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Stanislawa Leszczynska Terziaria francescana

Testimoni

1896 - 11 marzo 1974


Lodz, in Polonia, anno 1896. I Leszczynski sono una famiglia del quartiere più povero della città. Una fa­miglia, però, ricchissima di fe­de nel Cristo e di affezione sconfinata alla Madonna. Vi nasce una bambina: i genitori la chiamano Stanislawa.
È un nome beneaugurante purezza ed eroismo: ricorda il santo patrono di Cracovia, Sta­nislao, vescovo e martire. Sta­nislawa cresce limpida e forte, libera e obbediente a Dio solo e a sua Madre. Nel 1908, con i genitori, emigra in Brasile, al­la ricerca di lavoro e di pane. È serena, felice di vivere e di amare. Pochi anni dopo, ritor­nano in Polonia. Nel 1914, al­lo scoppio della grande guer­ra, Stanislawa ha 18 anni: so­spende gli studi e lavora nel Comitato di Aiuto ai poveri. Al mattino presto, la Messa; al­la sera, il Rosario a Maria. Sa­ranno per tutta la vita, i suoi momenti di incontro con Dio, ogni giorno.
Nel 1922, raggiunto il diplo­ma, svolto il tirocinio, comin­cia a lavorare come ostetrica. Ama e stima la sua professio­ne: sa di essere collaboratrice di Dio nel far nascere la vita. Ama perdutamente i bambini. La conoscono tutte le madri in attesa e a Lodz, dintorni, altri paesi, chiamano lei, Stanisla­wa, senza tregua. Le capita spesso di lavorare anche tre giorni consecutivi senza trova­re tempo per dormire.
Intanto entra nel Terz'Ordine Francescano e vive nel mondo, umile e semplice come San Francesco d'Assisi. Si incanta davanti alla bellezza della na­tura, ancor più davanti alla vi­ta nascente. Dice: «L'atto del­la nascita è la più bella estasi della natura». Si sposa con Bronislaw, un giovane uomo forte e buono: dalla loro unio­ne nascono quattro figli. Ma i suoi bambini — che adora — non le bastano. La sua casa è sempre piena di gente, di dise­redati, di persone che la cerca­no per risolvere i propri fastidi. Stanislawa ha tempo e amo­re per tutti. Chiamata spesso per il suo servizio, impegnata in tante opere di bene, i suoi bambini sentono tuttavia che la loro mamma è sempre tutta per loro. Impossibile dire come faccia. Miracoli dell'amore.

Ostetrica ad Auschwitz
Il 1° settembre 1939, Hitler fa invadere la Polonia. Duran­te l'occupazione dei tedeschi, la casa di Stanislawa e Bronislaw diventa il rifugio dei ricercati, prima di tutto degli ebrei. Bro­nislaw, tipografo, prepara, di nascosto, per loro, vitto, abiti, documenti per mettersi in sal­vo. Nessuno ferma quei due coniugi, mobilitati dalla carità e dalla preghiera, sostenuti dal­la «Vergine sempre fedele».
Ma nella notte tra il 19 e il 20 febbraio 1943, la Gestapo scopre quelle attività ed arre­sta Stanislawa e i suoi figli Sylwia, Stanislaw e Henryk. Il marito e il figlio maggiore, Bronislaw iunior, fuggono, sal­tando dalla finestra. La madre e la figlia vengono deportate nel lager di Auschwitz. I due fi­gli a Mauthausen. Il padre mo­rirà durante l'insurrezione di Varsavia. Nel campo, Stanisla­wa riceve il numero 41335. Pri­vata di tutto, riesce però a na­scondere il certificato di oste­trica.
Ad Auschwitz, tra le prigio­niere sono numerose le madri in attesa. I tedeschi avevavo da­to l'ordine di sopprimere ogni bambino che nasceva. C'erano due «ostetriche», Klara e Pfa-ni, e, fino al maggio 1943, i bambini nati erano uccisi in modo atroce: affogati in un barilotto. Dopo ogni parto, si sentiva un forte gorgoglio ed uno sciacquio che a volte du­rava a lungo. Poco dopo, la madre vedeva il corpo di suo fi­glio gettato in pasto ai topi.
A maggio 1943 si «mala Klara, l'infanticida. Stanislawa ferma il medico delle SS e gli mostra il certificato di ostetri­ca. L'uomo la guarda, stupito, poi la manda nella «sala par­to»: all'interno di una baracca, al centro corre «una stufa» a forma di canale fatto) di mat­toni, circondata da trenta bran­de separate. Le donne partori-scono, tra un'indicibile mise­ria.
Il capo del lager ordina a Stanislawa di uccidere tutti i bambini appena nati. Di ognu­no occorre poter scrivere: «na­to morto». Smislawa gli ri­spose, tagliente come una la­ma: «No, mai! Non si devono uccidere i bambini!». Va nella, baracca e comincia il suo lavo­ro. Ha soltanto un paio di for­bici e un barattolo di medici­nali, qualche benda e un gran­de amore, un enorme coraggio insieme a una fiducia senza li­miti nella Madonna.
Per tremila volte, Stanislawa disubbidisce all'ordine di «Ero­de», quello di uccidere i bam­bini, e risaia la camera a gas. Aiuta tutte le mamme a far na­scere i loro bambini, anche le donne ebree ai cui figli era per­sino proibito tagliare il cordo­ne ombelicale, perché doveva­no essere buttati subito nel contenitore delle feci! Al primo bambino nato, Stanislawa dà il nome di Adam, il nome del primo uomo, come augurio di vita. Ella stessa, li battezza, ver­sando sul loro capo poche goc­ce d'acqua e dicendo le parole rituali: «Io ti battezzo nel no­me del Padre, del Figlio e dello Spirito santo». Per il batte­simo è prevista la pena di mor­te, ma ella non si arrende.
Poi quei neonati vengono la­sciati morire di fame lentamente o soppressi: dai nazisti, non da lei! Mamma Stanislawa — così la chiamano nel lager — non si scoraggia e continua nel suo servizio, perché sa che «l'o­stetrica, il medico, i genitori de­vono sempre promuovere la vi­ta». Per le madri in attesa, per i «suoi» bambini, lavora gior­no e notte: nessun parto avvie­ne senza di lei ed ella cerca in continuazione lenzuola, bende, fette di pane, medicinali. Sem­pre mite, umile, buona. Non parla mai male di nessuno, neppure dei nazisti. L'unica sua arma: l'amore!
Ogni giorno Stanislawa, con la sua fede forte e gioiosa, or­ganizza la preghiera per tutti: spesso è il Rosario e, attorno a lei, lo recitano i detenuti e le detenute di Auschwitz. Così al­la domenica si riuniscono an­cora per meditare la Parola di Dio e per pregare, suscitando ire e vendette da parte delle SS: ella è sempre il centro, una per­sonalità eccezionale, in mezzo a tanta crudeltà.

