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Beata Edvige Carboni Laica

4 maggio

Pozzomaggiore, Sassari, 2 maggio 1880 Roma, 17 febbraio 1952

Edvige Carboni, nata a Pozzomaggiore in provincia di Sassari nella notte tra il 2 e il 3 maggio del 1880, era la secondogenita di Giovanni Battista Carboni e Maria Domenica Pinna. Non ebbe un’istruzione completa: dovette fermarsi alla quarta elementare. Desiderava farsi religiosa, ma dovette restare accanto alla madre, molto malata. Da allora trascorse la sua vita domestica in maniera sobria e raccolta, alternando le faccende di casa ai momenti di preghiera. Il 14 luglio 1911 le si manifestarono sul corpo i segni della Passione di Gesù. Edvige cercava di occultarli, ma in molti sapevano che i suoi vestiti erano macchiati di sangue. Questo e altri fenomeni mistici che le venivano attribuiti furono indagati nel processo canonico del 1925, cui lei si sottopose in completa obbedienza. Si trasferì quindi a Roma col resto della famiglia, proprio negli anni in cui stava per esplodere la seconda guerra mondiale. Anche in quel periodo, Edvige operò silenziosamente la carità, pregando tra l’altro per i morti di qualsiasi parte politica. Morì quasi improvvisamente la sera del 17 febbraio 1952. È stata beatificata il 15 giugno 2019, presso l’Ippodromo Comunale «Generale Eugenio Unali» di Pozzomaggiore. La sua memoria liturgica cade il 4 maggio, anniversario del suo Battesimo. I suoi resti mortali, traslati nel 2015 presso il Santuario di Santa Maria Goretti a Nettuno, riposano dal 25 maggio 2019 presso la parrocchia di San Giorgio Martire a Pozzomaggiore.



