c'è clima di attesa. L'indomani, 26 dicembre 1919, festa del primo martire S. Stefano, nasce un bimbo picco­lo piccolo, che la sorella mag­giore Elide guarda stupita e con­tenta. Al Battesimo, viene chia­mato Giuseppe: in casa sarà "Fe­po" e, qualche volta per ridere, "Feppone". Mamma Angiolina fa la po­stina e quasi tutto su di lei gra­va il peso di condurre avanti la famiglia, perché, papà France­sco sarà sempre più malato, co­me invalido della "grande guer­ra". E’ energica, piena di fede e di amor di Dio, affettuosissima con i figli, generosissima con tutti. Dimorano alla borgata Enza, in un gruppo di case, detto "la Cina", per il colore politico "ros­so" di molti suoi abitanti. La fa­miglia Jemmi è una delle poche a frequentare la parrocchia. "Pepo" cresce appassionato di Gesù, impara prestissimo a servire la Santa Messa, senza arrendersi mai di fronte a quelli che lo canzonano per la sua fede. Un giorno, domanda alla sua mamma perché quel posto si chiami "Cina". Ricevuta la spie­gazione, risponde: "Io quando sarò grande, andrò missionario nella «vera» Cina a portare Ge­sù a quelli che non lo conosco­no o lo odiano".
Il 13 giugno 1927, riceve la Cresima. L'anno dopo, nel 1928, muore papà Francesco. Il 13 giu­gno 1929, Giuseppe riceve la pri­ma Comunione: è molto conten­to di avere con sé Gesù vivo... Confida alla mamma, ripetendo­lo sovente: "Voglio farmi prete". Davanti alle sue insistenze, la mamma si rivolge al Parroco, il quale rimane molto perplesso, non credendo che possa uscire qualcosa di buono da quel grup­po di case. La donna ribatte: "Mio figlio non potrà diventare prete, solo perché noi siamo del­la «Cina»?". All'inizio di ottobre del 1930, Giuseppe entra in Seminario, a Marola, mentre la mamma si sobbarca da sola i sacrifici per farlo studiare. Con molto impe­gno, il ragazzo riesce sempre o­norevolmente nello studio. Spes­so dalle finestre e dal cortile del Seminario, indugia a guardare il monte Fosola, che si erge a mez­zogiorno con i suoi circa mille metri di altezza. Intende la vita - e il sacerdozio - come una con­tinua ascesa, un offerta. Al termine del ginnasio, nel 1935, Giuseppe passa al Semi­nario Maggiore ad Albinea. La mamma gli dice: "Pepo, se non vuoi fare il prete, vieni pure a casa tranquillamente. Se vuoi fare altri studi, io ci penserò. Ma bada bene: se vuoi fare il prete, devi diventare un prete bravo!". Lui lo sa bene: non si fa prete "per sistemarsi", per essere un don Abbondio qua­lunque, ma per offrirsi, per quel Gesù, che contemplato sulla croce, gli riscalda ogni giorno di più il cuore. Il 21 settembre 1939, riceve la sacra tonsura e sta per comin­ciare gli studi teologici. E’ sem­pre più assillato dal desiderio di farsi missionario, anche se è ma­laticcio, per andare in Cina a con­vertire tutti a Gesù Cristo. Si pre­senta al Generale dei Saveriani di Parma (affascinato dalla figura eroica del loro santo Fondatore, Mons. Guido Conforti) e gli apre il cuore. Quello gli risponde: "Entra in noviziato". Giuseppe obbedisce subito. Negli esercizi spirituali d'ini­zio d'anno, scrive: "Il mio cuo­re prova un grande dolore per il distacco dalla mamma, dagli a­mici... Ma corro dietro la Croce". Però un mese dopo, è così ma­landato di salute che rischia la vita. Ricoverato all'ospedale di Montecchio, è salvato dalle cu­re premurose e sapienti del prof. Pampari, al quale, quando è di­messo per la convalescenza, di­ce: “E’ difficile guarire i corpi, ma, creda, è più difficile guarire le anime”.  