|
† Tbilisi, Georgia, 9 marzo 1226
Nel 1225, Gialal Ed-Din, scià di Chorezm, devastata Tbilisi, la capitale
della Georgia, massacrò centomila cristiani. Il tragico è descritto in
una cronaca georgiana del sec. XIV, nota con il nome di Zhamthaagmzereli
[Il descrittore dei tempi], edita nell'antologia La vita della Georgia.
Il katholikòs e noto storico della Chiesa georgiana Antonio I,
basandosi su tale cronaca, compose nel 1768 l'opera agiografica Lode e
narrazione (…), dedicata alle centomila vittime del massacro, e la
incluse nella raccolta Martirika, che conteneva altri diciannove
racconti di santi martiri georgiani. Per non stupire il lettore con un
numero così elevato di vittime, Antonio I concluse la Cronaca dicendo
che, assieme ai cittadini di Tbilisi, erano periti anche gli abitanti
dei villaggi, rifugiatisi nelle fortezze della capitale a causa
dell'invasione. Difatti, per ordine di Giala Ed-Din, chiunque non avesse
rinunciato al cristianesimo, profanando oggetti sacri quali icone e
croci, sarebbe stato condannato a morte per decapitazione. La cronaca
attesta: “Molti fecero vedere la splendida vittoria e non rinunciarono
alla religione, né profanarono le sante icone”. Tuttavia, Antonio I
ritiene che molti nel testo della Cronaca non significhi tutti, e
aggiunge che alcuni dei prigionieri “rimasero privi della corona”. Il
giorno della commemorazione dei Centomila Martiri della Chiesa georgiana
è il 31 agosto.
Emblema: Croce e palma del martirio; le icone di Cristo e della Vergine; il ponte sul fiume; la scimitar del carnefice.
|
Agli inizi del Duecento il regno di Georgia era una delle potenze dell'Oriente cristiano. Sotto la regina Tamara, morta nel 1213, aveva esteso la propria influenza dal Caspio all'Anatolia, protetto monasteri e santuari del Caucaso, fatto di Tbilisi una città prospera di artigiani, mercanti e chiese. Il nome stesso della capitale, nato dal georgiano 'tbili', caldo, richiamava le sorgenti sulfuree che sgorgavano ai piedi della rocca. Era una città plurale: accanto alla maggioranza cristiana vivevano comunità musulmane, ebraiche e armene, e sulla rupe a picco sul fiume sorgevano il palazzo regio e l'antica chiesa di Metekhi. L'orizzonte, però, si stava oscurando. Da est erano comparse le avanguardie mongole, e nel 1223 il re Giorgio IV Lasha, figlio di Tamara, era morto per le ferite riportate in guerra, lasciando il trono alla sorella Rusudan. Intanto un fuggiasco pericoloso attraversava la Persia: Jalal ad-Din Mingburnu, ultimo scià di Corasmia, spogliato del suo impero dai mongoli e deciso a ritagliarsi un regno nuovo nel Caucaso. Per la Georgia finiva il tempo delle grandi offensive e cominciava quello della resistenza.
Da Garni alla notte del tradimento Nel 1225 l'esercito corasmio inflisse ai georgiani una dura sconfitta a Garni, un colpo dal quale l'apparato militare del regno non si sarebbe più ripreso. L'anno seguente Jalal ad-Din marciò su Tbilisi. La regina Rusudan lasciò la capitale con la corte e si diresse verso occidente, mentre la città si preparava all'assedio. La difesa fu accanita: il primo assalto, ricorda la cronaca, fu respinto. Ma nella notte un gruppo di abitanti musulmani aprì le porte al nemico. Il 9 marzo 1226 i corasmi entrarono a Tbilisi e cominciò il sacco. La Cronaca dei cent'anni descrive quel giorno come il più terribile della storia del paese, con immagini che la penna esita a trascrivere. Al di là del tono, la sostanza trova riscontri indipendenti: lo storico musulmano Ibn al-Athir e Muhammad al-Nasawi, segretario e biografo dello stesso scià, attestano l'uccisione dei cristiani che rifiutarono l'islam, e l'armeno Kirakos Gandzaketsi racconta conversioni forzate, chiese distrutte, segni della croce cancellati.
Le icone sul ponte La profanazione colpì anche la cattedrale di Sioni, la cui cupola fu abbattuta per far posto al trono del sovrano. Fu allora che si collocò l'episodio destinato a plasmare la memoria dell'evento. Per ordine del sultano, le icone di Cristo e della Vergine furono portate sul ponte che varcava il Mtkvari, e agli abitanti fu imposta una condizione: chi avesse sputato sulle immagini o le avesse calpestate avrebbe avuto salva la vita, chi avesse rifiutato sarebbe stato decapitato sul posto. Cominciò così la processione dei condannati. Uomini e donne, chierici e laici, anziani e bambini sfilarono davanti alle icone, si inginocchiarono in preghiera e offrirono il collo alla scimitarra. Le teste e i corpi, riferisce la tradizione, furono gettati nel fiume, e l'acqua portò via ciò che la città non poté seppellire. La cronaca riassume tutto in una frase asciutta: «Molti fecero vedere la splendida vittoria e non rinunciarono alla religione, né profanarono le sante icone».