Edvige Carboni nacque a Pozzomaggiore, un piccolo centro in provincia di Sassari, la notte tra il 2 e il 3 maggio del 1880. Secondogenita di Giovanni Battista Carboni e Maria Domenica Pinna, crebbe, insieme ad altri quattro fratelli, in un ambiente familiare in cui respirò una fede profonda e autentica.
La mamma fu testimone di alcuni fatti straordinari che accaddero alla nascita della piccola Edvige e che sembravano predestinarla a un’esistenza fuori dal normale. Raccontava di aver visto nella stanza della casa materna in cui partorì, come una sfera luminosa, una sorta di ostensorio che illuminò la camera.
Il giorno dopo scorse sulla parte alta del petto della neonata una croce, che rimase ben visibile per tutta la vita. Ancora qualche giorno dopo la nascita, nella camera in cui la bambina dormiva, uno sciame di api bianche svolazzò per un po’ sopra la sua culla senza farle alcun male.
Il 4 maggio venne battezzata dal vice-parroco don Sanna. A poco più di quattro anni ricevette la Cresima da monsignor Eliseo Giordano, vescovo di Alghero.
Sin da piccola la mamma le fece imparare tutto ciò che serviva ad una giovane per la gestione della casa: le insegnò personalmente l’arte della tessitura. Notando la sua inclinazione all’arte del ricamo la mandò, per un breve periodo, ad Alghero dalle suore di San Vincenzo, che erano esperte ricamatrici e seguivano tutte le fanciulle che volevano imparare quest’arte. Soprattutto, ogni giorno, la bambina, in compagnia della mamma o della zia, seguiva la Santa Messa e al pomeriggio sostava davanti a Gesù Sacramentato.
Già in tenera età iniziarono le visite celesti: il suo Angelo Custode le fece capire che il Signore la voleva tutta per sé. A soli cinque anni, Edvige fece voto di castità: fu una delle sue più grandi virtù. Molti infatti potevano non credere ai fenomeni mistici, ma non certo alla sua indubbia moralità, dichiarata angelica e irreprensibile da tutti i testimoni ai processi canonici.
Edvige era una bambina speciale agli occhi del Signore tanto che, come si legge nel suo diario, spesso un vecchio quadro della Vergine e il Bambinello si animava ed ella poteva giocare con Gesù bambino.
Nel 1886 fece il suo ingresso alle scuole elementari che frequentò con profitto fino alla quarta classe. Cominciò a seguire anche le lezioni di catechismo addentrandosi così, piano piano, nel mistero di Dio.
Edvige cresceva in grazia e sapienza. Nel 1891 ricevette la Prima Comunione, accostandosi per la prima volta a Gesù con trepidazione e un amore infinito. Maturò in questo periodo il desiderio di entrare in convento, di essere solo del Signore e consacrargli tutta l’esistenza. Ma la stessa mamma, che le aveva profetizzato: «Preparati a soffrire con amore» (Diario, p. 156), le chiese di fare la sua più grande e dolorosa rinuncia.
Essendo ormai molto malata, pregò la figlia di accantonare il suo desiderio di consacrazione religiosa per starle accanto ed aiutarla nei lavori di casa. Edvige, dietro consiglio del suo confessore, obbedì: avrebbe potuto servire il Signore anche assistendo l’intera sua famiglia.
Vedere i genitori contenti e i fratelli sereni era per lei motivo di gioia. Si spendeva per tutti senza mai lamentarsi o chiedere qualcosa in cambio. Negli anni perfezionò l’arte del ricamo, tanto da diventare un’abile ricamatrice: i suoi lavori erano apprezzati da tutti. Grazie al suo lavoro, unito a quello del padre, contribuì al mantenimento agli studi del fratello Galdino e della sorella Paolina, che prese il diploma di maestra elementare nel 1918, a Cagliari.
La sua esistenza era sempre più legata al Signore. Offriva a Lui ogni sofferenza: in più, si mortificava a pranzo col prendere poco cibo e solo un pezzo di pane a cena. Pregava per i peccatori e invocava la misericordia di Dio per le anime del Purgatorio.
Tutta la sua vita fu preghiera: pregava mentre lavorava, quando riassettava la casa, quando ricamava; non conosceva l’ozio. Si recava in chiesa solo dopo aver terminato i suoi doveri. Di fronte a tanta generosità, abnegazione e virtù, il Signore non poté che ricompensarla compiendo in lei grandi cose.
Nella chiesa di Santa Croce, dove, nel periodo di carnevale, si tenevano le Quarant’Ore, Edvige ebbe la possibilità non solo di pregare davanti a Gesù Eucaristia, ma anche ai piedi di un antichissimo crocifisso ligneo, posto sopra l’altare della chiesetta. Diverse volte il Crocifisso le parlò e le concesse grazie.
Col passare del tempo, tutti coloro che ebbero la fortuna di incontrarla e scambiare anche solo poche parole con lei si rendevano conto che Edvige era stata toccata dalla Grazia divina.
Fu stimata ed apprezzata da molti sacerdoti: il vincenziano padre Giovanni Battista Manzella (per il quale è in corso la causa di beatificazione), l’arcivescovo di Cagliari monsignor Ernesto Maria Piovella, san Luigi Orione, il gesuita padre Felice Cappello (anche per lui è in corso la causa) e san Pio da Pietrelcina.
La sua umiltà era sotto gli occhi di tutti. Non indossò mai abiti di lusso, non portò mai collane, né orecchini, né spille. Sorrideva molto spesso, ma parlava poco e sempre con lo stesso tono, perché non era capace di alzare la voce.
Edvige, pur nella sua modestia, fu una donna attenta ai problemi e alle difficoltà della vita. Fu piena di premure per tutti. Era anche ben inserita nella comunità parrocchiale: ottima catechista, era disponibile alla pulizia della chiesa e al riassetto dell’altare. Era socia di varie associazioni: le Figlie di Maria, le Guardie d’Onore, il Quadrante della Misericordia.
Quando nel 1910 la sua cara mamma morì, il peso della famiglia ricadde su di lei. Assistette con amore tutti i suoi cari che si ammalarono uno dopo l’altro, ma soprattutto la nonna, che pare fu molto severa con lei nonostante le sue premure.
Edvige operava in silenzio: Gesù era la sua consolazione. Il suo raccoglimento dopo aver ricevuto l’Eucarestia era talmente profondo da non sentire niente e nessuno. Diverse persone la videro in estasi, quasi pietrificata. Oppure la vedevano sollevarsi da terra o dalla sedia su cui stava inginocchiata e tendere verso qualcuno che lei solo vedeva. Molti accorrevano in chiesa per vederla. Ci fu qualcuno che, pensando fingesse, le trapassò due volte la gamba con uno spillone, senza però provocare in lei nessuna reazione di dolore.