Il 2 dicembre 1939, è di nuo­vo in Seminario diocesano, ma non rinuncia all'ideale missio­nario. Il suo sguardo, la sua vi­ta, il suo amore s 'incentrano sempre di più su Gesù, su Gesù Crocifisso: non vede che Lui so­lo, Lui sempre, Lui ogni giorno di più. Studia teologia con pas­sione, per conoscerlo e amarlo, per farlo conoscere e amare, per condurgli le anime e farle sue. Prega molto, anche nei ritagli di tempo, anche passando, in si­lenzio, da un locale all'altro del Seminario. Gli piace la musica e il canto: senza che se ne accor­ga, la sua preghiera spesso di­venta canto, dolce e appassiona­to. Gli piace suonare l'harmo­nium e il violino e vorrebbe com­prarseli solo per sé. Annota sul diario: "Siate virtuosi e sarete allegri. Siate allegri e sarete vir­tuosi". A volte è un po' sconsolato perché da qualcuno che lo vor­rebbe compassato e diplomati­co, gli sembra che gli sia proi­bito entusiasmarsi. A volte giu­dicato come "un allievo con in­crinature di superbia". Accetta i richiami con umiltà dicendo a se stesso: "Jemmi, Jemmi, fu­turo pedagogo, impara!", ma al­za lo sguardo al Crocifisso, pen­sa alle Missioni e ritrova ener­gie e coraggio. Forse reagisce così per superare la sua natura­le timidezza, ma è certo che Ge­sù Cristo per lui non è un son­nifero, ma la passione che lo mobilita.
All'avvicinarsi dell'ordina­zione sacerdotale, nel 1942, fis­sa nel suo quaderno personale 15 punti per essere un vero prete. Al primo posto, il Santo Sacrificio della Messa e la preghiera, poi l'obbedienza al Papa e al Vesco­vo, le Missioni, i poveri, suoi pre­diletti, nei quali serve Gesù, ai quali porterà Lui come unico Sal­vatore. "Quando sarò prete - scri­ve - non comprerò la legna per riscaldarmi; i soldi per questo scopo, li destinerò alle Missioni. La salvezza delle anime - cui so­no mandato - deve essere pre­gna di lacrime acri e di viscido sangue. Signore, benedici e conforta questo proposito, Tu che conosci la mia debolezza". Infi­ne: "Gesù, dammi di essere pre­te, focosamente prete. Lo so, non vi è conquista senza sofferenza". Nel 1943, è ordinato sacerdo­te dal Vescovo Mons. Eduardo Brettoni, e mandato vice-parro­co a Felina, dove, come altrove, la guerra in corso, ha provocato rovine, rancori e lutti. Vi trova il Parroco don Corsi, anziano e in­fermo. Il lavoro da compiere è grande. Don Giuseppe, ogni gior­no in preghiera davanti al Ta­bernacolo, poi sulla bici o a pie­di a visitare i parrocchiani, in pri­mo luogo i bambini, i vecchi, i malati, rivela subito il suo animo buono, sempre sorridente, pieno di carità verso tutti. Non attende mai in canonica, che vengano a lui, è lui che va dagli altri, a por­tare Gesù, parlando con tutti, "semplice come un bambino". E’ molto amato, ma già guar­dato "a vista" da qualcuno. Nel settembre 1943, si avvia la lotta per la resistenza ai nazifascisti: lui dà una mano affinché l'Italia ritrovi la libertà perduta. Aiuta i braccati dai violenti di ogni co­lore. Dà sepoltura agli uccisi in­sepolti, si reca a trattare perché nessuno finisca in Germania o in carcere, spesso preludio della morte. Non si arrende neppure quando rischia la pelle. Preten­de, lui così timido apparente­mente, che si evitino violenze, il più possibile, forte del coman­damento di Dio, scritto nel cuo­re di ogni uomo: "Non uccidere", e del precetto nuovo della carità: "Amate i vostri nemici". Dilaga un clima di odio, in primo luo­go contro i preti, da parte di mol­ti faziosi. Nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1945, vengono uccisi due padri di famiglia, persone oneste e buone. Al funerale, don Giu­seppe piange come un bambino. Il 10 aprile 1945, è Pasqua. Nel­la zona si affermano i partigiani comunisti. Don Giuseppe si re­ca nelle case in cotta e stola, per le benedizioni pasquali, accom­pagnato da due ragazzi, Rai­mondo e Meo, che spesso lo sen­tono ripetere: "Devo avvisare il tale che si metta in salvo perché lo vogliono uccidere". La domenica in Albis, 8 aprile 1945, alla Messa delle undici, la più frequentata, don Giuseppe sente che deve proclamare "fo­cosamente" la legge di Dio: "Fra­telli, sta scritto: non ammazzare' Non macchiatevi le mani di san­gue. La giustizia non è nelle no­stre mani, ma in quelle di Dio. Non ascoltate la tentazione del­la vendetta. Non siate i figli di Caino". Un brivido di commo­zione percorre la chiesa. Piange. Piangono tutti. Lui continua, im­placabile: "Spose, che l'odio ha gettato nel lutto; non temete: il Si­gnore infonderà nel vostro animo quella pace che gli empi non a­vranno mai. Non ci sarà pace per gli uccisori perché il rimorso del delitto li inseguirà a ogni ora... Questo delitto chiede giustizia a Dio e agli uomini!".
