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Padre Pietro Alagiagian

Testimoni

1894 - 1981


L’Armenia è associata, giustamente, nella memoria di molti occidentali, alle secolari persecuzioni turche culminate nel genocidio del 1915. In realtà accanto ad esse si è avuta nel XX secolo un’accanita violenza, specie contro i cattolici, da parte del comunismo. P. Pietro Alagiagian rappresenta in modo eloquente il calvario della Chiesa cattolica armena nell’URSS, anche se non si tratta di un martire in senso stretto.
Nato ad Ardakhan nel 1894, P. Pietro Alagiagian fu ordinato sacerdote nel 1918 a Roma e tornò nel Caucaso dove svolse il suo ministero in varie parrocchie tra il 1919 e il 1930. In questi undici anni il suo zelo sacerdotale e la predicazione antiateista gli attirarono ben presto le ire del regime comunista.

“Non gradito” ai comunisti
Nel 1925 fu arrestato e sottoposto a snervanti interrogatori da cui uscì con immutata serenità e confutando le accuse di attività sovversiva con una conoscenza del codice penale sovietico superiore a quella dei suoi stessi inquisitori comunisti! Il regime non potendo condannarlo, vista l’inconsistenza delle accuse, si limitò a rendergli la vita difficile con altre diciassette inchieste giudiziarie tra il 1925 e il 1929.
Alla fine fu espulso in Italia come persona “non gradita”. L’ottenimento della cittadinanza italiana in vista dell’espatrio lo salvò, probabilmente, dalla deportazione in Siberia, dove morirono il suo vescovo e altri sacerdoti cattolici, armeni e non.
Dall’Italia fu inviato tre anni in Polonia poi altri tre anni in Persia come missionario tra le comunità cattoliche armene della diaspora. In questo periodo nel 1937 ottenne di passare dal clero diocesano alla Compagnia di Gesù.

Di nuovo perseguitato dai comunisti
P. Alagiagian tornò in Italia in quell’anno, poi nel 1942 partì come cappellano militare verso la Russia dove fu preso prigioniero a dicembre.
I sovietici lo accusarono di essere tornato come spia e rimase prigioniero 12 anni tra lager e carceri, tra cui la famigerata Lubianka. Durante la detenzione sperimentò direttamente o attraverso i racconti dei propri compagni di sventura, tutta la crudeltà del sistema concentrazionario sovietico.
In particolare nel 1953 gli fu inflitto un giorno di cella di rigore dove i detenuti rimanevano con la sola biancheria intima nel freddo dell’autunno russo.
Nei 12 anni di prigionia p. Alagiagian non perse mai la serenità e, rifiutandosi sempre di collaborare con i sovietici (allora sì che sarebbe diventato una spia!), riuscì persino a svolgere un limitato apostolato clandestino tra gli altri detenuti, fra i quali vi erano anche dei comunisti caduti in disgrazia durante le purghe staliniste.
La pacata fermezza di p. Alagiagian e la sua preparazione teologica erano tali che, quando durante un interrogatorio un giudice gli disse che lo avrebbe convinto in meno di mezz’ora a diventare comunista, il gesuita lo costrinse ad ammettere dopo pochi minuti: “Lasciamo perdere le discussioni altrimenti mi farete diventare cattolico!”.

Testimone della verità storica
Finalmente nel 1954 l’armeno fu aggregato a un contingente di prigionieri italiani da rimpatriare quasi 10 anni dopo la fine della guerra.
In prigione il sacerdote aveva custodito gelosamente le ostie consacrate, suo unico conforto, consumandole con una tale parsimonia che ne lasciò le ultime briciole nel tabernacolo di una chiesa austriaca durante il viaggio di ritorno. I sovietici avevano tentato di sequestrargliele, ma lui aveva risposto: “Queste me le potrete togliere solo dopo avermi ucciso!”.
Tornato definitivamente in Italia, il gesuita si prestò volentieri a svolgere predicazioni e conferenze sulla Chiesa perseguitata dal comunismo; viaggiò per questo scopo anche all’estero.
Nel 1981 p. Alagiagian morì nel nascondimento e nell’obbedienza assoluta ai superiori dopo essere stato un simbolo, per chi lo ha conosciuto, della Chiesa martire in Armenia.


Autore:
Mario Carolla


Fonte:
"Radici Cristiane" n. 29 - Novembre 2007

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Aggiunto/modificato il 2009-04-16

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