Ewa, l'inizio della vita
Tra le donne in attesa, il 20 dicembre 1944, giunge nella «sala parto» del lager Jadwiga Machaj, prigioniera 87263. Presso la lunga stufa due don­ne stavano partorendo. Le si avvicina Stanislawa: «E allora, figlia mia?». La sua voce le porta tanta pace. Le accarezza il volto, le chiede quanti anni ha, le racconta della sua famiglia di cui in quel momento ignora la sorte. Qualche mo­mento dopo, la aiuta a parto­rire: «Hai una bellissima bam­bina! Come vuoi chiamarla?». «Non lo so». «Allora — dice l'ostetrica a Jadwiga — chia­mala Ewa, sarà l'inizio della vi­ta». Poi versa sulla sua testo­lina l'acqua del battesimo: «Ewa, io ti battezzo...» Per la piccola riesce a trovare una co­perta di piume. Ewa sopravvi­ve e le viene dato il numero 89243.
Da quel giorno, poco alla volta, il rigore del campo si al­lenta, perché la guerra volge al­la fine e per i nazisti è il tracol­lo. Stanislawa, nel 1945, torna a casa, a Lodz, e riprende la sua missione di servizio alla vi­ta, umile, semplice, senza mai atteggiarsi ad eroina. Porta con sé un quaderno dal titolo: «Rapporto di un'ostetrica ad Auschwitz», un documento sconvolgente, tragico. «Fra quegli orribili ricordi — ha scritto — nella mia coscienza è vivo questo pensiero: tutti i bambini nacquero vivi. Soltan­to trenta sono sopravvissuti. Alcune centinaia furono tra­sportati a Naklo per essere sna­zionalizzati, più di 1500 furo­no annegati da Klara e Pfani, circa mille morirono di freddo e di fame... Offro il mio rap­porto in nome di coloro che non poterono parlare al mon­do dei torti subiti: in nome del­la madre e del bambino».
Nel 1957 a Lodz, durante i festeggiamenti per la premia­zione di alcune ostetriche, fra le quali Stanislawa, il figlio suo, dottor Bronislaw, lesse il «Rapporto», scritto dalla ma­dre, nel silenzio commosso dei presenti. Molti superstiti, testi­moni dell'opera della coraggio­sa donna, confermarono quan­to ella vi narrava. Un giorno del 1970 Ewa, la bambina na­ta nel lager, ormai di 26 anni, nel Teatro grande di Varsavia, consegnò a Stanislawa un mazzo di fiori a nome dei bambini sopravvissuti. Stanislawa ab­bracciò tutti con uno sguardo d'amore e di gioia, ripetendo: «Come sono contenta che sia­te qui, come sono contenta! Non rimpiango niente!».
Si spense l'11 marzo 1974 a 78 anni di età. Nella bara la ve­stirono con l'abito di terziaria francescana, come aveva volu­to. Ai suoi funerali, tra migliaia di persone, di fiori, mons. Kulik disse che l'esistenza di Sta­nislawa era stata tutta un ser­vizio alla vita e che, come Pa­dre Kolbe aveva sacrificato la vita per un prigioniero, ella l'a­veva sacrificata per ogni bam­bino fatto nascere.
Alcuni anni dopo, le donne polacche, toccate dal suo esem­pio, fecero preparare un calice prezioso da offrire al Papa nel­la sua seconda visita in Polo­nia. Nel Santuario della Ma­donna di Czestochowa, Gio­vanni Paolo II, un giorno di giugno 1983, ha celebrato la Messa con il grande calice of­fertogli, ornato di quattro im­magini scolpite in avorio che rappresentano le donne più splendide della Polonia invitta e sempre fedele: santa Edvige di Slesia, la beata Edvige regi­na, la beata Maria Ledochowska e, ultima in ordine di tem­po, ma non di eroismo, Stanislawa Leszczynska. Il calice del Cristo, il calice della vita.


Autore:
Paolo Risso

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Aggiunto il 2009-04-23
Letto da 90 persone

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