Il numero e la sua verità La cronaca non dice centomila. Usa l'espressione at'ni bevrni, nella quale at'ni richiama il dieci e bevrni significa molti, ma in un uso arcaico anche diecimila: di qui la lettura dieci volte diecimila che ha dato il nome ai martiri. È una cifra simbolica, come spesso accade nell'agiografia orientale, e vuole dire un popolo intero, non un'anagrafe. Il catholicos Antonio I, che nel 1768 dedicò loro l'opera agiografica Lode e narrazione, osservò che nel conto andavano inclusi i profughi dei villaggi riparati nelle fortezze della capitale, e con onestà rara aggiunse che non tutti resistettero sino alla fine: alcuni prigionieri cedettero e «rimasero privi della corona». È una nota di umanità che rende il racconto più credibile, non meno: sul ponte camminarono anche la paura e l'apostasia, ed è su quello sfondo che risalta la scelta dei più.
Una memoria mai spenta Il racconto del massacro si depositò nel Kartlis Tskhovreba, il grande corpo delle cronache georgiane, e di lì passò nei libri liturgici. Antonio I inserì la Lode e narrazione nella raccolta Martirika, accanto ad altri diciannove racconti di martiri georgiani, suggellando un culto già vissuto da secoli. In età contemporanea i Centomila Martiri sono divenuti uno dei pilastri dell'identità religiosa del paese: nel giorno della festa il patriarca e i fedeli si radunano sul ponte di Metekhi per la litania, e le liturgie si celebrano nelle chiese dedicate a sant'Abo di Tbilisi. Il ponte, il fiume e la rupe sono il loro reliquiario: nessuna ossa, ma un luogo.
Le fonti e il loro valore La fonte principale è la Cronaca dei cent'anni, anonimo georgiano del Trecento noto con il nome di Zhamta-aghmzereli, il descrittore dei tempi, conservato nel Kartlis Tskhovreba. A un secolo dai fatti, il testo mescola memoria e lamento, ma il nucleo è confermato da testimoni indipendenti: i musulmani Ibn al-Athir e al-Nasawi per le uccisioni di chi rifiutò l'islam, Kirakos Gandzaketsi per la persecuzione religiosa. La rielaborazione di Antonio I, del 1768, appartiene alla stagione in cui la Chiesa georgiana riordinò la propria agiografia nella raccolta Martirika. La voce moderna di riferimento è quella della Bibliotheca Sanctorum Orientalium, ripresa da Santiebeati.
Iconografia Le icone moderne dei Centomila Martiri li raffigurano come folla: uomini, donne, chierici, bambini, tutti con il nimbo, la croce di legno e la palma rossa del martirio; in alto Cristo e la Theotokos benedicenti, in basso il ponte di pietra, il fiume e la rupe di Tbilisi con la cattedrale. È un'iconografia di popolo, senza protagonista singolo: il santo è la comunità. Gli attributi ricorrenti sono le icone del Salvatore e della Vergine poste sul ponte, la scimitarra dei carnefici, l'acqua del Mtkvari che riceve i corpi.
Culto e luoghi La memoria cade il 31 agosto nei calendari orientali recepiti da Santiebeati, mentre la Chiesa georgiana celebra il 31 ottobre giuliano, 13 novembre gregoriano. Il luogo del culto è il ponte di Metekhi, dove ogni anno si svolge la commemorazione guidata dal catholicos-patriarca; la vicina chiesa di Metekhi, ricostruita alla fine del Duecento, e la cattedrale di Sioni, più volte riedificata, custodiscono la topografia della memoria. Non esistono reliquie corporali: il martirio ebbe per tomba il fiume, e per reliquia il luogo.
Curiosità - Il nome Tbilisi nasce dalle sorgenti calde: 'tbili' significa caldo, e la città deve il nome all'acqua sulfurea che ancora sgorga nel quartiere di Abanotubani. - La cifra centomila nasce da un'aritmética linguistica: at'ni bevrni può leggersi come dieci volte diecimila, un modo orientale per dire innumerevoli. - Il catholicos Antonio I non nascose che alcuni prigionieri cedettero e «rimasero privi della corona»: un realismo raro nei martirologi. - Il ponte del massacro è rimasto nella memoria popolare come il ponte dei martiri, e la litania annuale si tiene ancora sul punto dove la tradizione colloca la strage.
Autore: Enrico Quiri
|