I fenomeni mistici nella sua vita furono numerosissimi: bilocazioni, estasi, visioni di santi, persecuzioni diaboliche, misteriosi profumi. Il 14 luglio 1911 ricevette le stimmate mentre pregava davanti a un crocifisso ligneo regalatole dal parroco don Carta. Gesù le chiese se voleva soffrire con Lui. Edvige accettò per suo amore ed ebbe impressi nelle mani, nel costato e nei piedi, i segni della Passione.
Li custodì in segreto come un tesoro prezioso: era qualcosa di più grande di lei. Mai si servì di quei doni per attirare l’attenzione, anzi, cercava di nasconderli portando dei mezzi guanti o coprendosi con i lembi dello scialle. Nonostante ciò, molti videro i suoi abiti o la sua fronte macchiati di sangue: fu una vera effige della Passione.
La sofferenza di Edvige fu moltiplicata dalle calunnie rivoltele da persone invidiose della sua santità, per cui nel 1925 fu sottoposta a un’indagine canonica. Accettò tutto, offrendolo al Signore. Dovette anche essere sospesa dal Terz’Ordine francescano, nel quale era entrata a far parte dall’ottobre 1906, e non essere più maestra delle novizie.
Nel 1929, insieme al vecchio padre, dovette lasciare il suo paese natale per trasferirsi nel Lazio dove la sorella Paolina, alla quale aveva fatto da seconda mamma, poté esercitare la sua professione di insegnante. Dopo essere state in diverse località si stabilirono a Roma, nel 1938.
La sua vita in un ambiente così diverso dalla sua Sardegna non fu facile, ma Edvige aveva il Signore e questo le bastava. Proseguì la sua Via Crucis con la dedizione ai poveri e agli ammalati: aveva una parola buona per tutti.
Durante la seconda guerra mondiale pregò tanto il Signore perché facesse finire quel flagello. Si offrì vittima per il crollo del comunismo ateo in Russia, dove fu spesso trasportata in bilocazione.
Alle vessazioni diaboliche (rumori strani, banconote che diventavano cenere e altro) si accompagnavano apparizioni di Santi che l’accompagnavano e la sostenevano. Particolare rilievo hanno quelle di san Giovanni Bosco e dell’allora Beato Domenico Savio: la sua casa ricadeva sotto la parrocchia di Maria SS. Ausiliatrice, affidata ai Salesiani, che già conosceva perché tra di loro era entrato un suo cugino di secondo grado, don Aurelio Pischedda.
Il 25 settembre 1941 è la data che compare sul diploma, firmato dal Rettor Maggiore (il superiore generale salesiano) don Pietro Ricaldone, con cui Edvige veniva iscritta alla Pia Unione dei Cooperatori Salesiani, oggi Salesiani Cooperatori.
Altri Santi che sentiva particolarmente vicini erano quelli appartenenti all’Ordine Passionista. Nel Diario annota di aver ricevuto, una volta che era malata, la Comunione dal fondatore, san Paolo della Croce, assistito da due chierici: uno era san Gabriele dell’Addolorata, l’altro fu poi riconosciuto, in una seconda visione, come il Venerabile Galileo Nicolini.
Quasi come santa Gemma Galgani, Edvige fu Passionista nello spirito, specie da quando assunse come direttore spirituale, l’ultimo della sua vita, padre Ignazio Parmeggiani, che risiedeva al ritiro (come si chiamano le comunità passioniste) della Scala Santa a Roma. Aderì quindi all’Arciconfraternita della Passione alla Scala Santa.
Dopo la guerra, cominciò a soffrire di cuore e a causa di una nefrite. Il medico le prescrisse cure più intense, a cui si sottopose, ma era certa che non avrebbero avuto esito. Cominciò allora a preparare Paolina al proprio passaggio all’altra vita, che sentiva imminente. La sua esistenza terrena ricca di virtù, di fatti straordinari, sacrificio e preghiera si concluse il 17 febbraio del 1952, a causa di un attacco cardiaco.
A fronte della sua crescente fama di santità, fu deciso di aprire la sua causa di beatificazione e canonizzazione. L’inchiesta diocesana fu aperta nel 1968 presso il Vicariato di Roma, nel cui territorio Edvige era morta, ma venne ripresa dal 18 ottobre 1999 al 1° giugno 2001, secondo le normative aggiornate per i processi di beatificazione e canonizzazione.
L’esame della “Positio super virtutibus” con voti positivi sia dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi, sia dai cardinali e dai vescovi della stessa Congregazione, ha portato alla promulgazione del decreto sulle virtù eroiche, autorizzata il 4 maggio 2017.
Come segnala il sito del Comitato attore della sua causa, tra le grazie significative attribuite alla sua intercessione è stata selezionata come possibile miracolo quella avvenuta nel 1954 ad Antonio Fois, spaccapietra di mestiere, che rischiava di perdere una gamba per una cancrena dovuta a un incidente sul lavoro.
Sua moglie fu invitata a chiedere l’intercessione di Edvige da uno dei frati della chiesa di San Francesco ad Alghero, dov’era andata a Messa: era il secondo anniversario esatto del suo transito. Quando tornò a casa, la donna vide Antonio che si toglieva le bende dal piede, che risultava guarito. L’uomo morì nel 1975, per cause estranee all’incidente.
Il 7 novembre 2018, ricevendo il nuovo Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il cardinal Giovanni Angelo Becciu, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui la guarigione era da ritenere inspiegabile, completa, duratura e ottenuta per intercessione di Edvige Carboni.
La sua beatificazione è stata celebrata il 15 giugno 2019, presso l’Ippodromo Comunale «Generale Eugenio Unali» di Pozzomaggiore, col rito presieduto dal cardinal Becciu come delegato del Santo Padre. La sua memoria liturgica è stata fissata al 4 maggio, giorno anniversario del suo Battesimo.
I resti mortali di Edvige, subito dopo la morte, erano stati portati al cimitero di Albano Laziale, dov’erano stati collocati in una tomba a pozzo, che conteneva altre tre salme a parte la sua. Il 6 ottobre 2015 sono stati sottoposti a ricognizione canonica e, l’indomani, traslati nel Santuario di Santa Maria Goretti a Nettuno.
Lì è stata celebrata la Messa “corpore praesenti” (“col corpo presente”, come non era invece accaduto nel febbraio 1952), al termine della quale le spoglie sono state collocate in un apposito sacello, sempre all’interno del Santuario. Il 25 maggio 2019 sono infine state collocate presso la parrocchia di San Giorgio Martire a Pozzomaggiore.


Autore:
Giorgia Piga ed Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2019-05-31

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