Subito dopo la Messa, qual­cuno lo ferma sul sagrato e gli di­ce: "Per carità, che cosa le fa­ranno adesso?". Risponde: "Uc­cideranno anche me? Ebbene, sconterò il mio purgatorio e an­drò diritto in Paradiso, suonan­do il violino!". Il 19 aprile 1945, don Giu­seppe va a celebrare la Messa a Poiago per un funerale. Quando rientra a Felina, verso le 13, gli viene detto che sono venuti in due a cercarlo perché c'è bisogno di lui. Don Giuseppe non indu­gia neppure a pranzare e, in bi­ci, va al luogo dell'appuntamen­to: è prete e come può astenersi dal servire i fratelli? Ma quando li vede, comprende bene che co­sa vogliono. Per tutto il pome­riggio, tra Monchio e il monte Fosola, dove viene trascinato, nelle mani dei comunisti, è trat­tato come Gesù tra il pretorio di Pilato e il Calvario, soprattutto dopo che, riuscito a scappare per qualche momento, è di nuovo catturato e condotto a morte. All'imbrunire, sul monte Fosola, una raffica lo abbatte sul ciocco di un albero tagliato: ca­de con il cranio trapassato e la mascella spezzata, nel suo san­gue. Ha 25 anni appena ed è "colpevole" di essere sacerdote di Cristo e di aver proclamato, con chiarezza il comandamento della Verità e dell'amore! A Felina, il vecchio Parroco e mamma Angiolina, quasi presa­ga della tragedia, sopraggiunta per vederlo, lo attendono inva­no. All'indomani, 20 aprile 1945, i due fedeli chierichetti, Rai­mondo e Meo, mandati dal par­roco, scoprono sul Fosola il lo­ro amatissimo "don Pepo", im­molato come il Cristo Crocifis­so. Si inginocchiano a baciargli le mani e giurano: "Noi ora pren­deremo il tuo posto... Noi sare­mo sacerdoti di Gesù, come te!". Lo diventeranno entrambi, nel 1954 e nel 1956. Sul diario di don Giuseppe, in quei giorni, si trova scritto: "Tratterà i nemici come fossero uomini afflitti". "Il sorriso de­v 'essere la candida veste che na­sconde la penitenza e vela all’occhio profano gli eroismi del­l'immolazione a Dio". Sull'ulti­ma pagina: "Amo i giovani, li de­sidero puri, entusiasti per Gesù Cristo, sognatori senza calcolo, pieni di dedizione". Al processo contro i suoi uc­cisori, venne anche mamma An­giolina... e andò a inginocchiar­si davanti a quegli uomini e dis­se loro: "Solo quando sarete pa­dri di famiglia, saprete quanto dolore mi avete dato". Tratta dal petto la corona del Rosario, con­tinuò: "Questa non uccide, ma perdona". Dicono che quando quelli uscirono dal carcere ed e­migrarono lontano, ella si preoc­cupò segretamente di tenere i con­tatti con loro, forse per aiutarli... Solo Gesù rende capaci di "storie" così, perché soltanto Lui è più ardente del fuoco, è fuoco divorante; l'impeto della vita divina che santifica, e della gioia.

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Aggiunto/modificato il 2009-02-10

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